venerdì 19 dicembre 2008

Botti di fine anno


Stavolta c’è da aspettarseli, i botti. E per più motivi. C’è il petrolio che scende pericolosamente verso i trenta dollari al barile: oggi vale già meno di 34. Difficile che chi sul greggio ci campa, come l’Iran, possa sostenere a lungo questo deprezzamento che mina l’economia del regime degli ayatollah e di molti altri produttori della regione. Una crisi internazionale, magari creata ad arte da qualche nuova esternazione del falco Ahmadinejad (o da qualche inopinata azione delle forze armate della Rivoluzione) potrebbe cavare d’impaccio chi sul petrolio fa affidamento per sopravvivere e, magari, per prosperare.
Poi c’è l’affanno, sempre più evidente, dell’economia americana. Gli ultimi dati parlano di un passaggio della crisi da finanza e banche al paese reale. A guardare i numeri, niente di drammatico: la disoccupazione è cresciuta, ma è ancora piuttosto bassa; i consumi sono calati, ma non crollati. Stanno male le aziende decotte, come le tre big di Detroit, ma chi produce in maniera più economica e razionale (come le case giapponesi coi loro stabilimenti del Sud) regge abbastanza bene. A preoccupare, più che altro, sono i segnali che vengono da chi fa la politica economica degli Stati Uniti. La scelta della Fed di tagliare a zero i tassi di interesse – non era mai accaduto – è una scelta da economia di guerra. Non era successo durante la Grande Depressione e nemmeno negli anni terribili dei due conflitti mondiali. Tutto fa però pensare a una riedizione della crisi che colpì l’America tra il 1939 e il 1945, con una differenza: allora lo sforzo bellico tutto sommato aiutò l’economia statunitense a sopravvivere. La tentazione di ripetere la ricetta keynesiana degli investimenti pubblici per “muovere” l’economia, che Obama ha ovviamente già fatto sua, potrebbe così tingersi di grigioverde. Un’emergenza umanitaria o, più probabilmente, una provocazione insopportabile in una regione strategica (per esempio, il medio oriente) potrebbero essere l’occasione per mettere in moto l’industria bellica e dimostrare al mondo che Barack Obama è pronto per il ruolo di commander in chief. E che nessuno, in un momento come questo, può permettersi a lungo di volere davvero la pace.

mercoledì 17 dicembre 2008

Zero idee


La decisione del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, è al limite della follia. Adesso che ha abbassato i tassi a ZERO cosa farà se la crisi economica darà segni di peggioramento? Comincerà a fare bonifici ai bisognosi attingendo dal conto in banca di famiglia? Quel che è certo è che con questa decisione la Fed esce di scena in questa crisi per mancanza di ulteriori mosse a disposizione.
Ma la scelta di Bernanke non è deleteria soltanto perché elimina ogni altra alternativa e ha il sapore doloroso e pauroso dell'extrema ratio (e non a caso oggi il Wall Street Journal parla del numero uno della Fed come di "un giocatore di poker", con poche carte in mano e nemmeno tanto belle, aggiungerei). E', soprattutto, l'ennesimo errore di calcolo della banca centrale americana che non contenta - prima con Greenspan e ora con Bernanke - di aver drogato il mercato con abbassamenti dei tassi di interesse sempre più sconsiderati, non demorde e va avanti per la solita strada, pronta a creare la prossima bolla alla faccia di un mercato che - da solo - si regolerebbe benissimo. Ma è stata quest'euforia indotta, è stato questo ruolo di imbonitore e al tempo stesso di garante dell'ingarantibile svolto nell'ultimo decennio dalla Fed che ha portato alla crisi attuale. Perché, è bene ricordarlo, senza tassi di interesse artificialmente bassi e senza le garanzie sui titoli legati ai subprime (che un investitore razionale privo di rassicurazioni altrimenti non avrebbe mai acquistato), la crisi attuale non ci sarebbe stata. O, se fosse arrivata comunque, si sarebbe risolta da sola da un pezzo. Quel che resta, ora, sono poche idee e sbagliate: la peggiore è senz'altro quella di Bernanke, secondo il quale basterà immettere sempre più liquidità sui mercati per risolvere la crisi. Ma non è di soldi che imprese e persone hanno bisogno. A loro basterebbe poter smettere di aver paura. Un banchiere folle che spara tutte le sue cartucce all'impazzata quantomeno non aiuta.

domenica 7 dicembre 2008

Dunque


E' stato un mese un po' complicato e il blog ne ha risentito. Per la prima volta in undici anni, non lavoro più nella carta stampata, ma in tv. E non è un cambiamento da poco, perché all'improvviso scopri che hai ancora un sacco di cose da imparare. Però è bello. E' diverso, ma bello.

sabato 8 novembre 2008

Ciao, Gino


Era un grande giornalista, ma per me è stato soprattutto un maestro e un papà in uno dei momenti più difficili della mia vita. Poi, come a volte accade nella vita – che presto o tardi è sempre crudele – per qualche mese ci siamo persi di vista, perché di mezzo c'erano un lavoro che cambiava, un trasloco da fare, tante cose che si accavallavano. Così la solita telefonata per sapere delle famiglie, delle novità sul lavoro (mie) e sui nipoti (suoi) e per parlare di politica e della nostra Toronto ha finito per essere rimandata. Stamattina ho telefonato a casa di Gino Fantauzzi e, come tante altre volte, ho chiesto di lui. Ma Gino è morto lo scorso 12 marzo e non potrò parlargli mai più. Gli altri – gli amici e i giornali – lo hanno già ricordato come l'ex direttore del Corriere Canadese degli anni Sessanta, come il massimo esperto italiano di emigrazione e turismo, come l'ex inviato del Tempo che fece dire a Marshall McLuhan (era il febbraio del '78) che con le Br c'era una sola cosa da fare: staccare la spina. Hanno ricordato le interviste importanti, da quella ad Hailè Salassiè a quella fatta a Pelé, ma i miei ricordi sono altri: le chiacchierate in veranda nelle sere d'estate in Canada, le ciliegie "rubate" dall'albero della signora che ci ospitava, gli spaghetti con la "bomba" calabrese e i cipollotti e la sua amatriciana (forse la migliore che abbia mai mangiato), le passeggiate a College Street per vedere se da Giovanna c'era gente oppure no, le canzonette d'una volta cantate a squarciagola nel traffico di Toronto, le serate con Vito e Tony, l'aparecchio acustico che funzionava sì e no, il peperoncino sempre in tasca per ogni evenienza. Sono ricordi che non si perderanno mai, come il rimpianto di non esserci stato a dirti addio.
Ciao, Gino. E scusa il ritardo.

mercoledì 5 novembre 2008

Ma non chiamatela valanga


Reagan '84: 525 voti elettorali su 538 (vedi immagine sopra).
Roosevelt '36: 523.
Nixon '72: 520.
Reagan '80: 489.
Johnson '64: 486.
Roosevelt '32: 472.
Eisenhower '56: 457.

Persino Clinton (379 nel '96 e 370 nel '92) e Bush sr. (426 nell'88) hanno fatto meglio di Barack Obama, che ha vinto bene, anzi benissimo. Ma non chiamatela valanga.

martedì 4 novembre 2008

E se finisse così?





Stanotte in diretta con la storia


Da mezzanotte alle 8 del mattino una no-stop di news e analisi sulla webradio dell'università Guido Carli. Dalle 6 alle 8 ci sarà anche il sottoscritto.

lunedì 3 novembre 2008

A guardare il toto Tesoro di Obama si vede poco socialismo e tanto clintonismo


Washington. Se i circoli della sinistra americana si augurano che Barack Obama dia più ascolto a Paul Volcker e a Warren Buffett per decidere – se eletto – il futuro economico del paese, allora significa che le alternative del probabile prossimo presidente degli Stati Uniti sono ancora più a destra di un ex governatore della Fed nominato da Jimmy Carter e confermato da Ronald Reagan e dell’uomo più ricco del mondo. John McCain – la tattica elettorale glielo impone – dice che non è così e che un’ipotetica Amministrazione Obama aprirebbe le porte al “socialismo all’europea”, ossia a tasse più elevate e a un aumento indiscriminato della spesa pubblica a partire dai settori da sempre cari alla sinistra liberal, istruzione e sanità. Per smentirlo, basterebbe elencare i nomi dei possibili candidati democratici alla poltrona di segretario al Tesoro che in questi giorni circolano sui giornali.
Tutti i commentatori concordano su due cose: che in tempi di crisi economica globale sarà proprio quello di segretario al Tesoro il ruolo chiave nella prossima Amministrazione e che, almeno nel campo democratico, la lista dei papabili è limitata a cinque o sei nomi. Il primo, almeno per chi crede nel dream team obamiano, è sicuramente quello di Warren Buffett, fondatore del fondo Berkshire Hathaway e da pochi mesi primo nella classifica mondiale dei super ricchi (al posto di Bill Gates). Quello che ormai è conosciuto in America come “l’oracolo di Omaha” – perché quando lui dice che un titolo è da comprare, vuol dire che è da comprare – è senza dubbio un finanziere con simpatie a sinistra e recentemente ha pure criticato l’eccesso di deregulation in campo finanziario nell’ultimo ventennio, però difficilmente si può definire un socialista. Lo stesso discorso si può fare per l’altro candidato forte, tra i democratici, al Tesoro: Jamie Dimon, ceo di JP Morgan Chase, una delle poche banche che – acquistando prima Bear Stearns e poi Washington Mutual – ha dimostrato con i fatti di non essere tra quelle in sofferenza a causa della crisi del credito. Come Buffett, Dimon è da sempre vicino ai democratici e spesso ha finanziato le campagne elettorali di alcuni esponenti liberal. Alle ultime primarie ha sostenuto la candidatura di Hillary, ma questo non dovrebbe essere un problema. La vicinanza ai Clinton è infatti un tratto in comune con tutti gli esperti economici che gravitano intorno a Barack Obama. E’ il caso di Laura Tyson, capo economista dell’Amministrazione democratica nei primi anni Novanta ed ex consigliere d’amministrazione di Morgan Stanley, oppure del giovane (ha 47 anni) Timothy Geithner, attuale presidente della Federal Reserve di New York e sottosegretario al Tesoro nell’ultimo biennio clintoniano. Per non parlare di Robert Rubin (segretario al Tesoro dal 1995 al ’99) e Lawrence Summers (dal ’99 a fine mandato), tra i principali consiglieri economici di Obama e con ottime probabilità di tornare a lavorare per l’Amministrazione in ruoli di prestigio.
Sono i due ex ministri clintoniani i membri di quella “free market élite” che poco piace nei circoli della sinistra liberal d’America e che ora, per ridurne le chance di ritorno al governo, ricorda come sia stato Rubin – d’intesa con l’allora capo della Fed, Alan Greenspan – a battersi contro la regolamentazione dei derivati finanziari. Summers, invece, è criticato soprattutto per i commenti politicamente scorretti di quando presiedeva l’Università di Harvard. I due sono anche gli animatori di un giovanissimo think tank, l’Hamilton Project, nato nel 2006 come costola di un pensatoio storico della sinistra americana, la Brookings Institution. E’ da questo centro studi che vengono quasi tutti i cervelli economici del team Obama. Gli economisti che ne fanno parte sono molto centristi e, per questo, odiati dai sindacati e dai gruppi di sinistra. Invitano a usare la leva fiscale, a fare investimenti nelle infrastrutture e allargare la base produttiva di ricchezza dell’America, piuttosto che a diffondere la ricchezza. Rubin e Summers sono i capi, ma la mente operativa fino a pochi mesi fa era Jason Furman, 37 anni, allievo di Rubin e ora direttore delle politiche economiche di Obama. Uno che, fino a un anno fa, sosteneva il modello di riforma sanitaria proposto da John McCain.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 29 ottobre 2008)

giovedì 30 ottobre 2008

Il rivale mitico


Milano. La nascita del mito verde in Italia ha una data precisa: è il 22 gennaio 1956 quando l’Espresso pubblica in prima pagina un’inchiesta di Manlio Cancogni dal titolo “Capitale corrotta = Nazione infetta”. L’obiettivo del reportage è la speculazione edilizia che a Roma, nel giro di pochi anni dalla fine della guerra, ha fatto sorgere uno dietro l’altro centinaia di palazzoni lungo le strade consolari su quelli che un tempo erano i latifondi del patriziato romano. Per la prima volta, nonostante la preoccupazione principale del settimanale sia denunciare il sistema di tangenti che manda avanti il boom edilizio, il tema della difesa dell’ambiente entra nel dibattito politico in Italia.
E’ sempre il 1956 quando Italia Nostra, un’associazione fondata l’anno prima da Umberto Zanotti Bianco e Giorgio Bassani, tiene il suo primo congresso. Fino ad allora l’ambientalismo, che pure esisteva da quasi mezzo secolo, era stato un movimento più simile a un sodalizio di amici della tavola che a un fatto in qualche modo politico. Tante petizioni, qualche raccolta di fondi, nessun contatto con la vita dei partiti. Ci aveva provato Erminio Sipari, ai primi del Novecento, a fare della difesa dell’ambiente un tema parlamentare: il deputato radicale, anche grazie all’appoggio di Benedetto Croce, riuscì a fondare il Parco nazionale d’Abruzzo nel 1922, stesso anno in cui prendeva forma anche quello del Gran Paradiso. Tanto Sipari quanto i suoi successori ritenevano però che la politica potesse essere un mezzo (molto provvisorio) per ottenere il loro fine, la tutela di alcune aree di pregio del paese. La fondazione delle prime due associazioni ecologiste d’Italia, Pro Natura (1948) e Italia Nostra (1955) non fu, in sostanza, che l’importazione di modelli esteri di conservazionismo come il National Trust del Regno Unito.
E’ nell’aprile del 1969 che a Berkeley, in California, l’ambiente diventa – per la prima volta – il pretesto per fare la rivoluzione. Quando il governatore Ronald Reagan manda la Guardia nazionale contro i giovani che piantano fiori e alberelli in un cantiere semiabbandonato, scoppia il putiferio. Sono, probabilmente, i lettori di Rachel Carson, che sette anni prima aveva pubblicato “Primavera silenziosa”, un saggio di denuncia contro l’uso dei pesticidi in America. Il Flower Power nasce così e in Italia, sull’onda della contestazione, cominciano le imitazioni. Nel 1975, durante il congresso radicale di Bologna, un gruppo di militanti decide di dar vita alla Lega naturista. L’obiettivo, tutto sommato ancora prepolitico, è difendere l’ambiente e “vivere secondo natura”. E’ però il Pci (lo stesso partito che fino a qualche anno prima diceva che era l’uomo, e non il lupo, “l’animale più braccato d’Abruzzo”, mentre la Cgil sosteneva che “l’ambiente è un lusso che non possiamo permetterci”) a intendere che, come ogni idea rivoluzionaria, anche quella verde sarebbe potuta diventare un dogma. Da una costola dell’Arci, l’associazione dei circoli ricreativi vicini al Partito comunista, prende forma la Lega per l’Ambiente (oggi Legambiente). E’ il 1980 e a fondarla è, tra gli altri, il trentaduenne Chicco Testa, che nel 1987 lascerà la presidenza del movimento per farsi eleggere alla Camera nelle file del Pci. Qualche anno più tardi nascono le prime liste Verdi (ne fanno parte ex radicali come Francesco Rutelli ed ex esponenti dell’ultrasinistra, come Paolo Cento), che si federeranno all’indomani della battaglia sul nucleare, conclusa con la vittoria del fronte contrario all’utilizzo dell’energia atomica in Italia. Nascono grazie a quel successo, una dietro l’altra, tutte le iniziative che fanno del mito verde la religione di chi non sopporta il progresso e l’uomo che lo promuove e che coinvolgono famiglie, scuole, bambini: dai lenzuoli alle finestre per protestare contro lo smog alle spedizioni punitive con i bambini armati di palette per “pulire il mondo”. Quando, all’inizio degli anni Novanta, alcuni scienziati cominciano a dire che il buco dell’ozono (nel frattempo rimarginato) provocherà l’effetto serra, che i ghiacci si scioglieranno e che l’uomo scomparirà a causa delle sue colpe, i sacerdoti del mito verde trovano l’Apocalisse in cui credere. Ci vorranno un Oscar e un Nobel per fare di Al Gore il Messia che ancora mancava. (ap)

(© Il Foglio, 22 ottobre 2008)

Cav., tira giù quel muro verde


Milano. La grande battaglia di Silvio Berlusconi contro il pensiero unico dell’ecologismo imperante, contro la “scomoda verità” di un premio Nobel come Al Gore, contro la tendenza conformista che ha contagiato destre e sinistre mondiali – perché l’ecologismo elettoralmente paga – ha raggiunto il suo picco nel consesso europeo governato da Nicolas Sarkozy. E’ il pacchetto energia e clima su cui il “no” italiano ha scatenato polemiche feroci. Il presidente francese e presidente di turno dell’Ue ha preso la parola al Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, per dire che “non approvare il pacchetto climatico comunitario sarebbe drammatico e irresponsabile”. Senza nominarlo, Sarkozy parlava del Cav. e della sua opposizione all’adozione del pacchetto 20-20-20 che prevede, entro il 2020, la riduzione del 20 per cento (rispetto al 2005) delle emissioni di gas serra, l’abbattimento dei consumi energetici del 20 per cento e la dipendenza al 20 per cento da fonti rinnovabili.
Nelle stesse ore, Berlusconi, intervenendo ieri all’assemblea di Confindustria a Napoli, è tornato a dire quel che avevano già detto nei giorni precedenti lui e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: “Se l’Europa e i cittadini europei vogliono dare l’esempio a tutto il mondo – ha spiegato il Cav. – bisogna fare in modo che questo prezzo almeno sia pagato da tutti e in parti uguali, perché non può essere per il 18 per cento a carico dell’Italia”. Sebbene il premier dichiari che il motivo principale delle sue perplessità sia la crisi economica incipiente (ieri il Fondo monetario internazionale e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, hanno annunciato ufficialmente che l’Italia è in recessione) e che una nuova analisi costi-benefici potrebbe persino convincerlo dell’opportunità di anteporre gli interessi dell’ambiente a quelli dell’economia, il suo è un “no” contro l’ideologia ecologista imperante. Ne è conferma la reazione della sinistra italiana, tanto sensibile alla fine del mondo causata dallo scioglimento dei ghiacci. Se per il capogruppo del Pd alla commissione Ambiente della Camera, Roberto Della Seta, “Sarkozy ha dato una lezione di buonsenso alla destra italiana”, per l’ex ministro e leader del Prc, Paolo Ferrero, “Berlusconi ha torto e Sarkozy ragione” e per la portavoce dei Verdi, Grazia Francescato, “c’è da ringraziare che ci sono l’Europa e Sarkozy”.

Il nuovo patto di Varsavia
E’ vero – come ha sottolineato il Cav. – che “l’Italia, con la Germania, è uno dei paesi che più basano la loro economia sul settore manifatturiero” e che limitare le emissioni di gas serra è un provvedimento che va a colpire, soprattutto, le industrie di quel settore. E’ vero anche, però, che il cancelliere Angela Merkel – che pure qualche riserva sul piano ce l’ha – ha preferito accettare il pacchetto e poi, semmai, riservarsi la possibilità di trattare qualche sconto per l’economia tedesca in fase negoziale. Come Berlusconi hanno agito soltanto i paesi dell’est europeo, entrati a far parte dell’Ue tra il 2004 e il 2007. Il loro rifiuto delle rigide regole pensate a Bruxelles per combattere l’inquinamento e il riscaldamento terrestre va oltre la semplice difesa dei pur legittimi interessi economici (la maggior parte dei nove paesi ha impianti industriali obsoleti e fa largo uso di carbone) e si spiega con un’avversione istintiva e comprensibile a qualsiasi tentativo dell’autorità pubblica di influire sul ciclo economico. Che nel fronte del “no” si trovino Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania ed Estonia – tutti paesi che per mezzo secolo sono rimasti nell’area d’influenza del socialismo reale sovietico, quando non sotto il controllo diretto di Mosca – è indicativo. Che l’unico leader dell’Europa occidentale a sostenerli sia anche l’ultimo leader che ha fatto dell’anticomunismo in quanto tale un valore da portare al governo sembra più di una coincidenza.
Così, nonostante Legambiente ironizzi sul “nuovo patto di Varsavia” che avrebbe nel Cav. la guida, la battaglia europea di Berlusconi sul clima appare sempre più come il rinnovarsi dell’eterna lotta contro il comunismo come ideologia imperante (era del ministro Brunetta un pamphlet di qualche anno fa sugli ambientalisti “verdi fuori e rossi dentro”) e i suoi satelliti, come il socialismo ambientalista che ha trovato nell’ex vicepresidente americano Al Gore, premiato l’anno scorso con il Nobel per la pace, il miglior uomo immagine possibile. In questa lotta, tra i leader conservatori dell’occidente, Berlusconi sembra solo. Non lo segue Sarkozy, che anzi proprio sulla lotta al riscaldamento globale ha incassato ieri il primo voto bipartisan del Parlamento francese, ma che soprattutto avrebbe un tornaconto diretto dall’approvazione del piano: la Francia potrebbe vendere più energia (prodotta con le centrali nucleari) agli altri partner europei e il governo Fillon avrebbe la scusa per concedere sovvenzioni all’industria automobilistica francese. La rupture ambientale del presidente francese ha avuto il volto algido e seducente di Nathalie Kousciusko-Morizet, il giovane sottosegretario che ha fatto confluire il suo piccolo movimento ecologista, Écologie Bleue, nel grande contenitore dell’Ump. Ieri a Parigi è stato il suo giorno: quando il capogruppo del Partito socialista all’Assemblea nazionale, Jean-Marc Ayrault, ha annunciato che l’opposizione avrebbe votato a favore del pacchetto ambientale della “Grenelle” (dal nome della strada parigina in cui si sono tenute le prime riunioni tra governo, enti locali e parti sociali sul tema), i deputati dell’Ump sono scattati in piedi e hanno applaudito. In un anno e mezzo è la prima volta che maggioranza di destra e opposizione di sinistra si trovano d’accordo su qualcosa e votano di conseguenza. Non è un caso che sia proprio l’ideologia ecologica a unire mondi che paiono inconciliabili.
Non lo segue Angela Merkel che, per ragioni di opportunità politica (l’anno prossimo in Germania si vota e le istanze “verdi” sono considerate molto popolari nel paese) ma anche di convinzione personale (vedi il viaggio dello scorso anno in Groenlandia per vedere da vicino “gli effetti del climate change”) preferisce far adottare alla Cdu una linea di maggiore apertura ai temi ecologisti. Non lo segue il leader dei conservatori britannici, David Cameron, che un paio d’anni fa aveva lanciato la campagna “vote blue, go green” e che da tempo pubblicizza le sue scelte salutiste ed “ecofriendly”. Persino in America il Cav. trova poco seguito. E non tra i democratici, come è lecito aspettarsi, ma anche tra i repubblicani. Lo stesso John McCain lo scorso anno è stato il primo firmatario – con Joe Liebermann – di un disegno di legge per la riduzione delle emissioni industriali negli Stati Uniti.
Se McCain è un maverick capace di tutto, certo non si può dire lo stesso di Newt Gingrich, ex speaker della Camera dei rappresentanti e guru della destra liberista americana, che qualche mese fa ha partecipato a una campagna promozionale contro il global warming girando pure uno spot televisivo. Così, mentre il pensiero unico verde ha assunto sempre più i contorni di una nuova religione politicamente corretta, il Cav. ha berlusconianamente scelto di combattere contro il nuovo mito, le nuove ipocrisie, la nuova ideologia di attrazione di massa.

(© Il Foglio, 21 ottobre 2008)

Quelli che lo avevano detto prima, e ora noi dietro la lavagna


Milano. L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Di sicuro l’aveva detto Nouriel Roubini. L’economista bocconiano della New York University aveva parlato chiaro, e chi avesse avuto voglia di ascoltare – e di credere – avrebbe capito, e creduto. Era il 7 settembre quando il professore nato in Turchia e cresciuto in Iran, Israele e Italia prese la parola a una riunione di economisti al Fondo monetario internazionale e disse quel che aveva da dire, e cioè che nel giro di qualche mese l’America avrebbe sperimentato una crisi “di quelle che capitano una sola volta nel corso di una vita”. La previsione era meticolosa: “Il sistema si troverà ad affrontare l’esplosione di una bolla immobiliare, uno choc petrolifero, il naturale calo di fiducia dei consumatori e, di conseguenza, una profonda recessione”. Inevitabilmente, disse allora, il succedersi di questi eventi avrebbe portato “alla crisi o al fallimento di fondi speculativi, banche di investimento e altre grandi istituzioni finanziarie come Fannie Mae e Freddie Mac”. Disse proprio così: Fannie Mae e Freddie Mac, e in platea – e non soltanto in platea – cominciarono a darsi di gomito. Che Roubini avesse la fama di essere un “permabear”, che è un modo carino tra economisti per definire un collega un menagramo, era risaputo e la battuta del moderatore – al termine dell’intervento – strappò una risata a tutti: “Dopo queste previsioni ci vorrebbe qualcosa di forte da bere”. Racconta il New York Times, che due mesi fa ha rievocato l’episodio, che poco dopo un altro economista, Anirvan Banerji, prese la parola proprio per contestare le conclusioni “catastrofiste” di Roubini e lo fece utilizzando le motivazioni che solitamente sono proprie di un altro tipo di catastrofisti, quelli ambientali: “Le tue previsioni non si basano su alcun modello matematico e poi si sa che sei uno che dice sempre il contrario degli altri”. Perfino l’economista Stephen Mihm, che qualche mese fa lo aveva intervistato per conto del quotidiano newyorchese, pur riconoscendogli recentemente di essere stato il Dr. Doom, il dottor Destino capace di prevedere il futuro con strabiliante lucidità, non se l’è sentita di smentire il cliché della cassandra: “Dice di non essere un pessimista, ma è difficile credergli – scriveva un paio di mesi fa – persino quando sorride, le poche volte che lo fa, la piega delle labbra sembra più una smorfia che un sorriso”. E però quella smorfia diceva il vero. A febbraio era stato sempre lui a dire che diverse banche di investimento, in quel momento considerate ancora al riparo dalle ricadute del caos dei mutui subprime, sarebbero presto finite “pancia all’aria”. Sei settimane più tardi si scoprì, tanto per cominciare, quanto fosse fragile Bear Stearns. Roubini non aveva inventato nulla: semplicemente aveva applicato al caso degli Stati Uniti quel che aveva imparato studiando le crisi finanziarie che avevano colpito, negli anni Novanta, parecchi paesi emergenti, dal Messico all’Indonesia, dalla Russia all’Argentina. In tutti i casi – aveva notato l’economista – si trattava di paesi con un sistema bancario scarsamente regolato e con una tendenza a spendere (e a indebitarsi) oltre i limiti della propria disponibilità di liquidi. Che lo studio si sia rivelato accurato lo dice il vaticinio di due mesi fa: “O si nazionalizzano le banche o si nazionalizzano le ipoteche”, aveva spiegato l’economista dell’ateneo newyorchese. Il nuovo piano Paulson prevede l’ingresso dello stato (per il momento con 250 miliardi di dollari) nel capitale delle nove principali banche d’America. La previsione di Roubini si conclude con una recessione che – dice lui – “durerà circa diciotto mesi e sarà la peggiore dai tempi della Grande Depressione”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Perché non c’è mica soltanto Roubini. E non c’è nemmeno bisogno di scomodare Oswald Spengler e il suo “Tramonto dell’occidente” fresco di ristampa per Longanesi (quando si dice il tempismo), che in quel saggio travestito da romanzo storico già nel 1918 narrava del dominio delle masse, del denaro, della tecnica e dell’esaurimento della democrazia come tappe tristi dell’ineluttabile declino di una civiltà, la nostra. Basterebbe rimanere a Wall Street e andarsi a cercare quel che diceva tal Meredith Whitney, analista finanziario per la banca di investimento Oppenheimer e bionda moglie di un campione di wrestling, poco meno di un anno fa. Mentre i listini ricominciavano a salire dopo il caos subprime dell’estate 2007, la signora Whitney si mostrò pessimista e predisse un netto calo dei profitti per Citigroup (e così fu) e un destino di svalutazioni per le principali banche d’America, a cominciare da Lehman Brothers, fallita il mese scorso. Forbes l’ha inserita nella lista dei migliori analisti finanziari del paese e i suoi interventi al talk show finanziario della Fox, Cavuto on Business, sono attesi dagli operatori dei mercati come gli oracoli al tempo degli eroi omerici. Fortune le ha dedicato la copertina del mese di agosto, puntando anche sulla sua ancor giovane età (38 anni) e sull’aspetto gradevole da brava ragazza uscita a pieni voti dal college. Nell’articolo all’interno, Jon Birger le fa dire che “l’economia sta per sprofondare ai livelli dei primi anni Ottanta” e che lei si sente “al centro della peggiore crisi finanziaria della storia”. Il che d’altro canto dev’essere un po’ vero se Gus Sacco, manager di AG Asset Management, spiegava sempre a Fortune che “come Abby Joseph Cohen di Goldman Sachs sul finire degli anni Novanta, Meredith non può più permettersi il lusso di dire la sua senza aspettarsi che i mercati si muovano di conseguenza”. Una responsabilità che le ha già procurato, a lei che a chiamarla “permabear” c’è da farle un favore, una minaccia di morte e qualche centinaio di e-mail e telefonate minatorie.

L’Archéofuturisme
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Sarebbe bastato ascoltare la lezione di Guillaume Faye, maestro del pensiero identitario e guru della Nouvelle Droite, per capire che presto o tardi la “convergenza delle catastrofi” (che è pure il titolo del suo ultimo saggio, pubblicato in Francia dalle Editions du Lore con lo pseudonimo di Guillaume Corvus) si sarebbe alfine realizzata. Prendere un suo saggio semisconosciuto vecchio d’un decennio, “L’Archéofuturisme”, sarebbe stato sufficiente per capire che “per la prima volta nella storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dall’applicazione dei suoi progetti ideologici”, che sono poi il frutto di una “ideologia angelica del progresso in un mondo sempre meno vitale”. Lui, che da tempo preconizzava “una crisi peggiore di quella del ’29”, adesso prefigura un futuro apocalittico in cui “la popolazione del globo terrestre tornerà a un miliardo di persone. Ci saranno stermini di massa, effetto della fame e delle carestie. E’ impossibile immaginare un tasso di crescita del sei per cento l’anno, come se avessimo sei ‘pianeta Terra’ a disposizione. Alla fine del XXI secolo, la terra avrà due velocità: una piccola minoranza vivrà come oggi, un’altra vivrà un nuovo medioevo, senza tecnologia, senza risorse”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino in Italia qualcuno c’era arrivato. E non c’è bisogno di scomodare Giulio Tremonti, che prima ancora di tornare al ministero dell’Economia aveva affidato le sue riflessioni sulla crisi del capitalismo globale a un saggio (“La paura e la speranza”, Mondadori) nel quale pronosticava l’arrivo “di un nuovo ’29”. Più semplicemente sarebbe bastato scoprire uno come Eugenio Benetazzo, “il primo e unico predicatore finanziario” del nostro paese, come lui stesso ama definirsi (ma non gli spiace, contento lui, di farsi etichettare come “il Beppe Grillo dell’economia” e “il Marco Travaglio della finanza”). Non è un caso che qualche giorno fa fosse ospite di Michele Santoro ad Annozero. Lui “Duri e puri. Aspettando un nuovo 1929” (La Riflessione, ristampato quest’anno da Macro Edizioni) l’aveva scritto nel 2005 e già allora indovinava l’indovinabile, e cioè che “molti dovranno vendere le case che non possono più pagare. Che cosa avverrà della bolla finanziaria che fa costare 160 mila euro appartamentini che sono covi per scarafaggi? Di colpo, il vostro habitat da scarafaggi varrà, diciamo, 100 mila euro. O anche meno”. Da tre anni il trader originario di Sandrigo, nel Vicentino, gira pure lui l’Italia con uno show itinerante, “Blekgek” (ma ha anche una Web radio e un canale su YouTube), in cui spiega che il nuovo medioevo è alle porte e che la colpa è tutta delle banche. Quando, due anni e mezzo fa, Benetazzo spiegava in un’intervista a Stefano Lorenzetto che erano “le previsioni dei più quotati analisti indipendenti, che però non trovano spazio sui media” ad averlo convinto dell’imminente catastrofe finanziaria, il cronista del Giornale lo trattò con sufficienza. E non fu il solo. Eppure il trader vicentino consigliava quel che consiglierebbero in molti, oggi: “Primo: estinguere i mutui. Secondo: fuggire da tutti gli investimenti mobiliari quotati in dollari. Terzo: comprare terreni. E oro”. Il tutto in attesa del medioevo prossimo venturo: “Chi erano i ricchi nel medioevo? – chiedeva lui retoricamente all’intervistatore – Coloro che possedevano terreni e oro. Fra cent’anni sarà la stessa cosa”.

Persino uno come Nassim Taleb
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino uno come Nassim Taleb, che già per ammettere che “non sarà la fine della storia perché niente lo è mai” sembra un inguaribile ottimista, l’aveva capito per tempo, lui. Epistemologo e trader libanese trapiantato in America, Taleb è autore del saggio “Il Cigno nero, come l’imponderabile governa la nostra vita” (Il Saggiatore) che spiega – citando la scoperta dei cigni neri nel 1790 all’arrivo degli europei in Australia – “la fallacia narrativa con la quale ci autoinganniamo in moltissimi campi, dall’economia alle scienze sperimentali”. Il fatto è che, come ha spiegato lo stesso Taleb in un’intervista di pochi giorni fa all’agenzia Bloomberg, “quello di questa crisi era un prevedibilissimo cigno bianco”. Lo sanno gli investitori che seguono i consigli del fondo Universa Investments LP, di cui Taleb è uno dei principali consulenti, e che anche in questi mesi di turbolenze sui mercati non hanno smesso di guadagnare. Perché in fin dei conti è vero che, come diceva Yogi Berra, “è difficilissimo fare previsioni, soprattutto riguardo al futuro”, ma è pure vero che “persino un orologio fermo, due volte al giorno, segna l’ora esatta”. E questo non lo dice l’ineffabile Yogi, ma Anirvan Banerji, il rivale del profetico Roubini.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 ottobre 2008)

venerdì 24 ottobre 2008

sabato 18 ottobre 2008

In principio fu Dick Grasso. Ecco l’album d’oro (e che oro) dei Grandi Ingordi


Peccato perché nella hall del Ritz-Carlton Hotel di Half Moon Bay, nel nord della California, era tutto pronto. Le cameriere con la crestina e i maggiordomi in livrea si sarebbero schierati davanti al concierge, pronti ad accompagnare convegnisti e gentili signore (chissà se ufficiali o ufficiose) nelle suite prenotate all’uopo, magari in cambio di una mancia da ricordare. Purtroppo per loro, i manager del gruppo Aig non potranno gustarsi, almeno stavolta, il privilegio della vista mozzafiato dai finestroni in stile secondo Ottocento a picco sul Pacifico. Né perdersi negli oltre millecinquecento metri quadrati del modernissimo centro benessere o discutere con i colleghi su quale, tra i due campi da golf a diciotto buche del sontuoso resort, abbia il percorso più suggestivo. Sarà per un’altra volta, forse. O forse no. Edward Liddy, ceo di American Insurance Group, lo ha scritto qualche giorno fa in una lettera indirizzata al segretario al Tesoro, Hank Paulson. “Siamo in dovere, nei confronti dei nostri dipendenti e dello stesso pubblico, di adottare nuovi standard e un nuovo approccio nella conduzione degli affari”, ha spiegato il manager, aggiungendo che “questi ‘ritiri’ erano da molto tempo la norma nel nostro settore”. Che fossero la norma non c’è dubbio. Non a caso il mese scorso, appena un paio di giorni dopo aver appreso l’intenzione del governo degli Stati Uniti di entrare con 85 miliardi di dollari nel capitale della loro compagnia (con una quota dell’80 per cento), i top manager di Aig sono volati in California, a Monarch Beach, nell’extralusso St. Regis Resort, considerato “uno dei migliori posti dove soggiornare” dalle migliori guide turistiche internazionali. In una settimana, tra workshop e colazioni di lavoro, i capi della più grande compagnia di assicurazioni del mondo hanno speso 440 mila dollari così ripartiti: 200 mila di alloggio, 150 mila di vitto, 23 mila di cure termali e 67 mila di varie ed eventuali. Il conto, sostanzialmente a spese del contribuente americano, l’ha reso noto un deputato repubblicano della California, Henry Waxman, nel corso di un’audizione parlamentare dello scorso 7 ottobre. Il giorno dopo Eddy Liddy ha preso carta e penna e ha scritto a Paulson per scusarsi e annunciargli l’intenzione di annullare il secondo “ritiro” californiano per i manager del colosso delle assicurazioni. Nelle stesse ore, con un’altra lettera, Liddy ha anche chiesto formalmente alla Federal Reserve la concessione di un nuovo prestito da 37,8 miliardi di dollari “per migliorare lo stato di liquidità” della compagnia. Nel giro di poche ore, la Banca centrale guidata da Ben Bernanke ha erogato la somma.
Sia chiaro, quelli di Aig non hanno inventato niente. In principio fu Dick Grasso, l’ex amministratore delegato del New York Stock Exchange. Quando uscì la notizia della sua mega liquidazione da 140 milioni di dollari le polemiche (e le invidie) non mancarono. L’allora procuratore dello stato di New York, Eliot Spitzer, propose una causa contro l’ex top manager di Wall Street perché restituisse i soldi. Quattro anni dopo Grasso ha vinto la causa e si è tenuto la liquidazione perché i giudici hanno riconosciuto che il Nyse era un’azienda privata che poteva pagare quanto voleva i suoi dipendenti e che poi, quanto a qualità, il lavoro del manager italoamericano era stato encomiabile. Era lui, tutto sommato, l’artefice della riapertura dei mercati all’indomani dell’11 settembre, il segnale che nemmeno il terrorismo in casa poteva fermare il sogno americano. Difficilmente si potrebbe dire lo stesso dei grandi manager di banche e assicurazioni alle prese con il rischio di fallimenti, investimenti azzardati e salvataggi pubblici da qualche mese a questa parte. Eppure nemmeno loro sembrano voler rinunciare ai privilegi di un tempo di superlussi che è ieri, ma che sembra lontano secoli. E’ il caso, un’altra volta, di Aig. Nonostante le perdite per 5 miliardi di dollari registrate nell’ultimo trimestre del 2007, il consiglio di amministrazione della compagnia di assicurazioni lo scorso marzo concesse un bonus da 5 milioni di dollari all’allora ceo Martin Sullivan e una buonuscita da 15 milioni, più un contratto di consulenza da 34 milioni di dollari all’ex chief financial officer, Joseph Cassano. A giugno Sullivan è stato sostituito da Bob Willumstad, che per aver ricoperto la carica per soli tre mesi (il mese scorso è stato sostituito, su indicazione del Tesoro, da Liddy) ha maturato il diritto a una liquidazione da 22 milioni di dollari. Willumstad ha rifiutato il premio, ma il suo sembra un caso isolato. Negli ultimi cinque anni i dodici top manager delle principali banche d’America hanno guadagnato, messi assieme, circa un miliardo di dollari. A Dick Fuld, ex ceo della fallita Lehman Brothers, sono andati 256,41 milioni. Nello stesso periodo Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs – una delle poche banche senza grossi problemi a Main Street – ha guadagnato poco meno di 103 milioni e cifre simili sono andate a John Mack di Morgan Stanley, Vikram Pandit di Citigroup e Kenneth Lewis di Bank of America. Il nuovo piano Paulson, che prevede l’arrivo di denaro pubblico (per cominciare 250 miliardi) nelle casse delle principali banche del paese, prevede un ridimensionamento delle “executive pay” e che gli stipendi dei top manager siano stati fin troppo dorati (anche in relazione ai disastrosi risultati ottenuti) cominciano a pensarlo un po’ tutti, tanto che la scorsa settimana gli azionisti di Procter & Gamble, colosso specializzato in prodotti di bellezza, hanno votato una mozione per chiedere il ridimensionamento dello stipendio – giudicato scandalosamente alto – dell’amministratore delegato, Alan Lafley. Lo stesso hanno fatto i piloti della compagnia aerea United Airlines, da tempo in difficoltà, di fronte agli oltre dieci milioni di dollari garantiti al ceo Glenn Tilton ogni anno. Ma è contro i banchieri, soprattutto, a montare l’insofferenza: nel Regno Unito è il caso di sir Fred Goodwin, ex capo di Royal Bank of Scotland (ora nazionalizzata perché in crisi), che lo scorso anno aveva guadagnato 5 milioni di euro e che per andarsene, qualche giorno fa, ha preteso e ottenuto 900 mila euro di pensione.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 18 ottobre 2008)

Ecco tutte le (tante) volte che l’America ha fatto l’Iri


Milano. A chi oggi si meraviglia per la decisione del Tesoro di entrare – per il momento con una prima tranche da 250 miliardi di dollari – nel capitale delle principali banche degli Stati Uniti e ritiene la mossa di Hank Paulson un tradimento dello spirito liberista americano, farebbe bene la lettura di “Fifty Billion Dollars: My Thirteen Years with the Rfc” di Jesse Jones. Non che sia facile reperirne una copia. In Italia non è mai stato tradotto e al di là dell’Atlantico l’ultima ristampa risale al 1975. Su Amazon se ne trovano ancora (chissà per quanto) un paio di copie a poco meno di duecento dollari. Potrebbe valere la pena di spenderli, però, per acquistare l’autobiografia del più grande capitalista di stato della storia.
Se l’Italia ha avuto in Alberto Beneduce la personificazione dell’intervento pubblico nell’economia, lo stesso ruolo – negli stessi anni – in America l’ha ricoperto Jesse Holman Jones. Fu lui – nominato da Hoover nel 1932 nel consiglio d’amministrazione della Reconstruction Finance Corporation (Frc), l’Iri statunitense per eccellenza, e promosso alla sua guida l’anno seguente da Franklin Delano Roosevelt – a gestire i cinquanta miliardi di dollari (da cui il titolo del libro) che servirono all’America per uscire dalla Grande Depressione. Figlio di un produttore di tabacco, costruttore, commissario della Croce rossa statunitense durante la Prima guerra mondiale, Jones ebbe a disposizione il più ricco budget pubblico di sempre. Secondo i calcoli di Alex Pollock, economista all’American Enterprise Institute, “quei cinquanta miliardi sarebbero, considerando soltanto l’adeguamento all’inflazione dal 1933 a oggi, circa 800 miliardi odierni. Tenendo presente anche la crescita nominale del pil da allora ai nostri giorni, la cifra realisticamente più vicina è 12 mila miliardi di dollari”. Con quella montagna di soldi Jones finanziò la ripresa economica del paese durante gli anni Trenta e fino alla fine della Seconda guerra mondiale, quando lasciò tanto l’incarico alla Rfc quanto quello – assunto nel 1940 – di segretario al Commercio nell’Amministrazione Roosevelt. In quegli anni i fondi pubblici messi a sua disposizione servirono, soprattutto, a immettere capitali freschi in oltre seimila tra banche e istituzioni finanziarie che videro lo stato diventare uno dei loro maggiori azionisti, quando non il principale. Lo schema di intervento l’avrebbe spiegato, proprio nella sua biografia, lo stesso Jones. Lo stato, tramite l’agenzia da lui guidata, sottoscriveva quote di capitale delle banche, quindi in quanto socio giudicava l’operato del management e se necessario ne otteneva il cambio. Una volta stabilizzata la situazione, la mano pubblica aumentava il proprio investimento acquistando azioni privilegiate in grado di generare utili in tempi relativamente brevi. Il passo successivo era la vendita ai privati.
Che per un decennio Jesse Jones sia stato l’uomo più potente d’America, o perlomeno il più potente dopo Roosevelt, è più che probabile. Lo credeva pure un giovane democratico texano come lui, Lyndon Johnson, che faticava a uscire dal suo cono d’ombra e a farsi strada verso Washington. Lo chiamava, si dice, “Jesus H. Jones”, e il suo non voleva certo essere un complimento. Sebbene sia stato il più eclatante, il caso della Reconstruction Finance Corp. non è stato il solo nella storia dell’economia statunitense. Lungi dall’essere l’eccezione alla regola, esso è stato semmai l’applicazione pedissequa della regola. Con una differenza: prima della crisi del ’29 l’intervento pubblico nell’economia era quasi sempre giustificato dall’emergenza bellica, e non da quella finanziaria.
Era successo durante la Guerra di secessione, quando Abramo Lincoln ordinò il sequestro per pubblica utilità delle linee ferroviarie e di quelle telegrafiche per ristabilire i collegamenti, interrotti dai simpatizzanti della Confederazione, tra Washington e Annapolis, nel Maryland. Lo fece d’imperio e soltanto qualche mese più tardi il Railroad and Telegraph Act del 1862 legalizzò la decisione, poi confermata da una sentenza della Corte suprema. Un’altra sentenza, del 1920 però, avallò il sequestro delle ferrovie e delle società per l’esercizio telegrafico promosso dalle autorità federali ai tempi dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti, nel 1917. I giudici, nel caso Stoehr v. Wallace, confermarono la legittimità della decisione adottata dall’Amministrazione Wilson, che al tempo stesso – con il National Defense Act del 1916 – aveva sancito il diritto del governo americano a prendere possesso delle industrie belliche e di quelle trasformabili allo scopo. La stessa cosa la fece Roosevelt, che durante la Seconda guerra mondiale – per non rompere la pace sociale e scongiurare uno sciopero – nazionalizzò persino una catena di negozi, la Montgomery Ward, fallita nel 2001 e ora attiva soltanto nell’e-commerce. Andò peggio soltanto a Harry Truman, che nel 1952 non riuscì a convincere i supremi giudici americani sulla necessità di confiscare 88 acciaierie per garantire la continuità negli approvvigionamenti militari durante la guerra di Corea.

Banche in crisi e treni in orario
Per rintracciare – Jesse Jones a parte – l’ingresso di capitale pubblico in una banca bisogna arrivare però al 1984 e alla presidenza dell’iperliberista Ronald Reagan. Fu la sua Amministrazione, infatti, a decidere il salvataggio – tramite l’acquisto dell’80 per cento del pacchetto azionario – della Continental Illinois National Bank and Trust, allora una delle dieci banche più grandi d’America. Il Tesoro, nell’operazione, sborsò – attraverso la Federal deposit insurance corporation – circa 4,5 miliardi di dollari per risolvere la grana dei prestiti a buon mercato concessi dalla banca (“troppo grande per fallire”) ai produttori petroliferi del Texas e dell’Oklahoma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta. La privatizzazione arrivò soltanto dieci anni più tardi, nel 1994, quando Bank of America (uno dei nove istituti che per primi cederanno azioni al Tesoro secondo il nuovo piano Paulson) assorbì la Continental Illinois, togliendone il marchio dal mercato.
In tutti i casi, la nazionalizzazione di attività imprenditoriali negli Stati Uniti è stata comunque vissuta come una necessità contingente, un acquisto pro tempore nell’attesa di trovare un privato in grado di rioccupare una nicchia più o meno grande di mercato provvisoriamente in crisi. In tutti i casi, tranne uno. Era il 1970 quando il Congresso approvò il Rail Passenger Service Act, una legge nata allo scopo di sussidiare le ventisei società private che allora gestivano il trasporto ferroviario tra una città e l’altra. L’Amministrazione allora in carica andò oltre e diede vita a un’azienda pubblico-privata, ma controllata a larghissima maggioranza dal governo federale, per gestire direttamente il servizio intercity. Era nata la National Railroad passenger corporation, meglio conosciuta come Amtrak, i cui vertici sono da allora nominati dalla Casa Bianca (e il Senato è chiamato ad avallare la scelta) e che conta tuttora oltre 19 mila dipendenti e quasi 29 milioni di passeggeri ogni anno. Il presidente, allora, era Richard Nixon, un repubblicano. Come Lincoln. Come Hoover. Come Reagan. Come George W. Bush.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 16 ottobre 2008)

martedì 14 ottobre 2008

All'ombra della crisi


Milano. I ripetuti crolli di Wall Street e i fallimenti di banche e assicurazioni occidentali hanno spinto l’ufficio stampa di al Qaida, qualche giorno fa, a confezionare un nuovo video propagandistico: “I nemici dell’islam stanno subendo una cocente sconfitta che si manifesta, per il momento, con la crisi epidemica del loro sistema economico”, ha spiegato in mezz’ora di filmato l’islamista americano Adam Gadahn, da quattro anni sulla lista dei ricercati eccellenti dell’Fbi e che qualcuno credeva morto in un raid pachistano dello scorso febbraio.
Sull’analisi che Gadahn fa della crisi economica mondiale, secondo lui imputabile allo sforzo bellico di Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, i pareri possono essere discordi. Sul fatto che a beneficiarne siano i tanti nemici dell’America, invece, i dubbi sono pochi. Più delle analisi, sono le notizie delle ultime settimane a dirlo. L’ultima, data ieri dal New York Times, che citava fonti riservate dell’Aiea, riguarda il nucleare iraniano, sempre meno civile e sempre più militare. Mentre l’Amministrazione Bush è costretta a salvare le principali istituzioni finanziarie del paese per scongiurare una recessione senza precedenti, uno dei dati che emergono è il rinnovato attivismo del regime di Teheran. Secondo il quotidiano, gli ispettori dell’Onu avrebbero trovato documenti in grado di dimostrare – una volta appuratane l’autenticità – che gli iraniani starebbero sviluppando, grazie alla collaborazione di uno scienziato russo, l’uso dell’energia atomica per confezionare la Bomba. Finora nulla farebbe pensare che lo scienziato, del quale non è trapelato il nome, agisca per conto del governo di Mosca. Che i legami tra Russia e Iran si stiano rafforzando proprio in queste settimane, però, è evidente. Nonostante le smentite del Cremlino, americani e israeliani temono che le forze armate russe possano fornire a quelle iraniane alcune batterie antimissili S-300, considerate tra le più avanzate al mondo e in grado di neutralizzare un eventuale bombardamento dei siti nucleari di Teheran.
I russi starebbero però lavorando anche su altri fronti. Su quello siriano, sicuramente: proprio ieri una squadra navale di quattro unità è arrivata nel porto militare di Tartus, nel Mediterraneo. A guidarla, l’incrociatore nucleare Pietro il Grande e il sommergibile Ammiraglio Chabanenko. L’arrivo della miniflotta, in concomitanza con il trentacinquesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, sembra tutto fuorché una casualità. Da metà settembre il governo di Damasco ha disposto la mobilitazione di diecimila militari, ormai tutti dislocati e pronti a un eventuale combattimento, lungo il confine siro-libanese. Allo stesso tempo, fonti di intelligence hanno rivelato che gli iraniani avrebbero provveduto al commissariamento militare di Hezbollah con la nomina di Muhammad Riza Zahdi a successore di Imad Mughniyeh, ucciso in un raid israeliano a febbraio. Il compito del nuovo addetto militare del leader Hassan Nasrallah sarebbe quello di facilitare l’arrivo di armi iraniane in territorio libanese passando dalla Siria. L’accerchiamento di Israele (che al sud, a Gaza, sta ancora tentando di contenere il pericolo di Hamas) è tanto grave quanto quello che rischiano gli Stati Uniti.
(segue dalla prima pagina) Una volta ripartite dai porti siriani di Tartus e Latakia, le unità navali inviate da Mosca parteciperanno a un’esercitazione della nuova flotta russa nel Mediterraneo, quindi raggiungeranno le navi da guerra della marina venezuelana e simuleranno battaglie navali nei Caraibi, a poche centinaia di chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Nell’Artico, a due passi dall’Alaska, in questi giorni sono già in corso alcune esercitazioni aeree – le prime dal 1984 – dei bombardieri russi TU-95 e TU-160.
Anche senza contare l’attivismo militare del premier russo Vladimir Putin, a sua volta alle prese con la crisi del credito, i fronti caldi lasciati sguarniti dall’America in affanno restano numerosi. Giovedì le autorità della Corea del nord hanno informato gli ispettori dell’Aiea che non sarà più consentito loro l’accesso al reattore di Yongbyon e hanno aggiunto di non aver più alcuna intenzione di smantellare il sito nucleare. Persino la ricomparsa dei pirati al largo delle coste somale è un segnale della disattenzione americana: dopo la cattura del carico di armi trasportato dalla nave ucraina Faina (forse finito in mano ai qaidisti guidati da Abdullah Mohamed Fazul) ci sono volute due settimane perché, ancora giovedì, i ministri della Difesa dell’area Nato giungessero a un accordo per l’invio di navi da guerra a presidiare il Corno d’Africa. Come notava sul Jerusalem Post di ieri Jonathan Spyer, “il crollo di Wall Street del ’29 è un esempio imperfetto ma utile per capire cosa sta succedendo. Nel 1928, in un paese dell’Europa centrale, un piccolo partito venne umiliato alle elezioni con un misero 2,6 per cento. Qualche anno più tardi, grazie alle condizioni create da quel crollo, quel partito vinse le elezioni. Il paese era la Germania. Il partito si chiamava Partito nazionalsocialista dei lavoratori e il resto è storia nota”.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 11 ottobre 2008)

lunedì 13 ottobre 2008

Lilli l'irriducibile


Da qualche mese la signora Lilli fa fatica a distribuire i suoi celebri Baci. Non che siano meno buoni d’un tempo, anzi: gli anni d’esercizio a dosare farina e mandorle (“ma solo quelle ben tostate”, assicura lei) non sono certo passati invano. I Baci di Lilli sono una delizia che però in Corso Allamano, a Grugliasco, sempre meno persone hanno l’occasione di gustare. Gli oltre milleduecento operai che fino al 2004 entravano ogni mattina nello stabilimento di Corso Allamano da tre anni e mezzo sono a casa, in cassa integrazione, e difficilmente hanno voglia di deliziarsi il palato con le dolcezze della signora Lilli. Piuttosto cercano di capire che fine farà – e se proprio di fine bisognerà parlare – la loro azienda. Si inventano lavoretti per portare a casa qualcosa in più dei 600 euro che tutti i mesi, a fine mese, arrivano a casa loro sotto forma di assegno. La metà, euro più euro meno, di quel che guadagnavano finché c’era da essere le mani e le braccia di una delle più prestigiose officine del made in Italy, la Carrozzeria Bertone. Spesso i tanti operai e i pochi impiegati che ancora non hanno trovato una nuova occupazione si incontrano, al bar o ai giardinetti, sfogliano i giornali locali e scoprono che la fine dell’esilio dalla fabbrica potrebbe finire. Oppure no.
Nell’ultimo anno e mezzo la Bertone spa, la società capofila del gruppo fondato da Giovanni Bertone nel 1912 e rilanciato da Giuseppe nel dopoguerra, è stata più volte sul punto di essere venduta. S’era fatta avanti la Fiat, vicina per ragioni di storia e di geografia, ma anche di business: l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, nel 2007 aveva lasciato intendere che – magari partendo dal progetto di una nuova Lancia Cabrio – le due aziende avrebbero potuto legarsi in modo stabile, dopo decenni di collaborazione fruttuosa. Gli operai già si davano di gomito dai bar ai giardinetti: vedrai che si torna a lavorare, si dicevano, pronti a non dover comprare più un giornale per conoscere il loro destino. Non avevano fatto i conti con Lilli. La signora analizzò la proposta, soppesò il problema, valutò le conseguenze e poi disse che no, a quelle condizioni la Lancia Cabrio poteva rimanere in un cassetto ancora per un bel po’. Se la facessero da soli, Montezemolo e Marchionne. C’è chi dice che il gran rifiuto fosse dovuto alla pretesa dei torinesi di venire a fare i padroni a Grugliasco in cambio di un assegno da cento euro per rilevare un’azienda senza più soldi in cassa e senza una commessa di rilievo da anni. C’è chi dice che l’offerta fosse migliore, ma prevedesse troppi esuberi e non fosse pertanto abbastanza buona da convincere la signora Lilli che si trattasse d’un affare degno del suo Nuccio.
S’erano incontrati nel ’56, Lilli e Nuccio. Prima ancora di conoscersi, li legava la passione per le auto. Doveva essere un tipetto niente male Lilli, che allora era soltanto Ermelinda Cortese, per venirsene a Torino da Alessandria a farsi montare – racconterà in un’intervista parecchi anni dopo – “dei rostri per il paraurti della 600 nuova che mi aveva regalato il mio papà”. Bionda, occhi chiari, sinuosa, la ventenne Lilli sta scegliendo il rostro giusto per la sua utilitaria quando l’avvicina un uomo affascinante e ben vestito: “Secondo me questo tipo è più adatto di quello che ha scelto lei”, esordisce lui. “E lei come fa a saperlo?”, ribatte subito la Lilli. “Mi chiamo Nuccio Bertone e faccio il carrozziere”, la risposta.
In realtà Nuccio Bertone non era più un artigiano da un bel po’. Nel 1956 la sua Carrozzeria, che allora aveva sede in Corso Peschiera, aveva da poco sfornato la MG cabriolet e la Giulietta Sprint e lui stesso, da qualche giorno, girava per Torino con un prototipo turchese della velocissima Giulietta Sprint Special. Prima erano venute la Lancia Ardita e la Lancia Artena e due cabrio che sapevano di futuro (erano gli anni Quaranta) come la Fiat 2800 e la 1100 Stanguellini. Nuccio Bertone, insomma, era già Nuccio Bertone. La Lilli rimane soggiogata dal fascino di quel signore di 42 anni che ha fatto dello stile la propria vita e che, tra i suoi amici, può contare tutti i migliori nomi dell’alta borghesia piemontese, a cominciare dagli Agnelli. I due si sposano e hanno due figlie, Barbara e Marie Jeanne. Lui continua a disegnare modelli che fanno la fortuna del design italiano nel mondo e si diverte a competere, di volta in volta, con gli altri carrozzieri piemontesi di grido: Pinin Farina (allora ancora staccato) e Ghia. Nel ’59 assume un giovane disegnatore di belle speranze: ha 21 anni e nel curriculum può già vantare una breve esperienza al Centro Stile Fiat dell’ingegner Dante Giacosa, quello della Topolino e della 500. Si chiama Giorgetto Giugiaro e resterà cinque anni alla Bertone, abbastanza da partecipare all’elaborazione dei progetti per l’Alfa 2600 Sprint, della Fiat Dino Coupé e della Ferrari 250 Gt. Qualche anno più tardi lo sostituirà un altro genio come Marcello Gandini, uno in grado di disegnare nel giro di pochi anni bolidi che faranno la storia dell’automobile come la Lamborghini Miura, la Lancia Stratos, la Fiat X1/9 e la Lamborghini Countach.
Lilli invece si dedica alla sua grande passione culinaria. Conosce il pasticcere Nene Maggiora, una leggenda piemontese legata ai biscotti di Carrù, comincia a frequentare i corsi gastronomici della chef Romana Bosco e a visitare i ristoranti dei migliori gourmet della Costa Azzurra. Sono anni di mondanità vistosa (la Torino snob non le ha mai perdonato i visoni rosa e turchini che le arrivavano in quantità dalla premiata pellicceria Togno) e di successi familiari che proseguono, quasi senza sosta, fino alla morte di Nuccio, che nel ’97 se ne va a 83 anni. In quei giorni lo stabilimento di Corso Allamano produce le multispazio Berlingo per Citroën, ma l’azienda ha già in mano un contratto con la Bmw per la realizzazione di uno scooter coperto a dir poco innovativo, il C1. E poi ci sono le commesse storiche, come quelle di Fiat e Opel per le versioni cabrio della Punto e dell’Astra. Tra tutti, sono 70 mila veicoli l’anno.
A un certo punto, però, si rompe qualcosa. Succede intorno al 2000, quando la Opel fa sapere che non si avvarrà ancora dei designer (e degli impianti) Bertone per i suoi prossimi modelli, come la nuova Tigra. Anche la Fiat, con tutti i suoi marchi, all’improvviso scompare. Gli operai cominciano a non saper come fare per impegnare il tempo. Lilli li rassicura, dice che si tratta di una bufera passeggera dovuta alla crisi dell’automotive un po’ in tutto il mondo. A Paolo Caccamo, l’amministratore delegato da una vita al fianco del marito Nuccio, dice invece che è meglio farsi da parte. Lo sostituisce con Bruno Cena, manager alla Fiat durante la gestione Cantarella. Ci penserà lui, dice Lilli per rassicurare le maestranze e forse anche se stessa, a far uscire la Carrozzeria e il Centro Stile di Caprie, in Val di Susa, dalle secche. I contatti con il Lingotto non mancano, è lì che si deve puntare. Sul finire del 2003 i risultati sembrano arrivare: con il management dell’Alfa Romeo viene siglato un preaccordo per produrre a Grugliasco la nuova Gt, erede di quella disegnata dal team Bertone negli anni Sessanta. Anche per questo, è una commessa che ha il sapore della rivincita. Diventa, invece, il dramma di un’azienda: nei primi mesi del 2004 il Gruppo Fiat fa sapere che l’Alfa Gt sarà prodotta nello stabilimento di Pomigliano d’Arco dove, altrimenti, i dipendenti del Biscione si troverebbero senza lavoro a sufficienza. Il preaccordo non diventerà mai accordo e la commessa sfuma.
Lilli caccia Cena e comincia a sostituire un manager dopo l’altro. Da qualche mese l’azienda ha ottenuto la cassa integrazione per gli oltre 1.500 dipendenti. In quasi cinque anni, soltanto trecento di loro troveranno posto da un’altra parte. Gli altri sono ancora lì, a sperare che i vecchi tempi non siano finiti per sempre. Il primo tentativo è con un genero, Michele Blandino, che non riesce a concludere un accordo con Opel e porta a casa un’intesa con Bmw per la sola produzione di duemila esemplari della Mini. E’ il 2006, e da allora le commesse sono finite.
Nel frattempo, ai clienti si sono sostituiti i potenziali compratori. Nel 2005 si fa avanti Massimo di Risio, fondatore della DR Motor Company che in pochi anni s’è inventato una casa automobilistica a Termoli e vende i suoi modelli (realizzati con componentistica cinese) soltanto nei grandi ipermercati del nord Italia. All’imprenditore molisano serve più che altro un centro stile come quello della Val di Susa, ma l’idea di comprarsi stabilimenti e marchio della Bertone non gli dispiace. Lilli, però, non cede. Nuccio, dice lei, non avrebbe voluto vendere mai. Il marchio, poi, nemmeno a parlarne.
Di Risio è soltanto il primo a ricevere un rifiuto. Marchionne – che oltre alla Lancia Cabrio proponeva una collaborazione con Iveco per una linea di camper – è il secondo, ma non l’ultimo. A fine 2007 è la volta di Gian Mario Rossignolo, uno che – ai tempi della presidenza di una Telecom Italia ancora in mano pubblica, era il 1998 – il Financial Times definì “il John Wayne delle tlc”. Più che un cowboy, il manager piemontese di 77 anni pare l’uomo della Provvidenza. Un passato da giovane dirigente in Fiat tra i “kennediani” del dopo Valletta, la capacità di dialogo con i sindacati, il salvataggio della Zanussi di Pordenone e la stessa esperienza alla guida dell’azienda telefonica di stato ne fanno, sembra, la persona giusta per risollevare le sorti della Bertone. A dicembre Rossignolo fa sapere di essere pronto a sottoporre un piano, reso fattibile dal partner finanziario Meliorbanca, per rilevare la Carrozzeria e inserirla in un progetto con al centro l’ex Delphi di Livorno per la realizzazione di Suv extralusso. Gli operai ricominciano a sperare, i sindacati spingono per il sì alla cessione, la giunta regionale guidata da Mercedes Bresso lascia intendere che la politica non farebbe problemi. Persino le figlie di Nuccio (una, Barbara, è stata licenziata pochi mesi prima dalla madre che l’aveva promossa direttore generale l’anno precedente) fanno capire che a loro una vendita così non dispiacerebbe affatto. A Natale, però, Lilli decide di festeggiare senza Rossignolo.
Pochi giorni dopo è il turno di un imprenditore piemontese, Domenico Reviglio, che promette di rilanciare lo storico marchio del design con un progetto avveniristico: costruire auto ad aria compressa e poi sfruttare il proprio know how per fare i terzisti nel settore aeronautico. Per una volta, la vedova di Nuccio sembra convincersi. A gennaio, dopo due settimane di trattative, firma un preliminare con Reviglio per cedere attività e macchinari, tenendo per sé il marchio e i terreni su cui sorgono gli impianti. L’escamotage è una nuova società, la Keplero, in cui Reviglio ha il 65 per cento delle quote e Lilli il 35. Reviglio annuncia in conferenza stampa che “da lunedì i lavoratori potranno tornare in fabbrica”. Di quale lunedì parlasse, non s’è mai capito. Il giorno dell’effettivo passaggio delle azioni dai Bertone al nuovo arrivato, un agronomo del Cuneese, in realtà va in scena il dramma familiare: in pochi metri quadrati si tengono tre riunioni. Nella prima stanza, sola, c’è Lilli Bertone che accetta la nomina ad amministratore unico della Bertone spa, la società che dovrà poi avallare la vendita a Reviglio. Nell’ufficio accanto le figlie Barbara e Jeanne Marie, i cugini e soci di minoranza Gracco de Lay e i sindaci della società eleggono invece Barbara alla guida della capogruppo. A due passi c’è Reviglio, con i suoi legali, che aspetta di sapere con chi – e a che titolo – dovrà parlare. Pochi giorni dopo, il piano viene definitivamente bloccato dalla magistratura, tanto che la procura di Torino apre un fascicolo per appurare una presunta bancarotta fraudolenta.
L’epilogo è l’amministrazione controllata, con gli incaricati dal ministero delle Attività produttive in cerca da mesi di un nuovo compratore. Se ne sono fatti avanti sei: tre cordate cinesi, una indiana, una russa e una spagnola, quest’ultima con alle spalle un marchio di prestigio come Lotus. A giugno un’azienda di Hong Kong sembrava a un passo dall’acquisto ma pretendeva, come tutti, di impossessarsi anche di marchio e terreni, che però sono di un’altra società, la NuBe (acronimo che sta per Nuccio Bertone), dalla quale Lilli è riuscita a estromettere le figlie grazie alla conversione euro-lira: per far quadrare i conti, il suo 50 per cento è diventato più ricco di un centesimo. Gli operai, che nonostante tutto alla vedova del patriarca vogliono ancora bene, scrivono una lettera aperta per chiedere che, almeno stavolta, non si perda un’altra occasione. Lilli non li ascolta e, intervistata da Repubblica, ammette di non capirli: “I cinesi si prenderebbero il marchio, chiuderebbero lo stabilimento e andrebbero a produrre a minor costo a casa loro”. Qualche anno prima, i sindacati le avrebbero dato ragione. Adesso non le danno torto, sperando forse che entro la fine dell’anno – a gennaio i commissari minacciano di portare i libri in tribunale – la signora Ermelinda accetti una delle cinque proposte ancora in piedi e torni a sfornare i suoi deliziosi Baci di dama.

(© Il Foglio, 11 ottobre 2008)

Ci mancava la guerra per Wachovia


Che Vikram Pandit non l’abbia presa bene si capisce da quel che ha detto, tre giorni fa, in una riunione con i principali manager della sua banca. “E’ come aver comperato un biglietto della lotteria a due dollari, averne vinti dieci, lasciarselo rubare e accontentarsi di due dollari e mezzo come risarcimento”, ha spiegato ai suoi il ceo (da appena dieci mesi) di Citigroup. Il riferimento è all’accordo – sfumato nel giro di un paio di giorni – per l’acquisto della grossa banca regionale Wachovia, per la quale il gruppo guidato da Pandit aveva avanzato un’offerta da 2,16 miliardi di dollari, circa un dollaro ad azione. Offerta accettata a parole dal management di Wachovia, grazie anche alla mediazione della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l’agenzia pubblica che garantisce i depositi bancari, che avrebbe liberato l’istituto in vendita degli asset e dei titoli ad alto rischio. Quando però venerdì scorso un’altra grande banca americana, Wells Fargo, ha rilanciato offrendo oltre 15 miliardi di dollari per il suo acquisto (debiti a rischio compresi), cioè 7 dollari per ciascuna azione, al quartier generale di Charlotte, in Carolina del nord, hanno pensato che la vecchia regola di vendere al miglior offerente fosse comunque la migliore da seguire. Pandit e i suoi non l’hanno presa bene, tanto da citare in giudizio Wachovia e Wells.
Quando però i due colossi del credito avrebbero dovuto dare il via alla battaglia giudiziaria, i loro legali si sono presentati davanti al giudice distrettuale Lewis Kaplan e gli hanno chiesto un rinvio. Non l’hanno fatto di loro iniziativa. A intervenire per tentare una difficile mediazione è stato il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, tutt’altro che entusiasta all’idea di dover assistere a uno scontro tra banche mentre lui è impegnato a salvarne altre in crisi di liquidità. Le preoccupazioni della Fed sono tutte per Citigroup. Dopo l’annuncio della contromossa di Wells Fargo, il titolo della banca di Pandit ha perso terreno a Wall Street e gli operatori del mercato hanno cominciato a dubitare della sua solidità. Se Citi avesse le carte in regola – è il loro ragionamento – rilancerebbe con un’altra offerta anziché ostinarsi a voler spendere quanto preventivato a costo di rivolgersi a un giudice. La mediazione della Fed (l’ultimo rinvio accordato dal giudice scade oggi) prevede una divisione di Wachovia tra i due contendenti, con Citi pronta a rilevare depositi e filiali nel nordest, Wells quelli nel sudest e la mano pubblica pronta ad accollarsi (come nell’accordo Citigroup) gli asset rischiosi. In un editoriale pubblicato ieri, il Wall Street Journal suggerisce al ministro del Tesoro, Hank Paulson, di andare oltre e immettere capitali freschi nelle casse di Citi “prima che sia tardi”, confermando i timori di chi sostiene che intervento pubblico chiama sempre intervento pubblico.

(© Il Foglio, 10 ottobre 2008)

Update: alla fine se l'è presa Wells Fargo. Menomale.

sabato 11 ottobre 2008

Così tra cene e litigi Livni e Barak costruiscono il governo


Gerusalemme. Il galateo avrebbe suggerito di servire Yonut Hashaloh, la colomba della pace. La ricetta è semplice, e Tzipi Livni avrebbe persino potuto cimentarvisi, tra una riunione con gli emissari di Shas e un’altra con quelli del partito ultraortodosso della Torah, per amore di patria (e di maggioranza). Bisogna prendere i piccioni aperti a metà e puliti e friggerli in olio abbondante fino a dorarli. Il difficile, semmai, viene dopo, quando l’olio rimanente va travasato in una casseruola aggiungendo margarina, prezzemolo, sedano, aglio, cipolla e alloro. Solo allora comincia la friggitura vera e bisogna cospargere tutto con sale, pepe e vino bianco, prima di spostare la casseruola in forno per un’oretta.
A giudicare dall’esito della cena, il leader di Kadima e suo marito Naftali Spitzer devono aver offerto qualche altra pietanza a Ehud Barak e a sua moglie, Nili Priell. Magari il Charshofay Natseret, il carciofo con misto di carni, o il ricercato Regel Krushah, il vitello in gelatina. Il leader laburista e la sua signora si sono trattenuti alcune ore nella bella casa di North Tel Aviv, il quartiere più snob ed europeggiante della metropoli israeliana. Sugli argomenti affrontati dalle due coppie nel corso della serata non esiste una versione ufficiale. Difficilmente, nonostante la cordialità suggerita dal desco di casa Spitzer-Livni, l’incontro è servito allo scopo per il quale era stato organizzato: sbloccare le trattative per la formazione del prossimo governo israeliano.
Dallo scorso 17 settembre, quando si è aggiudicata la maggioranza dei voti alle primarie di Kadima contro il rivale Shaul Mofaz, Tzipi Livni è il primo ministro incaricato d’Israele. Ehud Olmert – che continua a essere interrogato dai giudici e dalla polizia a intervalli regolari per rispondere delle accuse di corruzione – è ancora formalmente il capo dell’esecutivo e spetta a lui e ai suoi ministri il disbrigo degli affari correnti. A Livni, la prima donna chiamata a formare un governo a Gerusalemme dai tempi di Golda Meir, spetta invece l’onere di costruire una maggioranza parlamentare che riesca a sorreggere il suo primo governo e a scongiurare il voto anticipato. Poche ore dopo l’elezione alla guida del partito che fu di Ariel Sharon, Livni ha tentato l’intentabile, chiedendo al leader del Likud, Benjamin Netanyahu, di formare con lei e con tutti i partiti della Knesset un gabinetto di unità nazionale nel quale tutto potesse essere messo in discussione a eccezione della leadership in carico a Kadima. Il leader della destra ha dato un’occhiata ai sondaggi che lo danno ormai da mesi in testa alle preferenze degli israeliani e ha rifiutato l’offerta, certo di dover aspettare non più di sei settimane – tanto è il tempo a disposizione del premier incaricato – per tornare al governo da solo.
E’ stato a quel punto che Tzipi Livni deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di una premiership soltanto sfiorata. Per conquistare il governo, avrebbe dovuto riconquistare l’alleato-nemico Barak. Formalmente, il leader laburista non dovrebbe faticare a rimanere dov’è: un anno fa, dopo aver strappato la leadership di Avoda ad Amir Peretz, l’ex premier era stato richiamato al governo – come ministro della Difesa – da Ehud Olmert. Quando però quest’ultimo ha cominciato a essere nei guai per le bustarelle ricevute dal finanziere americano Morris Talansky, Barak non l’ha difeso, preferendo sollevare una “questione morale” che poteva avere un solo sbocco: le dimissioni del primo ministro. L’obiettivo è stato raggiunto. Lo scorso luglio Olmert ha accettato l’indizione delle primarie del suo partito e non ha presentato la propria candidatura, accettando (almeno per ora) la fine della sua carriera politica. Due mesi più tardi, il suo posto è stato preso da Livni, suo ministro degli Esteri.
E’ stato a quel punto che Ehud Barak deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di un successo politico controproducente: lasciarsi riconquistare da Livni. I sondaggi dicono infatti che, se si andasse a votare domani, gli israeliani farebbero quasi certamente vincere il Likud di Bibi Netanyahu e ridimensionerebbero Kadima. I centristi guidati da Tzipi Livni rimarrebbero comunque la prima forza dell’opposizione. I laburisti di Avoda, invece, faticherebbero invece a riconfermare i loro seggi alla Knesset. Persino quello di Barak potrebbe essere a rischio. Per scongiurare la débacle elettorale e l’irrilevanza politica, il leader laburista deve insomma formare una maggioranza e un governo il più possibile simili a quelli che ha contribuito a rompere in prima persona.
In poco più di venti giorni i contatti tra Livni e Barak non si sono limitati a una cena in casa, per quanto cordiale. I due si sono visti più volte, si sono sentiti telefonicamente quasi tutti i giorni e – quando non l’hanno fatto – c’erano gli emissari di Kadima e Avoda a trattare per loro. Chi fa parte della loro cerchia ristretta giura che l’accordo tra i due sia a un passo, sebbene in tre settimane nulla sembra essere cambiato. “Sono i loro emissari, piuttosto, a cavillare troppo, forse per dimostrare di essere dei buoni avvocati”, ironizzava un po’ amaramente un dirigente laburista coperto dall’anonimato citato qualche giorno fa dal Jerusalem Post. Che l’intesa sia a un passo non lo dicono però le dichiarazioni di Barak. Lui, che il 23 settembre scorso giurava ai suoi nel corso di un’assemblea del partito che “Avoda rimarrà un fattore chiave della politica israeliana” sotto la sua leadership, nel giro di pochi giorni ha lasciato intendere di preferire le elezioni (secondo quanto riportato dal ministro laburista dell’Agricoltura, Shalom Simhon) ma anche di volerle evitare a ogni costo. Negli stessi giorni Barak ha pure detto che “nessuna condizione” tra quelle da lui poste a Kadima era stata esaudita, salvo poi far capire che invece il negoziato tra le due principali forze dell’ex maggioranza di governo era “nelle fasi conclusive”.

“Fulmine” e gli altri
La stampa israeliana non ha risparmiato l’ironia. Il Jerusalem Post ha ricordato che in ebraico Barak vuol dire fulmine e che “i fulmini vanno a zigzag proprio come il leader del Partito laburista”, divertendosi a mettere in fila tutte le dichiarazioni contraddittorie rilasciate nell’ultimo mese dal ministro della Difesa. Ari Shavit, su Haaretz, ha invece definito Barak “l’uomo che tutti amano odiare”, riconoscendogli però – nel bene o nel male – di essere anche “l’uomo che ha portato il cambiamento”. Il punto, secondo il columnist del quotidiano liberal israeliano, è che al leader laburista “manca la saggezza delle cose semplici” e che le sue troppe mosse esclusivamente tattiche potrebbero finire per farne la vittima di se stesso. L’ipotesi è verosimile. Visti i numeri alla Knesset, il solo accordo tra Kadima e Avoda non sarebbe sufficiente a garantire la sopravvivenza a un futuro governo Livni, nel quale Barak vorrebbe avere “un ruolo chiave nel negoziato con la Siria”. Se l’ex premier intenda averlo continuando a occupare la poltrona di ministro della Difesa o prendendo invece possesso di quella di ministro degli Esteri, non è ancora chiaro. Per quel posto, dicono le cronache parlamentari, sarebbe pronto però l’ex rivale di Livni, Shaul Mofaz, che dopo tre settimane di pausa di riflessione è tornato alla vita politica. L’ex candidato alla leadership di Kadima è ancora ministro dei Trasporti, e in questa veste si è ripresentato qualche giorno fa in Consiglio dei ministri. Pur essendo tornato a sedersi con Olmert e gli altri membri dell’esecutivo dimissionario, Mofaz non si è però fatto vedere alle riunioni di partito di Kadima. E non avrebbe dato una risposta all’offerta di Livni, che gli cederebbe volentieri il dicastero degli Esteri lasciato libero da lei pur di garantirsene la presenza nel nuovo gabinetto.
Non è una questione di unità del partito. Parecchi analisti politici israeliani, nelle ultime settimane, hanno sottolineato quanto sia stretto il rapporto tra lo stesso Mofaz e il maggiore tra i partiti ultraortodossi, Shas. Eli Yishai, leader della formazione che nel governo Olmert poteva vantare quattro ministeri, ha incontrato più volte Livni, ma tra i sefarditi di Shas e Kadima le distanze rimangono, soprattutto sulla questione degli assegni familiari, che il partito confessionale vorrebbe alzare e gli eredi di Sharon no. Portare Mofaz nel governo – è pertanto il ragionamento dell’entourage di Livni – potrebbe servire ad appianare le divergenze con un alleato indispensabile per la formazione di una maggioranza almeno equivalente a quella che sosteneva il già instabile governo di Ehud Olmert.
Tzipi però vorrebbe di più e per questo ha intavolato trattative anche con un altro partito ultraortodosso, United Torah Judaism (Utj), con i pensionati di Gil e con i parlamentari della sinistra di Meretz, che però per cominciare a negoziare hanno chiesto subito di non riconfermare alla Giustizia il guardasigilli uscente, Daniel Friedmann. Anche in questo caso i giornali non hanno perso l’occasione di ironizzare sullo stallo politico, tanto che Haaretz ha persino lanciato un gioco di società online: costruisci il tuo governo. L’obiettivo principale di Livni resta però l’intesa con Barak, senza la quale gli eventuali accordi con i piccoli partiti non servirebbero a nulla. Domenica sera i due si sono rivisti nella sede del ministero degli Esteri per discutere l’ultima proposta avanzata dal leader laburista, che vorrebbe aumentare il livello della spesa pubblica nella legge finanziaria per il 2009. I sette economisti convocati dai due leader – tra i quali il governatore della Banca d’Israele, Stanley Fischer – si sono pronunciati contro l’idea di nuove spese, scartando di fatto un’altra tra le possibili basi di intesa tra Kadima e Avoda. Martedì le delegazioni dei due partiti si sono incontrate di nuovo, ma l’intesa non s’è trovata, tanto che Livni e Barak hanno deciso di accelerare il negoziato infinito fissando una prima riunione ufficiale (le altre erano sempre state informali) per domani, al termine dei festeggiamenti per lo Yom Kippur. A rendere tutto difficile, sostengono dall’entourage di Barak, sarebbero gli emissari di Kadima che “propongono condizioni differenti da quelle concordate dai due leader”, si lamentava ieri con Haaretz un anonimo dirigente laburista. Con gli avvocati che cavillano e gli economisti che non aiutano, forse il futuro d’Israele potrebbe risolverlo davvero un piatto di Yonut Hashaloh.

(© Il Foglio, 9 ottobre 2008)

giovedì 9 ottobre 2008

Welcome to Sherwood

Le crisi di crescita


Milano. Dirlo adesso, mentre il Tesoro e la Fed americani e l’Europa in ordine sparso sfornano piani ultramiliardari per salvare il salvabile del sistema creditizio e le banche di mezzo mondo non sanno se riusciranno a superare i prossimi mesi, sembra un po’ azzardato. Però Didier Sornette, fisico dell’Istituto federale svizzero per la tecnologia ed esperto di rischi, lo dice: le bolle speculative fanno sempre bene, anche se alla fine esplodono e lasciano nei guai gli incauti investitori. Non esistono eccezioni. Il discorso vale per l’ultimissima bolla immobiliare come per l’impennata delle quotazioni petrolifere e per quella dei titoli della new economy.
Il fisico francese, che a Zurigo tiene un corso alla facoltà di economia sul rischio d’impresa, ha chiarito il suo pensiero in un articolo in uscita su una rivista scientifica, il Journal of Economic Interaction and Coordination, il cui contenuto è stato in parte anticipato dal settimanale New Scientist. L’articolo è la sintesi degli ultimi studi di Sornette e di altri risk specialist che hanno collaborato con lui negli ultimi anni all’Università della California e in Svizzera. Uno dei casi più eclatanti di bolla “buona” – spiega lo studioso francese – è quello del Programma Apollo della Nasa, “il più costoso mai affrontato dagli Stati Uniti in tempo di pace, classico esempio di entusiasmo collettivo che si traduce in investimenti e sforzi oltre la soglia della ragionevolezza grazie ad aspettative troppo elevate e a una temporanea riduzione della normale avversione al rischio”. Per Sornette soltanto una dinamica di questo tipo può condurre a investimenti, pubblici o privati, tanto ingenti da generare vero progresso. Senza un abbandono irrazionale alle aspettative della conquista della Luna l’uomo non avrebbe mai sviluppato le sue capacità di ingegneria spaziale e, allo stesso modo, senza l’illusione di guadagni fin troppo facili grazie alla new economy non esisterebbe Internet per come lo conosciamo oggi. Le perdite economiche degli investitori all’esplosione di una bolla sono insomma, secondo il fisico dell’Istituo svizzero per la tecnologia, soltanto un effetto immediato e limitato. Il vero lascito, a medio e lungo termine, di una bolla speculativa è l’arricchimento in termini di conoscenze e infrastrutture e, quindi, la creazione dei presupposti per mantenere e aumentare il benessere economico di tutti.

Un altro libro
“Durante il formarsi di queste bolle – si legge in uno studio di Sornette pubblicato il mese scorso – la gente si assume rischi che in altri periodi non sarebbero giustificati da una normale analisi dei costi e dei benefici. E’ soltanto in questi periodi, però, che le persone osano nella ricerca di nuove opportunità, molte delle quali si rivelano poi irragionevoli e disperate. E’ successo con la ‘nuova economia’ degli anni Venti e di nuovo negli anni Sessanta e infine nel decennio scorso con la “bolla di Internet”. In tutti i casi, “la credenza diffusa che i tempi siano cambiati una volta per tutte, e in meglio, ha portato gli investitori a scommettere sul nuovo”, finendo per perdere soldi ma creare vere innovazioni tornate utili a tutta l’economia nel giro di pochi anni. Il caso di Internet, in questo senso, sarebbe emblematico. Non era quasi nulla, prima della bolla. Adesso, nonostante i miliardi di dollari bruciati dalla bolla dotcom, è quasi tutto. Sornette non è però il solo a credere che gli entusiasmi immotivati del mercato siano tutto sommato positivi. Un libro dello scorso anno del giornalista Daniel Gross (“Pop! Why Bubbles are Great for the Economy”) cita un altro esempio emblematico dell’economia delle bolle, quello delle ferrovie britanniche. Negli anni Quaranta dell’Ottocento l’entusiasmo collettivo per il treno a vapore portò parecchi investitori a puntare i loro risparmi sulle sorti di faraonici progetti ferroviari, non tutti redditizi. Quando il giocattolo si ruppe, parecchi, se non tutti, rimasero senza un penny. Ma da allora il Regno Unito ha una delle più ramificate ed efficienti reti ferrate del mondo.

(© Il Foglio, 7 ottobre 2008)

Così “l’oracolo di Omaha” ha imparato a essere vorace quando gli altri hanno paura. E viceversa


"Sai, Charlie, non sono mai stato disoccupato. Nemmeno occupato in senso stretto, ma disoccupato di certo no. Però mi immagino cosa possa essere tornare a casa senza più il tuo stipendio con un mutuo da pagare e i bambini da mantenere. E’ successo a mio padre, agli inizi degli anni Trenta, e non vorrei che capitasse la stessa cosa a milioni di americani”. Warren Buffett è così: poche ore prima ha concluso un accordo per entrare, certo non per perderci, in General Electric, la settimana precedente si è preso a prezzo di saldo una quota considerevole di Goldman Sachs, poi arriva in tv per un’intervista con Charlie Rose della Pbs e il capitalista inossidabile torna bambino. Dura poco, per carità. Durava poco persino quando lo era davvero, un bambino, Warren Edward. Aveva dieci anni e nell’agosto del 1940 suo padre Howard lo portò in vacanza dal Nebraska a New York. Il piccolo Warren l’aveva chiesto come regalo di compleanno, anche per vedere quello strano posto che suo padre, un broker di provincia, citava spesso nelle conversazioni in famiglia. Wall Street. Se la sognava spesso e alla fine la vide, riuscendo persino a conoscere Sidney Weinberg di Goldman Sachs, uno di quelli che a quei tempi contavano davvero, al New York Stock Exchange. Il ragazzino del Nebraska dovette piacergli se Weinberg, al termine della breve conversazione, gli chiese quale fosse il suo titolo preferito. Da allora, glielo hanno chiesto in molti, tutti – a eccezione forse del solo ex manager dell’ex banca d’investimenti – certi di avere per risposta la dritta che ti cambia la vita. Non è un caso che lo chiamino “l’oracolo di Omaha” e che sia diventato, nel frattempo, l’uomo più ricco del mondo.
L’incontro con Wall Street doveva segnarlo per sempre, come racconta bene nella biografia autorizzata uscita pochi giorni fa negli Stati Uniti l’ex manager di Morgan Stanley, Alice Schröder. Il libro si intitola “The Snowball” (Random House, 35 dollari) ed è un tomo di oltre novecento pagine che non tralasciano nulla della vita e del pensiero del finanziere originario del Nebraska, uno che a Main Street guardavano sempre tutti con ammirazione, ma anche con sospetto, lui che al contrario di tanti ceo di fondi e banche di investimento nella sua Berkshire Hathaway s’è fissato uno stipendio da appena centomila dollari l’anno e che devolve buona parte dei suoi utili in beneficenza. Come una palla di neve che rotola a valle e s’ingrossa, così è cresciuta la ricchezza e la saggezza di Warren Buffett, è il significato sotteso al titolo del libro, che ripercorre tutte le tappe della sua straordinaria avventura capitalistica.

La prima denuncia dei redditi
Tre anni dopo la chiacchierata con Weinberg il giovane Warren compila la sua prima denuncia dei redditi per dedurre i 35 dollari spesi per acquistare la bicicletta e l’orologio che lui, dice, utilizza “per lavorare”. A quindici anni, con un gruppo di amici, compra un flipper e lo piazza in una bottega di barbiere di Omaha. Qualche mese più tardi la mini ditta ha già tre macchinette e un discreto giro d’affari, considerati i 25 dollari dell’investimento iniziale. Andrà avanti sempre così, Warren da Omaha: a studiare e a inseguire il suo sogno di diventare un broker ma senza mai perdere di vista gli investimenti facili e redditizi, come quella volta in cui – a ventuno anni – acquistò una stazione di servizio Texaco per garantirsi un introito sicuro mentre cercava di entrare a Wall Street dopo la laurea alla Columbia. Era al prestigioso ateneo di Washington che aveva conosciuto quello che tuttora il finanziere considera il suo unico vero mentore, l’analista finanziario Benjamin Graham.
Ne era così infatuato, racconta la biografa, che una volta si presentò alla sede della Geico – una compagnia di assicurazioni di cui Graham era consigliere d’amministrazione – per tentare un approccio con il noto economista. Si imbatté invece in Lorimer Davidson, il vicepresidente, che anni dopo dirà di aver capito “appena dopo un quarto d’ora” di trovarsi di fronte a “un uomo eccezionale”. Trent’anni più tardi il fondo Berkshire Hathaway avrebbe comprato la Geico. Una acquisizione tra le tante, se negli anni il finanziere venuto dal Nebraska si è permesso il lusso di comperare azioni (mai poche) del Washington Post, della Abc, della Coca-Cola fino a diventare – secondo la rivista Forbes – l’uomo più ricco del mondo, più di Bill Gates, a 77 anni.
Ma nella storia di ieri ci sono anche i (pochi) insuccessi, come quello del suo primo matrimonio, finito nel 1977. “Vagavo per casa senza sapere cosa fare”, racconta Buffett nella sua lunga intervista (circa duemila ore faccia a faccia) alla Schröder, alla quale confessa con un po’ di rammarico di essere stato troppo spesso un padre e un marito silenzioso che a colazione, nel suo accappatoio bianco, preferiva leggere il Wall Street Journal che non scambiare due chiacchiere con i suoi cari.

Il sostegno a Obama
Gli investimenti in Goldman Sachs e General Electric sono invece storia recente, così come l’appoggio alla campagna del candidato democratico alla presidenza, Barack Obama. Per uno che a quasi ottant’anni non si scompone davanti a quella che lui stesso ha definito “la Pearl Harbor dell’economia americana”, l’unico voto possibile è per un politico che sceglie di intitolare il suo libro-manifesto all’audacia della speranza. Perché – la bella biografia di Alice Schröder lo mette bene in luce – l’importante è “aver paura quando gli altri sono voraci e voraci quando gli altri hanno paura”.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 5 ottobre 2008)

venerdì 26 settembre 2008

Il nuovo bipolarismo bancario – John J. Mack


"Abbiamo bisogno di un partner per una fusione, altrimenti non ce la faremo”. Chi lo conosce dice che John J. Mack, una telefonata di questo tono, non l’avrebbe mai fatta. Per ricevere un rifiuto netto, poi. Persino il New York Times, che della conversazione riservata tra il Ceo di Morgan Stanley e Vikram S. Pandit, amministratore delegato di Citigroup, aveva fatto uno scoop, ha dovuto ammettere che non c’era una sola fonte disponibile a confermare.
Che l’uomo conosciuto a Wall Street come “Mack the knife”, Mack il coltello, per l’aggressività e la capacità innata di tagliare teste e costi inutili nelle banche che negli anni è stato chiamato a guidare, potesse usare quelle parole per cercare un nuovo alleato e uscire dalla crisi, è quantomeno improbabile. Più facile che il sessantacinquenne John abbia chiamato il rivale Pandit e gli abbia intimato: “Mettiti con me o te ne pentirai”. Come siano andate effettivamente le cose, non è dato sapere. Quel che è certo è che da domenica Morgan Stanley non è più una banca d’investimenti. Il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha comunicato agli ultimi due giganti finanziari ancora in piedi a Manhattan, Goldman Sachs e Morgan Stanley, di aver accolto la loro richiesta di aiuto. La trasformazione, che a Wall Street segna la fine di un’era (quella degli investment firm svincolati dalle comuni regole bancarie e più portati ad assumersi grossi rischi finanziari), porta vantaggi alle banche che l’hanno cercata, che rinunciando a un po’ di libertà potranno contare su nuove opportunità per rafforzare la loro liquidità. Ma anche al governo americano, che non rischierà di doversi imbarcare in un’altra operazione di salvataggio.
Telefonate a parte, Mack sa che il nuovo status da solo non sarà sufficiente a mettere al riparo Morgan Stanley da una crisi del settore finanziario che in meno di due settimane ha portato alla scomparsa di un colosso come Lehman Brothers, alla perdita dell’indipendenza di Merrill Lynch e alla nazionalizzazione di Aig. Il contenuto della chiacchierata con il Ceo di Citigroup è verosimile. Da almeno una settimana le cronache finanziarie raccontano i tentativi dei vertici di Morgan Stanley di avviare negoziati per portare a termine fusioni, capitalizzazioni o alleanze. In pochi giorni il titolo ha perso oltre il 40 per cento del suo valore e, nonostante l’inversione di tendenza dei mercati impressa dalle riforme annunciate dalla Fed e dal Tesoro, la sensazione è che il trend negativo di Morgan Stanley possa rallentare, ma che difficilmente cambierà segno. Con una crisi che sta sgomberando il campo da tante istituzioni ritenute inaffondabili fino a poco tempo fa, i nomi su cui puntare sono relativamente pochi. Esclusa Goldman Sachs, le attenzioni degli uomini di Morgan Stanley si sarebbero rivolte soprattutto verso Citic, Wachovia, Hsbc, Banco Santander e Numura. Alla fine, però, sono stati gli emissari di Mitsubishi UFJ Financial Group, la più grande banca del Giappone, ad assicurarsi il controllo di un pacchetto di azioni tra il 10 e il 20 per cento (i dettagli dell’operazione non sono ancora stati definiti) in cambio di un investimento da 8,4 miliardi di dollari. Una mossa che ha di fatto impedito quella del fondo sovrano cinese China Investment Corporation, pronto ancora lunedì scorso ad aumentare il proprio peso in Morgan Stanley fino al massimo consentito dalla legge americana del 49 per cento.
L’arrivo degli investitori pechinesi a Manhattan è recente e porta la firma di John Mack. Quando, alle prime difficoltà derivate dai mutui subprime, a Morgan Stanley ci si rese conto che c’era bisogno di soldi freschi, i cinesi si presentarono con cinque miliardi di dollari in contanti pronti a essere versati in cambio di un’opzione sul 9,9 per cento delle azioni da esercitare nel 2010. Era il 19 dicembre del 2007, e Mack probabilmente lo prese come un regalo di Natale. In quel momento il numero uno di Morgan Stanley si sentiva fortissimo: “Volete sapere se ci siamo assunti parecchi rischi? – aveva chiesto pochi giorni prima agli azionisti durante il meeting annuale – La risposta è, ovviamente, sì”. Il management era con lui (e c’è ancora), gli azionisti pure. Qualche mese più tardi alcuni di essi, come il fondo pensionistico CtW Investment Group, chiederanno le sue dimissioni, inutilmente.
Nonostante la svalutazione in Borsa, “Mack the knife” è ancora al suo posto. Entrato come trader a 28 anni, quattro anni più tardi era già vicepresidente della banca. Tre anni dopo, nel 1979, avrebbe assunto anche l’incarico di managing director, stabilendo una serie continua di record nei risultati. Nel ’93 era già presidente. Morgan Stanley era “the top dog on the Street”, la prima banca d’investimenti fra quelle quotate alla Borsa di New York, e ai cronisti piaceva raccontare l’epopea di questo eroe dell’America self-made e multiculturale. John J. Mack, nato John Makhoul, veniva dal Libano. A dodici anni aveva raggiunto suo padre, che a Mooresville, nella Carolina del nord, aveva aperto un piccolo negozio di alimentari. A scuola John si mise in luce più come giocatore di football che come studente modello, e anche per il senso di empatia che lo portava a stringere amicizia con chiunque. Grazie a una borsa di studio riuscì a iscriversi all’università e, complice la rottura di una vertebra, cominciò a studiare davvero. Per arrotondare, passava la notte vendendo merendine nella sua stanza nel dormitorio maschile.
Ancora oggi, chi lo incontra per la prima volta se lo vede venire incontro con la mano tesa: “Piacere, sono John Mack”, dice lui sorridendo e senza aggiungere altro. Ma tutti sanno che John Mack non è soltanto un tipo alla mano. Non l’avrebbero chiamato “the knife” se non fosse capace di licenziare chiunque senza il minimo imbarazzo (in tre anni, quando andò a lavorare a Crédit Suisse-First Boston, tagliò diecimila posti di lavoro con un risparmio di tre miliardi di dollari), di alzare la voce e di farla pagare a chiunque tenti di sbarrargli il passo. Lo sa bene Phil Purcell, che con lui aveva condotto, nel 1997, l’operazione da 10 miliardi che portò alla fusione tra Morgan Stanley e la Dean Witter. Un accordo non scritto prevedeva che Purcell assumesse inizialmente l’incarico di Ceo, con Mack alla presidenza della banca, salvo poi scambiarsi i ruoli cinque anni più tardi. Quando, nel 2001, John Mack capì che Purcell non sarebbe stato ai patti, abbandonò la banca dove era cresciuto, giurando che sarebbe tornato. Quattro anni dopo, il consiglio di amministrazione licenziò il suo rivale, accettò di versargli 40 milioni di dollari di risarcimento e lo pregò di tornare alla guida della società. Mack non se lo fece ripetere, ma non era ancora abbastanza. Nel giro di due mesi licenziò chi non voleva adeguarsi al “nuovo corso”, richiamò chi l’aveva seguito nel 2001, e cominciò a viaggiare, ininterrottamente. A Dubai sbarcò prima dei rivali di Goldman Sachs, lasciando soltanto le briciole alla concorrenza. In Europa e Asia lasciò intendere che Morgan Stanley non viaggiava più “con il pilota automatico” e che era pronta a rischiare con tutti i nuovi prodotti che i mercati finanziari gli avessero messo via via a disposizione. “Pensate come se foste i proprietari”, ripeteva sempre ai suoi collaboratori. Adesso sostiene che la “sua” banca è “nel mezzo di un mercato dominato dalla paura e dagli speculatori” e, seppure non l’avesse fatta, quella telefonata a Citigroup potrebbe pure decidersi a farla.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 25 settembre 2008)