venerdì 26 settembre 2008

Il nuovo bipolarismo bancario – John J. Mack


"Abbiamo bisogno di un partner per una fusione, altrimenti non ce la faremo”. Chi lo conosce dice che John J. Mack, una telefonata di questo tono, non l’avrebbe mai fatta. Per ricevere un rifiuto netto, poi. Persino il New York Times, che della conversazione riservata tra il Ceo di Morgan Stanley e Vikram S. Pandit, amministratore delegato di Citigroup, aveva fatto uno scoop, ha dovuto ammettere che non c’era una sola fonte disponibile a confermare.
Che l’uomo conosciuto a Wall Street come “Mack the knife”, Mack il coltello, per l’aggressività e la capacità innata di tagliare teste e costi inutili nelle banche che negli anni è stato chiamato a guidare, potesse usare quelle parole per cercare un nuovo alleato e uscire dalla crisi, è quantomeno improbabile. Più facile che il sessantacinquenne John abbia chiamato il rivale Pandit e gli abbia intimato: “Mettiti con me o te ne pentirai”. Come siano andate effettivamente le cose, non è dato sapere. Quel che è certo è che da domenica Morgan Stanley non è più una banca d’investimenti. Il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha comunicato agli ultimi due giganti finanziari ancora in piedi a Manhattan, Goldman Sachs e Morgan Stanley, di aver accolto la loro richiesta di aiuto. La trasformazione, che a Wall Street segna la fine di un’era (quella degli investment firm svincolati dalle comuni regole bancarie e più portati ad assumersi grossi rischi finanziari), porta vantaggi alle banche che l’hanno cercata, che rinunciando a un po’ di libertà potranno contare su nuove opportunità per rafforzare la loro liquidità. Ma anche al governo americano, che non rischierà di doversi imbarcare in un’altra operazione di salvataggio.
Telefonate a parte, Mack sa che il nuovo status da solo non sarà sufficiente a mettere al riparo Morgan Stanley da una crisi del settore finanziario che in meno di due settimane ha portato alla scomparsa di un colosso come Lehman Brothers, alla perdita dell’indipendenza di Merrill Lynch e alla nazionalizzazione di Aig. Il contenuto della chiacchierata con il Ceo di Citigroup è verosimile. Da almeno una settimana le cronache finanziarie raccontano i tentativi dei vertici di Morgan Stanley di avviare negoziati per portare a termine fusioni, capitalizzazioni o alleanze. In pochi giorni il titolo ha perso oltre il 40 per cento del suo valore e, nonostante l’inversione di tendenza dei mercati impressa dalle riforme annunciate dalla Fed e dal Tesoro, la sensazione è che il trend negativo di Morgan Stanley possa rallentare, ma che difficilmente cambierà segno. Con una crisi che sta sgomberando il campo da tante istituzioni ritenute inaffondabili fino a poco tempo fa, i nomi su cui puntare sono relativamente pochi. Esclusa Goldman Sachs, le attenzioni degli uomini di Morgan Stanley si sarebbero rivolte soprattutto verso Citic, Wachovia, Hsbc, Banco Santander e Numura. Alla fine, però, sono stati gli emissari di Mitsubishi UFJ Financial Group, la più grande banca del Giappone, ad assicurarsi il controllo di un pacchetto di azioni tra il 10 e il 20 per cento (i dettagli dell’operazione non sono ancora stati definiti) in cambio di un investimento da 8,4 miliardi di dollari. Una mossa che ha di fatto impedito quella del fondo sovrano cinese China Investment Corporation, pronto ancora lunedì scorso ad aumentare il proprio peso in Morgan Stanley fino al massimo consentito dalla legge americana del 49 per cento.
L’arrivo degli investitori pechinesi a Manhattan è recente e porta la firma di John Mack. Quando, alle prime difficoltà derivate dai mutui subprime, a Morgan Stanley ci si rese conto che c’era bisogno di soldi freschi, i cinesi si presentarono con cinque miliardi di dollari in contanti pronti a essere versati in cambio di un’opzione sul 9,9 per cento delle azioni da esercitare nel 2010. Era il 19 dicembre del 2007, e Mack probabilmente lo prese come un regalo di Natale. In quel momento il numero uno di Morgan Stanley si sentiva fortissimo: “Volete sapere se ci siamo assunti parecchi rischi? – aveva chiesto pochi giorni prima agli azionisti durante il meeting annuale – La risposta è, ovviamente, sì”. Il management era con lui (e c’è ancora), gli azionisti pure. Qualche mese più tardi alcuni di essi, come il fondo pensionistico CtW Investment Group, chiederanno le sue dimissioni, inutilmente.
Nonostante la svalutazione in Borsa, “Mack the knife” è ancora al suo posto. Entrato come trader a 28 anni, quattro anni più tardi era già vicepresidente della banca. Tre anni dopo, nel 1979, avrebbe assunto anche l’incarico di managing director, stabilendo una serie continua di record nei risultati. Nel ’93 era già presidente. Morgan Stanley era “the top dog on the Street”, la prima banca d’investimenti fra quelle quotate alla Borsa di New York, e ai cronisti piaceva raccontare l’epopea di questo eroe dell’America self-made e multiculturale. John J. Mack, nato John Makhoul, veniva dal Libano. A dodici anni aveva raggiunto suo padre, che a Mooresville, nella Carolina del nord, aveva aperto un piccolo negozio di alimentari. A scuola John si mise in luce più come giocatore di football che come studente modello, e anche per il senso di empatia che lo portava a stringere amicizia con chiunque. Grazie a una borsa di studio riuscì a iscriversi all’università e, complice la rottura di una vertebra, cominciò a studiare davvero. Per arrotondare, passava la notte vendendo merendine nella sua stanza nel dormitorio maschile.
Ancora oggi, chi lo incontra per la prima volta se lo vede venire incontro con la mano tesa: “Piacere, sono John Mack”, dice lui sorridendo e senza aggiungere altro. Ma tutti sanno che John Mack non è soltanto un tipo alla mano. Non l’avrebbero chiamato “the knife” se non fosse capace di licenziare chiunque senza il minimo imbarazzo (in tre anni, quando andò a lavorare a Crédit Suisse-First Boston, tagliò diecimila posti di lavoro con un risparmio di tre miliardi di dollari), di alzare la voce e di farla pagare a chiunque tenti di sbarrargli il passo. Lo sa bene Phil Purcell, che con lui aveva condotto, nel 1997, l’operazione da 10 miliardi che portò alla fusione tra Morgan Stanley e la Dean Witter. Un accordo non scritto prevedeva che Purcell assumesse inizialmente l’incarico di Ceo, con Mack alla presidenza della banca, salvo poi scambiarsi i ruoli cinque anni più tardi. Quando, nel 2001, John Mack capì che Purcell non sarebbe stato ai patti, abbandonò la banca dove era cresciuto, giurando che sarebbe tornato. Quattro anni dopo, il consiglio di amministrazione licenziò il suo rivale, accettò di versargli 40 milioni di dollari di risarcimento e lo pregò di tornare alla guida della società. Mack non se lo fece ripetere, ma non era ancora abbastanza. Nel giro di due mesi licenziò chi non voleva adeguarsi al “nuovo corso”, richiamò chi l’aveva seguito nel 2001, e cominciò a viaggiare, ininterrottamente. A Dubai sbarcò prima dei rivali di Goldman Sachs, lasciando soltanto le briciole alla concorrenza. In Europa e Asia lasciò intendere che Morgan Stanley non viaggiava più “con il pilota automatico” e che era pronta a rischiare con tutti i nuovi prodotti che i mercati finanziari gli avessero messo via via a disposizione. “Pensate come se foste i proprietari”, ripeteva sempre ai suoi collaboratori. Adesso sostiene che la “sua” banca è “nel mezzo di un mercato dominato dalla paura e dagli speculatori” e, seppure non l’avesse fatta, quella telefonata a Citigroup potrebbe pure decidersi a farla.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 25 settembre 2008)

Paulson e Cox, il brutto e il cattivo

Washington. La speranza di Hank Paulson è che la promessa di spendere “centinaia di miliardi di dollari” per garantire i fondi mutualistici americani e “ridare stabilità al sistema” possa bastare a far dimenticare il suo peccato originale, di essere un “Goldman boy” passato alla politica. Dalla decisione di non salvare con i soldi pubblici Lehman Brothers, lunedì scorso, il segretario americano al Tesoro ha vissuto la non facile condizione dell’ex concorrente che non muove un dito per evitare il tracollo del rivale storico. Prima di essere cooptato nell’Amministrazione Bush, due anni fa, Paulson era il capo di Goldman Sachs, principale competitor della banca d’investimenti fallita. Non sono state settimane facili, per Henry Merritt jr., detto Hank – che a scuola chiamavano “the hammer”, il martello, perché a football ci sapeva fare ed era poco tenero con gli avversari – impegnato nel costoso salvataggio delle agenzie semipubbliche Freddie Mac e Fannie Mae e del colosso delle assicurazioni Aig, mentre i mercati registrano giorno dopo giorno il panico crescente degli operatori. C’è voluta la mossa di ieri, quando il segretario al Tesoro prima e il presidente George W. Bush poi hanno annunciato un piano per ridare fiducia agli investitori, per invertire la tendenza e ottenere chiusure positive su tutte le piazze finanziarie del mondo. A Wall Street, dopo i crolli dell’ultima settimana, gli indici hanno segnato un aumento medio del 4 per cento, a Londra si è sfiorato l’8 e in tutta Europa la decisione del dipartimento del Tesoro di Washington è stata accolta con sollievo come il primo passo di una strategia di lungo termine dopo una serie di iniziative estemporanee adottate per salvare, di volta in volta, il salvabile.
Il piano consiste nel garantire per tutto il prossimo anno la solvibilità (e quindi la stabilità) dei fondi mutualistici, un tempo considerati sicuri come un conto in banca. Significa porre le basi per uscire dalla crisi ma anche, come lo stesso Bush ha sottolineato ieri in un breve intervento dalla Casa Bianca, “mettere a rischio un’ingente quantità di denaro dei contribuenti”. L’intervento pubblico – uno dei più drastici negli Stati Uniti dai tempi della Grande depressione – “è una di quelle decisioni che si prendono nei momenti in cui il paese deve restare unito”. Giovedì sera Hank Paulson, Ben Bernanke e i principali leader del Congresso si erano visti per trovare un’intesa e dare un segnale forte agli investitori. A tarda notte hanno raggiunto l’accordo per un piano che prevede lo stanziamento di 50 miliardi di dollari per garantire i fondi (verranno prelevati dal Fondo di stabilizzazione dei cambi), più altri dieci che serviranno per acquistare mutui a rischio, ma anche l’intervento diretto della Fed a sostegno delle banche in difficoltà. Ci sarebbe anche Lehman nell’elenco di quelle da aiutare, se non fosse già fallita da quattro giorni.

“Potessi, lo licenzierei su due piedi”. Senza smentire la sua fama di maverick incapace di tener conto di amicizie politiche e opportunità di schieramento, John McCain ha spiegato che lui, al posto di George W. Bush, Chris Cox non l’avrebbe certo lasciato al suo posto di presidente della Sec, la commissione federale di controllo sulle attività finanziarie, la Consob americana. Lasciando intendere che per lui la crisi c’è, e pure grave, il candidato repubblicano alla presidenza ha individuato in Cox il principale responsabile di “un malcostume finanziario che sta rovinando il sistema”, il cosiddetto “short selling”, che consiste nel vendere un titolo (del quale il broker non è in possesso) scommettendo sulla probabilità che esso possa subire una consistente perdita di valore a breve termine. L’obiettivo è ricavarne una plusvalenza al momento di acquistarlo davvero. La controindicazione sta nel fatto che, quando le scommesse sulle sciagure finanziarie di un titolo aumentano di numero ciò finisce per causarne direttamente il deprezzamento. E’ successo con Lehman Brothers e con Bear Stearns e, almeno fino a ieri, il timore degli operatori di Wall Street che la cosa potesse ripetersi con altri colossi come Goldman Sachs era reale. Proprio ieri la Sec ha annunciato la mossa che dovrebbe disinnescare il pericolo e, di conseguenza, annullare le accuse rivolte da McCain al presidente dell’organismo di controllo sui movimenti di Borsa. Per i critici la decisione di agire soltanto ora, dopo il disastro Lehman, resta imperdonabile. Le nuove regole, spiegate ieri proprio da Cox, prevedono un divieto –temporaneo – di scommettere su 799 titoli a rischio. Divieto che, nelle intenzioni della Sec, “dovrebbe portare a un riequilibrio del mercato” e rafforzare la fiducia degli investitori e fermare il panico.
Le accuse di McCain, nel frattempo, hanno trasformato Cox nel capro espiatorio perfetto. Repubblicano, ex consigliere di Reagan, ex deputato (si è dimesso dalla Camera nel 2005 per assumere l’incarico attuale), Charles Christopher Cox è stato a lungo uno dei più quotati esponenti del Grand old party. Nella cerchia ristretta di Newt Gingrich, negli anni d’oro del Partito repubblicano al Congresso, Cox è stato spesso indicatocome possibile candidato ideale per gli incarichi più prestigiosi d’America. Sulla lista dei papabili giudici della Corte suprema (alla fine Bush gli preferì Sam Alito) e persino su quella dei possibili candidati alla vicepresidenza (lo scorso marzo il Wall Street Journal raccontava di trattative proprio con McCain), il numero uno della Securities and Exchange Commission è ora diventato il cattivo per antonomasia. Proprio lui che nel suo ufficio conserva sottovetro un assegno del 1929 con il quale il bancarottiere Samuel Insull “saldava” una perdita da 6 mila dollari (70 mila di oggi) subita da suo nonno con tre dollari e 36 cent.

(© Il Foglio, 20 settembre 2008)

sabato 20 settembre 2008

Per Bibi allearsi con Tzipi è come investire in Lehman Brothers


Chissà se lo vorrebbe ancora al ministero dell’Economia, Carlo De Benedetti, lui che ancora due giorni fa parlava al forum dell’Aspen Institute sulle relazioni tra Roma e Gerusalemme di un’Italia economicamente e politicamente “fuori dagli schermi radar del resto del mondo”. All’Ing., nell’ottobre del 2005, Benjamin Netanyahu pareva l’uomo giusto, quello in grado di salvare l’Italia dall’oblio economico con una buona dose di liberismo da coniugare al riformismo della (allora) promettente coppia di fatto Veltroni-Rutelli. Erano i giorni della visita israeliana di Gianfranco Fini, a quel tempo ministro degli Esteri, che si concluse con le frasi sul fascismo “male assoluto” e l’ennesimo mal di pancia all’interno di Alleanza nazionale. De Benedetti faceva parte della delegazione italiana in visita a Gerusalemme e, nella hall dell’hotel King David, incrociò l’ex primo ministro del Likud, allora ai margini della vita politica del suo paese dopo l’uscita dal governo Sharon in polemica con il piano di disimpegno da Gaza. “Le sue idee sarebbero utili anche da noi”, disse CDB. La proposta di un ministero economico in Italia, lui che in quei giorni prometteva di prendere la tessera numero uno del Pd, non l’ha mai confermata.
Fu proprio Netanyahu, due mesi più tardi, quando la sorte cominciava a tornare dalla sua parte, a concedere lo scoop ai cronisti: “Qualche tempo fa un importante imprenditore italiano mi ha chiesto se fossi disponibile a fare il ministro delle Finanze nel suo paese”. Bibi, che proprio alle Finanze aveva avuto fino a pochi mesi prima la sua ultima esperienza ministeriale, precisò quasi subito che l’imprenditore non era il Cav., ma “il miliardario Carlo De Benedetti”. Dall’entourage dell’Ing. arrivò quasi subito la smentita (“si sono visti per tre minuti”, dissero) e forse la verità è che Netanyahu, al momento di tornare alla guida del Likud, voleva lasciar intendere di non essere mai uscito davvero dal giro che contava. Magari ampliando un po’ un aneddoto, aggiungendo una mezza frase. Non sarebbe stata una novità. Una volta, forse per dare enfasi a un’intervista, l’allora leader emergente della destra israeliana raccontò di avere “ancora vivido il ricordo dei soldati inglesi nel nostro paese”. Peccato che lui, essendo nato nel 1949, non avrebbe mai potuto vedere a Tel Aviv i militari britannici di pattuglia, dal momento che erano partiti tutti due anni prima, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza di Israele.
Vera o no che fosse l’offerta ministeriale di CDB, essa è comunque l’ennesima prova della capacità seduttiva del più giovane e controverso premier israeliano di sempre. Fu lui, nel 1996, ad assumere lo spin doctor repubblicano Arthur Finkelstein (che aveva lavorato per Ronald Reagan e che più tardi avrebbe offerto la propria esperienza ad Ariel Sharon) per portare nella grigia e un po’ ingessata politica israeliana i lustrini e le strategie di quella statunitense. Funzionò.
Contro tutti i pronostici, il Likud vinse le elezioni, nonostante i sondaggi dicessero che Shimon Peres, succeduto pochi mesi prima a Yitzhak Rabin dopo l’assassinio del leader laburista, aveva la vittoria a portata di mano. Per tre anni Bibi Netanyahu guidò Israele cercando di contraddire quel che i suoi predecessori di sinistra avevano costruito, a partire dagli accordi di Oslo che erano valsi a Peres, Rabin e a Yasser Arafat il premio Nobel per la pace. La sua determinazione, racconta chi lo vide all’opera, era pari soltanto alla sicurezza di sé: “Chi cazzo si crede di essere?”, chiese ai suoi assistenti Bill Clinton, nella pausa di una sessione di colloqui bilaterali. “Chi è la superpotenza, lui o io?”, si domandava l’allora presidente degli Stati Uniti. A questa domanda i due, probabilmente, avrebbero risposto in maniera diversa.
Figlio di un immigrato lituano che di cognome faceva Mileikowsky, Bibi Netanyahu ha sempre saputo cosa volere e come ottenerlo. Studi al Massachusetts Institute of Technology e a Harvard, un primo impiego da venditore di mobili che probabilmente gli ha lasciato in eredità il gusto di vendere e di vendersi alla gente, l’attuale leader dell’opposizione israeliana ha saputo sempre come e quando puntare sulle sue qualità e sulla sua immagine. Gli bastarono poche conferenze sul terrorismo – a lui, fratello di una testa di cuoio israeliana uccisa da un commando di dirottatori all’aeroporto ugandese di Entebba nel ’76 – per attirare l’attenzione di Moshe Arens. Aveva 27 anni quando l’allora ambasciatore a Washington lo chiamò al suo fianco in America aprendogli le porte della carriera diplomatica che si sarebbe conclusa, pochi anni dopo, con l’incarico di rappresentante israeliano alle Nazioni Unite che ne fece un ospite fisso in tutti i talk show politici americani. Per lui, cresciuto a Cheltenham, a due passi da Filadelfia, un gioco da ragazzi che gli valse la simpatia di buona parte della comunità ebraica degli Stati Uniti.
Nulla, a confronto di quel che accadde pochi anni dopo, quando Bibi compariva tutti i giorni in tv – una volta persino con una maschera antigas indossata nel bel mezzo di una diretta – per raccontare al mondo che il suo paese e il governo di cui era portavoce non avevano paura dei missili Scud che l’Iraq di Saddam Hussein sparava un giorno sì e l’altro pure sulle case degli israeliani. Erano i tempi della prima guerra del Golfo, e di lì a tre anni Netanyahu sarebbe diventato il nuovo leader del Likud. Alle prime elezioni primarie per la scelta del numero uno del partito, Bibi aveva battuto la concorrenza degli eredi legittimi di Shamir ed era riuscito a scoraggiare Ariel Sharon dal partecipare alla contesa. L’ex generale si sarebbe rifatto otto anni più tardi, dopo che il suo rivale era già diventato il primo premier israeliano a essere nato dopo l’indipendenza e aver perso a sorpresa – appena tre anni dopo – contro il laburista Ehud Barak, complici i dissensi alla sua destra per le concessioni ai palestinesi su Hebron e un’inchiesta per corruzione rivelatasi – tempo dopo – senza fondamento.
Quando va al potere, Sharon, che non l’ha mai amato, lo chiama al ministero degli Esteri, un posto onorevole per un ex premier, perché – crede – all’interno del governo sarà più facile tenerlo d’occhio che non fuori. Previsione che si avvera a metà, tanto che due anni dopo il primo ministro, con la scusa di un rimpasto post elettorale, gli chiede il sacrificio di trasferirsi al ministero delle Finanze. Bibi all’inizio rifiuta, offeso. Poi, dopo una notte di riflessione, torna sui suoi passi e accetta la proposta, chiedendo poteri straordinari in politica economica. A Sharon, ex militare proiettato nella soluzione della questione palestinese, l’accordo può andare. In due anni, Netanyahu svecchia il capitalismo israeliano con un piglio che molti definiranno “thatcheriano”: riforma il sistema bancario, vara le prime privatizzazioni nel paese, predica (e in parte attua) l’abbassamento delle tasse, sostenendo che la riduzione delle aliquote non porterà minori entrate nelle casse dello stato perché i soldi cominceranno a circolare e l’economia crescerà, facendo crescere il gettito.
Dura due anni, poi Bibi – che nel frattempo ha fatto innamorare di sé i capitalisti di mezzo mondo, compresi quelli italiani e democratici – torna a essere l’uomo dei “no”. Quando, nell’estate del 2005, Sharon illustra il piano per il ritiro unilaterale da Gaza, il ministro delle Finanze prima minaccia e poi rassegna le dimissioni. La rottura, stavolta, è insanabile. E la peggio sembra averla proprio lui, con Sharon ai vertici della popolarità e la destra del Likud di cui è il campione sempre più incompresa, nella sua ostinata contrarietà al disimpegno. A ridargli un ruolo, in qualche modo, è proprio l’allora premier, che tre mesi più tardi decide di costruirsi un partito centrista a sua misura, Kadima, e di abbandonare al loro destino gli irriducibili del Likud.
Quando vince le primarie, nel dicembre del 2005, Netanyahu è il capo di un partito che – di lì a qualche mese – rischierà di scomparire dalla Knesset. Due anni e mezzo dopo – con Gaza in mano ad Hamas, Sharon fuori combattimento e il suo successore, Ehud Olmert, travolto dalle accuse di corruzione – Bibi è pronto per la rivincita. Adesso che due israeliani su tre dicono che lo vorrebbero come primo ministro e che il suo Likud otterrebbe facilmente la maggioranza parlamentare, è tornato quello di un tempo, capace di dire che “allearsi oggi con Kadima sarebbe come investire in Lehman Brothers” e di prepararsi alle elezioni con una “lista Beautiful” piena di celebrità in grado di attrarre gli elettori di centro. Un’altra trovata che sarebbe piaciuta all’Ing.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 settembre 2008)

Rischi centrali


Milano. Che 247 miliardi possano non bastare Ben Bernanke l’ha sicuramente messo già in conto. La crisi di liquidità che sempre più banche stavano attraversando a causa del clima di sfiducia innescato a inizio settimana dalle vicende Lehman Brothers e Aig è stata affrontata dalla Federal Reserve e dalle altre banche centrali dei paesi più sviluppati con una gran quantità di dollari. Nel giro di una notte, la Fed ha raggiunto accordi di cambio con la Banca centrale europea, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone, la Banca nazionale svizzera e la Banca del Canada per ridare fiato al sistema mondiale del credito. Il timore che la crisi riguardasse ormai tutti, e che pertanto nessuno sarebbe a priori un buon pagatore, ha indotto negli ultimi giorni le banche dei paesi più industrializzati a concedersi l’una con l’altra con sempre maggior parsimonia quei prestiti di breve termine che solitamente consentono agli istituti di credito di ampliare la propria liquidità e portare a termine investimenti e delicate operazioni finanziarie. Mercoledì il dipartimento americano del Tesoro segnalava che il livello di scambi, alla voce prestiti interbancari, aveva raggiunto i livelli del 1941. I soldi, insomma, non circolavano più. La reazione della Fed e delle altre banche centrali non si è fatta attendere: in poche ore, la Banca centrale americana, con la collaborazione dei principali istituti nazionali, ha immesso poco meno di 250 miliardi di dollari sul mercato del credito per rimettere in moto gli scambi, far tornare il segno più sui mercati azionari e porre un freno alle avvisaglie di crisi. Obiettivi ancora da raggiungere.
A giudicare dalla reazione delle Borse, da Wall Street alla City, lo scopo è stato raggiunto solo temporaneamente. A New York come a Londra e a Milano – dopo i giorni della forte caduta – si sono registrati cali contenuti in chiusura. Che il sacrificio possa essere ripetuto a breve è però l’altra faccia del problema. La Banca centrale europea ha accettato di prendere a prestito circa 110 miliardi di dollari per garantire liquidità agli operatori dell’area euro, quella del Giappone si è accontentata di 60, mentre la Bank of England si è riservata di immettere sul mercato britannico circa 40 miliardi di valuta fresca a tassi di cambio più convenienti. Per un giorno, e forse per qualcosa di più, l’effetto “liquidità illimitata” è stato raggiunto. Secondo Jim O’Neill, capo economista di Goldman Sachs, però, potrebbe non bastare.
(segue dalla prima) Per O’Neill, intervistato dall’agenzia Bloomberg, “le banche stanno comunque perdendo fiducia nel sistema e gli istituti centrali stanno facendo di tutto perché la riacquistino. Perché ciò accada è probabile che debbano ripetere altre volte la mossa di oggi”. Di sicuro c’è che “la carenza di dollari sul mercato è quel che ha portato al peggioramento di questa crisi e per uscirne l’unica strada è immetterne sempre di più”, assicurava ieri alla stessa agenzia anche Robert Barrie, economista londinese del Credit Suisse.
Tutto sta a capire, cominciano a domandarsi gli analisti, fino a che punto la Fed e le altre banche centrali siano in grado di sopperire alla mancanza di entusiasmo e di prudenza di banche e assicurazioni in crisi. Per la Federal Reserve i salvataggi di Freddie Mac e Fannie Mae prima e quello di Aig poi non sono stati certamente economici. Lo stesso si può dire, a proposito della Banca d’Inghilterra, per l’affare Northern Rock. Di rischio default non parla ancora nessuno, ma è aumentata l’attenzione verso certi segnali. Ieri il Wall Street Journal, per esempio, non ha mancato di sottolineare l’intervento del dipartimento del Tesoro, che ha annunciato la messa all’asta di cento miliardi di dollari in buoni mensili per rimpinguare le casse della Banca centrale guidata da Ben Bernanke. Una mossa per rispondere “ai mercati finanziari, i quali cominciano a temere che, in assenza di contromisure, la Fed possa avere problemi in futuro a usare le sue cartucce”, scriveva Brian Blackstone sul WSJ. Timori seguiti dal sollievo per l’intervento del segretario al Tesoro, Hank Paulson, se qualche ora dopo l’annuncio della vendita dei bot l’economista Michael Feroli di JP Morgan Chase sosteneva già che “grazie a questa decisione la Fed manterrà la sua capacità di intervento a sostegno del corretto funzionamento dei mercati finanziari”.
Che una Banca centrale possa fallire è possibile, d’altro canto, sebbene sia difficile in un paese con una grande riserva di ricchezza (e un gettito fiscale moltiplicabile). E’ successo, di recente, in Zimbabwe e in Tagikistan. Secondo uno studio, pubblicato alcuni mesi fa dal Centre for Economic Policy Research di Londra, potrebbe accadere anche a Washington. O a Bruxelles. L’economista Willem Buiter, autore della ricerca, si dice ottimista ma riconosce che “l’insolvenza delle Banche centrali potrebbe diventare un problema persino nei paesi più avanzati, se questi istituti si assumeranno troppi rischi nel tentativo di salvare altre istituzioni finanziarie giudicate ‘troppo grandi’ o ‘troppo interconnesse’ per essere destinate al fallimento”.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 settembre 2008)

martedì 16 settembre 2008

lunedì 15 settembre 2008

A Piacenza c’è un’aria di congiura cattolaicista contro un paio di giuristi pro life


Piacenza. “Speriamo di riuscire a contrastare la legge del più forte o di chi è più dialettico”, aveva auspicato qualche giorno fa Romeo Astorri, preside della facoltà piacentina di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentando alla stampa il programma del Festival del diritto che si terrà nella città emiliana tra il 25 e il 28 settembre. Una prima assoluta (con l’intenzione di farne un appuntamento fisso a livello nazionale), nomi altisonanti del diritto e della sociologia, giornalisti e filosofi a discutere quest’anno di “Questioni di vita”, ossia del delicato rapporto tra legge e bioetica.
Secondo Francesco D’Agostino, presidente emerito del Comitato nazionale di bioetica e membro della Pontificia accademia per la vita, però, difficilmente il Festival piacentino del diritto potrà essere un’occasione di reale dibattito sui temi eticamente sensibili. In una nota che ha affidato ai referenti locali dell’Unione giuristi cattolici (organizzazione di cui è presidente nazionale), D’Agostino ricorda che “in molte occasioni la cultura cattolica viene marginalizzata e il caso di Piacenza, al riguardo, è davvero esemplare”. Livio Podrecca, che dei giuristi cattolici piacentini è il segretario, spiega al Foglio come una manifestazione nata sotto il patrocinio del più importante ateneo confessionale d’Italia si sia trasformata “in un festival degno di Ballarò o Annozero, quelle trasmissioni di approfondimento politico dove formalmente sono rappresentate tutte le voci, ma dove il conduttore riesce sempre a orientare il dibattito nella solita direzione”. Da giorni l’avvocato Podrecca è attaccato al fax e al computer, scrive lettere aperte e invia comunicati alla stampa locale per denunciare quella che, a suo dire, “è una forma garbata di censura” delle posizioni eticamente meno sfumate. Suo bersaglio è il curatore scientifico della rassegna, l’ex garante della privacy Stefano Rodotà, ma soprattutto l’Università Cattolica, uno dei due atenei patrocinanti (l’altro è il Politecnico di Milano), oltre alle amministrazioni locali, al Sole 24 Ore e alla casa editrice giuridica Laterza. “Il rammarico nel vedere tra gi enti che hanno promosso l’iniziativa l’Università cattolica del Sacro Cuore non può essere che grande”, scrive anche D’Agostino nella sua nota.
Tutto è cominciato proprio con l’esclusione di D’Agostino dalle lista dei relatori. Chiamate qualche mese a dare un contributo di idee, le associazioni giuridiche locali avevano avanzato le loro proposte per dibattiti ed eventi da inserire nell’ambito del vasto programma della manifestazione. L’Unione giuristi cattolici aveva proposto un incontro con il presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica per discutere della fine della vita e del testamento biologico. “Ci hanno risposto che per quel tema avevano già un esperto, nonostante la nostra proposta sia arrivata con largo anticipo – racconta Podrecca – Allora abbiamo fatto presente che il professor D’Agostino avrebbe potuto trattare altri argomenti analoghi: gli organizzatori ci hanno ringraziato ribadendo il loro no e rimandando tutto a un’ipotetica seconda edizione del festival. Ma non si tratta di un caso isolato: l’unico membro del Comitato di bioetica invitato, il professor Luciano Eusebi dell’Università Cattolica, parlerà di diritto penale e non di temi eticamente sensibili”.
Di testamento biologico parlerà un altro giurista, anche lui d’area cattolica, come Francesco Donato Busnelli della Scuola Sant’Anna di Pisa, replicano dal comune di Piacenza, dove l’assessore alla Cultura, Paolo Dosi, intervistato dal quotidiano locale La Cronaca ha spiegato che “gli interventi della cosiddetta ‘prima fascia’ sono stati concordati dal responsabile scientifico del progetto (cioè Rodota, ndr) con i referenti delle università, in particolare dell’Università Cattolica, che ha avuto un ruolo di primo piano. E’ stato usato un filtro preventivo per garantire l’autorevolezza dei relatori e la rappresentatività delle posizioni. Non potevamo permetterci di avere relatori che ‘fanno il tifo’” e tra gli studiosi d’area cattolica coinvolti ha citato “Massimo Reichlin e Gustavo Zagrebelski”, uno docente di Etica della vita all’Università Vita-salute del San Raffaele e l’altro ex presidente della Corte costituzionale.
“Peccato che l’unica tavola rotonda sul tema della famiglia sia su quelle atipiche e che di quella tradizionale non ci sia traccia nel programma”, ribatte invece Podrecca, che cita “la presenza della sociologa Chiara Saraceni, la stessa che sostiene che ‘i modelli familiari negli ultimi anni si sono moltiplicati’” a quell’incontro. E in città, dove sui giornali e nei bar da un paio di giorni non si parla d’altro, c’è chi giura che in Curia non l’abbiano presa troppo bene. Il nuovo vescovo, monsignor Gianni Ambrosio, fino a qualche mese fa era l’assistente spirituale dell’ateneo fondato da padre Gemelli.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 14 settembre 2008)

venerdì 12 settembre 2008

Complotti padani


Brescia. All’irritazione di Umberto Bossi per la scelta del maestro unico, tra Brescia e il lago di Garda, non ha creduto nessuno. Non è servito nemmeno aspettare l’intervista-smentita nella quale il leader leghista ha spiegato di essere stato “frainteso” dai giornalisti. Non ci credevano, alla storia delle diverse filosofie pedagogiche tra il senatùr e Mariastella Gelmini, semplicemente perché da queste parti si sapeva di una cena in riva al lago offerta una decina di giorni fa dal ministro dell’Istruzione allo stato maggiore forzista della Lombardia. Un ministro, quattro assessori regionali e quasi tutti i segretari provinciali del partito in liquidazione per decidere le strategie future tra Brescia (l’anno prossimo, dopo il successo del centrodestra nel capoluogo, si vota per le provinciali), Milano (nel 2010 ci sono le regionali) e Roma. Ed è su quest’asse, dice chi c’era, che si sono concentrate le attenzioni dei presenti. La possibilità di uno scambio alla pari Formigoni-Gelmini – con l’attuale governatore pronto finalmente ad assumere un incarico nazionale di rilievo e il ministro verso il Pirellone – sarebbe l’obiettivo del Pdl lombardo, sempre che lo stesso Formigoni non ci ripensi un’altra volta. Gelmini, dicono a Brescia e a Milano, ha le caratteristiche giuste per succedergli e non soltanto perché giovane e donna: tra due anni porterebbe in dote un curriculum nazionale e, soprattutto, la capacità di mediare tra le varie fazioni del centrodestra lombardo dimostrata già quando era alla guida della segreteria regionale di Forza Italia.
Con il lecchese Formigoni sistemato in un ministero di peso e i nomi che contano del Pdl milanese già tutti impegnati a Roma, una candidatura Gelmini darebbe finalmente al centrodestra bresciano l’occasione di prendersi una leadership a lungo desiderata e mai ottenuta. Soltanto una promessa da rompere – quella di sostituire un Roberto, Formigoni, con un altro, Castelli – potrebbe rimandare ancora il sogno. Bossi lo sa e ha fatto di tutto per ricordarlo. (ap)

(© Il Foglio, 10 settembre 2008)

martedì 9 settembre 2008

Due pesi, due misure


Riconoscere il disinteresse degli adolescenti (o poco più) che scelsero di combattere a Salò per l'Italia fascista (l'unica che avessero mai conosciuto) anziché per quella sabauda non è da fascisti, è semplicemente la presa d'atto fin troppo tardiva di una buona fede che quasi sempre ci fu e che troppo a fatica viene riconosciuta persino 65 anni dopo, oltre che l'unico modo per chiudere una guerra civile strisciante mai terminata davvero. Lo fece l'ex presidente della Camera, Luciano Violante, una decina d'anni fa (forse undici) e la sua appartenenza al Pci-Pds-Ds lo salvò dal linciaggio mediatico. Che lo faccia un ministro della Difesa di destra, però, non è ammesso: è l'ennesima prova dell'ipocrisia del dogma antifascista della sinistra italiana, che dimentica i Pansa, i Violante, persino gli Scalfari (andate a leggervi l'intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco qualche mese fa e pubblicata sul Foglio) e finge di essere ancora in trincea contro il nemico immaginario. Con un solo risultato: condannare alla damnatio memoriae mezza Italia, quella che in buona fede decise di combattere – parole di Francesco De Gregori – "dalla parte sbagliata" soltanto perché non conosceva altro rispetto a quel sistema di valori e di gerarchie (che fossero sbagliati è stata la storia a dirlo) in cui era cresciuta. Non è un caso che l'età media dei soldati repubblichini fosse intorno ai diciott'anni, mentre quella dei partigiani si avvicinasse più ai trenta che ai venti. Quei quindicenni "sbranati dalla primavera" meritano un po' di rispetto, nessuno ha preteso di dire che avessero ragione.

venerdì 5 settembre 2008

Colaninno dall’Ape al Boeing, una gita dalle parti del Gonzaga dei trasporti


Mantova. Al bar Sordello giurano di non averlo visto mai, o quasi. Lui, schivo com’è naturale che sia uno che s’è fatto da sé, non è tipo da farsi vedere in piazza. “L’Emma, lei sì, fino a due o tre mesi fa potevi trovarla tutte le domeniche mattina ai tavoli del plateatico con la famiglia”. Il tempo dirà se quei due o tre mesi d’assenza sono stati per le ferie o per il nuovo incarico di Emma Marcegaglia, che da maggio è il nuovo presidente di Confindustria. Ma lui no, al rito del cappuccino alla berlina non si presterebbe mai. Roberto Colaninno preferisce i soliti posti, i soliti amici di scuola che di tanto in tanto ritrova per le vie del centro. E allora li porta al bar, il primo che capita, offre l’aperitivo e si abbandona ai ricordi. Lo vedevano spesso al Caffè Sociale, quello accanto al teatro, ma nemmeno là è più di casa. E’ rimasta soltanto, nell’itinerario solito tra la casa di via Carducci e Nista, il barbiere che “lo manda in giro sempre bello azzimato” da trent’anni, la solita sosta al bar Adriano. Quasi sempre entra da solo, prende il solito espresso e se ne rivà, il cavaliere. Da queste parti “el ragiunat de Mantua” lo chiamano “il cavaliere”, ma si sente che lo dicono con la c minuscola. Da qualche giorno, in città, non si parla che di lui. Non che non se ne parlasse anche prima, con le rivalità e le operazioni finanziarie e le amicizie politiche sempre sulla bocca di tutti, ma da quando un altro pari grado, con la maiuscola, ha deciso che sarebbe stato lui l’uomo giusto per guidare la nuova Compagnia aerea italiana, Roberto Colaninno è tornato a essere l’argomento preferito dai mantovani. Da dieci giorni la Gazzetta di Mantova, primo quotidiano della città di proprietà del gruppo Espresso, macina titoli sulla nuova “Alitalia mantovana”. In parte è vero, in parte è orgoglio di provincia. Eppure il ragioniere, che a Mantova c’è nato nel 1943, fino a poco più di dieci anni fa era ancora “un teròn”. Suo padre lavorava all’ufficio delle entrate e veniva da Acquaviva delle Fonti, nel barese. Man mano che il ragioniere diventava cavaliere e finiva sulle prime pagine dei giornali di Roma e di Milano per essere arrivato alla guida di Olivetti, per aver scalato Telecom con gli altri “capitani coraggiosi” della razza padana e per essersi comprato la Piaggio e aver fatto diventare lombarda persino la Vespa, Colaninno il terrone diventava Roberto il mantovano. Così mantovano da finire – era il 1998 – nel consiglio d’amministrazione della Bam, la Banca agricola mantovana, insieme con il grande vecchio dell’industria locale, quello Steno Marcegaglia che – giovane operaio socialista – in quarant’anni aveva creato a Gazoldo degli Ippoliti il suo impero dell’acciaio partendo da una ditta di guide metalliche per tapparelle. I due non avrebbero potuto essere più diversi: esuberante, sempre pronto a intervenire nei dibattiti pubblici per dire la sua e finire sui giornali il patriarca Steno, capitano d’industria vecchio stile che produce roba e la vende. Misurato, schivo, vicino alla politica senza subirne il fascino il più giovane Roberto, imprenditore bravo coi numeri e le plusvalenze più ancora che con i prodotti. In quel consiglio, microcosmo della finanza che allora contava, c’era pure Calisto Tanzi. L’allora patron di Parmalat era nel numero degli amministratori d’area cattolica della piccola banca di provincia che annoverava già tra i suoi correntisti un immobiliarista rampante come Stefano Ricucci. Colaninno e Marcegaglia, che pure non dovevano piacersi troppo, erano invece tra i “laici” assai vicini all’allora Pds che spingevano per l’arrivo a Mantova dei senesi del Monte Paschi, pronti a rilevare l’istituto lombardo. L’uno e l’altro, raccontano in città, speravano forse di accedere alla presidenza della banca, e diventare in tal modo una sorta di proconsoli della finanza rossa in Lombardia. Andò male a entrambi. Gli uomini fidati arrivarono direttamente da Siena e per i mantovani non ci fu spazio. Dieci anni dopo Roberto Colaninno e Steno Marcegaglia siederanno ancora insieme in un altro consiglio di amministrazione, quello della nuova Alitalia: “Da allora le loro carriere non si sono più incrociate – racconta al Foglio Romano Gandossi, direttore della Voce di Mantova, che a differenza della Gazzetta non ha un gran feeling con il neopresidente della compagnia di bandiera – Di lì a qualche mese Colaninno si lanciò nell’impresa Telecom e più tardi nell’acquisizione di Piaggio. Per forza di cose, più i suoi interessi diventavano grandi, più le sue apparizioni a Mantova si diradavano. Marcegaglia, al contrario, non ha mai smesso di farsi vedere, ma negli ultimi anni anche lui s’è dedicato alla sua opera migliore: la costruzione del personaggio pubblico di Emma, una donna che sarà in grado di tagliare quei traguardi che nemmeno suo padre è riuscito a raggiungere, complice forse il suo carattere esuberante, tutt’altro che diplomatico”. Un carattere che l’ha confinato nel suo doratissimo esilio di Gazoldo, mentre in città politici, imprenditori e giornalisti inseguono il favore del ragioniere-cavaliere. “Nei dieci anni della giunta Burchiellaro – dice Giuliano Longfils, capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale e un passato da segretario del Pli – la vicinanza di Colaninno all’amministrazione di centrosinistra è stata totale. Lui non appariva mai, ma era evidente che la sua parola, sulle decisioni strategiche di sviluppo economico e urbanistico della città, era molto ascoltata”. Che quando il ragioniere era a capo della Omnitel tutti i telefonini in municipio fossero della Omnitel e che gli scooter tuttora in dotazione alla Polizia municipale siano Piaggio sono, ovviamente, coincidenze che soltanto in provincia amano sottolineare.
A casa Colaninno la politica ha fatto breccia nella nuova generazione, capitani coraggiosi che studiano da leader popolari. Matteo, il suo primogenito, un manager capace di parlare più e meglio di lui alla politica. La nomina a ministro dello Sviluppo economico nel governo ombra di Walter Veltroni e la presidenza dei giovani industriali durante il mandato Montezemolo sono però soltanto le tappe conclusive (per ora) di una carriera cominciata all’ombra di papà Roberto prima nella società capofila di famiglia, la Immsi (la stessa che investirà 150 milioni di euro in Compagnia aerea italiana), e poi alla vicepresidenza della Banca popolare di Mantova, l’istituto fondato nel 2000 con l’aiuto della Popolare di Lodi dopo la delusione Monte Paschi di due anni prima. Con la candidatura alle politiche Matteo, capolista del Pd in Lombardia, è uscito dal cda di Bpm, ma non da quello di Immsi. Due giorni fa, in un’intervista alla Gazzetta di Mantova, ha assicurato di “non essere affatto in conflitto di interessi”, spiegando che al momento di votare l’investimento in Alitalia si è alzato e se n’è andato. Se è vero, come dicono a Mantova, che i consigli di amministrazione di Immsi si tengono tra un primo e un secondo al Pescatore di Canneto sull’Oglio, chissà dove sarà andato, prima di tornare a mangiare il petto d’anatra all’aceto balsamico.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 4 settembre 2008)

lunedì 1 settembre 2008

Big bang


Se è vero quello che dicono, vorrei si sapesse che sono felice di essere cristiano e di non dover votare più, ma soprattutto che ringrazio Dio per avermi fatto sposare una donna meravigliosa. Qualora avessi abbastanza tempo, però, vorrei finire un romanzo, fare almeno tre figli (meglio quattro, in maggioranza femmine), essere più padrone di me stesso e magari comprare questa casa. Direi che potrebbe bastare.