giovedì 30 ottobre 2008

Quelli che lo avevano detto prima, e ora noi dietro la lavagna


Milano. L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Di sicuro l’aveva detto Nouriel Roubini. L’economista bocconiano della New York University aveva parlato chiaro, e chi avesse avuto voglia di ascoltare – e di credere – avrebbe capito, e creduto. Era il 7 settembre quando il professore nato in Turchia e cresciuto in Iran, Israele e Italia prese la parola a una riunione di economisti al Fondo monetario internazionale e disse quel che aveva da dire, e cioè che nel giro di qualche mese l’America avrebbe sperimentato una crisi “di quelle che capitano una sola volta nel corso di una vita”. La previsione era meticolosa: “Il sistema si troverà ad affrontare l’esplosione di una bolla immobiliare, uno choc petrolifero, il naturale calo di fiducia dei consumatori e, di conseguenza, una profonda recessione”. Inevitabilmente, disse allora, il succedersi di questi eventi avrebbe portato “alla crisi o al fallimento di fondi speculativi, banche di investimento e altre grandi istituzioni finanziarie come Fannie Mae e Freddie Mac”. Disse proprio così: Fannie Mae e Freddie Mac, e in platea – e non soltanto in platea – cominciarono a darsi di gomito. Che Roubini avesse la fama di essere un “permabear”, che è un modo carino tra economisti per definire un collega un menagramo, era risaputo e la battuta del moderatore – al termine dell’intervento – strappò una risata a tutti: “Dopo queste previsioni ci vorrebbe qualcosa di forte da bere”. Racconta il New York Times, che due mesi fa ha rievocato l’episodio, che poco dopo un altro economista, Anirvan Banerji, prese la parola proprio per contestare le conclusioni “catastrofiste” di Roubini e lo fece utilizzando le motivazioni che solitamente sono proprie di un altro tipo di catastrofisti, quelli ambientali: “Le tue previsioni non si basano su alcun modello matematico e poi si sa che sei uno che dice sempre il contrario degli altri”. Perfino l’economista Stephen Mihm, che qualche mese fa lo aveva intervistato per conto del quotidiano newyorchese, pur riconoscendogli recentemente di essere stato il Dr. Doom, il dottor Destino capace di prevedere il futuro con strabiliante lucidità, non se l’è sentita di smentire il cliché della cassandra: “Dice di non essere un pessimista, ma è difficile credergli – scriveva un paio di mesi fa – persino quando sorride, le poche volte che lo fa, la piega delle labbra sembra più una smorfia che un sorriso”. E però quella smorfia diceva il vero. A febbraio era stato sempre lui a dire che diverse banche di investimento, in quel momento considerate ancora al riparo dalle ricadute del caos dei mutui subprime, sarebbero presto finite “pancia all’aria”. Sei settimane più tardi si scoprì, tanto per cominciare, quanto fosse fragile Bear Stearns. Roubini non aveva inventato nulla: semplicemente aveva applicato al caso degli Stati Uniti quel che aveva imparato studiando le crisi finanziarie che avevano colpito, negli anni Novanta, parecchi paesi emergenti, dal Messico all’Indonesia, dalla Russia all’Argentina. In tutti i casi – aveva notato l’economista – si trattava di paesi con un sistema bancario scarsamente regolato e con una tendenza a spendere (e a indebitarsi) oltre i limiti della propria disponibilità di liquidi. Che lo studio si sia rivelato accurato lo dice il vaticinio di due mesi fa: “O si nazionalizzano le banche o si nazionalizzano le ipoteche”, aveva spiegato l’economista dell’ateneo newyorchese. Il nuovo piano Paulson prevede l’ingresso dello stato (per il momento con 250 miliardi di dollari) nel capitale delle nove principali banche d’America. La previsione di Roubini si conclude con una recessione che – dice lui – “durerà circa diciotto mesi e sarà la peggiore dai tempi della Grande Depressione”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Perché non c’è mica soltanto Roubini. E non c’è nemmeno bisogno di scomodare Oswald Spengler e il suo “Tramonto dell’occidente” fresco di ristampa per Longanesi (quando si dice il tempismo), che in quel saggio travestito da romanzo storico già nel 1918 narrava del dominio delle masse, del denaro, della tecnica e dell’esaurimento della democrazia come tappe tristi dell’ineluttabile declino di una civiltà, la nostra. Basterebbe rimanere a Wall Street e andarsi a cercare quel che diceva tal Meredith Whitney, analista finanziario per la banca di investimento Oppenheimer e bionda moglie di un campione di wrestling, poco meno di un anno fa. Mentre i listini ricominciavano a salire dopo il caos subprime dell’estate 2007, la signora Whitney si mostrò pessimista e predisse un netto calo dei profitti per Citigroup (e così fu) e un destino di svalutazioni per le principali banche d’America, a cominciare da Lehman Brothers, fallita il mese scorso. Forbes l’ha inserita nella lista dei migliori analisti finanziari del paese e i suoi interventi al talk show finanziario della Fox, Cavuto on Business, sono attesi dagli operatori dei mercati come gli oracoli al tempo degli eroi omerici. Fortune le ha dedicato la copertina del mese di agosto, puntando anche sulla sua ancor giovane età (38 anni) e sull’aspetto gradevole da brava ragazza uscita a pieni voti dal college. Nell’articolo all’interno, Jon Birger le fa dire che “l’economia sta per sprofondare ai livelli dei primi anni Ottanta” e che lei si sente “al centro della peggiore crisi finanziaria della storia”. Il che d’altro canto dev’essere un po’ vero se Gus Sacco, manager di AG Asset Management, spiegava sempre a Fortune che “come Abby Joseph Cohen di Goldman Sachs sul finire degli anni Novanta, Meredith non può più permettersi il lusso di dire la sua senza aspettarsi che i mercati si muovano di conseguenza”. Una responsabilità che le ha già procurato, a lei che a chiamarla “permabear” c’è da farle un favore, una minaccia di morte e qualche centinaio di e-mail e telefonate minatorie.

L’Archéofuturisme
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Sarebbe bastato ascoltare la lezione di Guillaume Faye, maestro del pensiero identitario e guru della Nouvelle Droite, per capire che presto o tardi la “convergenza delle catastrofi” (che è pure il titolo del suo ultimo saggio, pubblicato in Francia dalle Editions du Lore con lo pseudonimo di Guillaume Corvus) si sarebbe alfine realizzata. Prendere un suo saggio semisconosciuto vecchio d’un decennio, “L’Archéofuturisme”, sarebbe stato sufficiente per capire che “per la prima volta nella storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dall’applicazione dei suoi progetti ideologici”, che sono poi il frutto di una “ideologia angelica del progresso in un mondo sempre meno vitale”. Lui, che da tempo preconizzava “una crisi peggiore di quella del ’29”, adesso prefigura un futuro apocalittico in cui “la popolazione del globo terrestre tornerà a un miliardo di persone. Ci saranno stermini di massa, effetto della fame e delle carestie. E’ impossibile immaginare un tasso di crescita del sei per cento l’anno, come se avessimo sei ‘pianeta Terra’ a disposizione. Alla fine del XXI secolo, la terra avrà due velocità: una piccola minoranza vivrà come oggi, un’altra vivrà un nuovo medioevo, senza tecnologia, senza risorse”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino in Italia qualcuno c’era arrivato. E non c’è bisogno di scomodare Giulio Tremonti, che prima ancora di tornare al ministero dell’Economia aveva affidato le sue riflessioni sulla crisi del capitalismo globale a un saggio (“La paura e la speranza”, Mondadori) nel quale pronosticava l’arrivo “di un nuovo ’29”. Più semplicemente sarebbe bastato scoprire uno come Eugenio Benetazzo, “il primo e unico predicatore finanziario” del nostro paese, come lui stesso ama definirsi (ma non gli spiace, contento lui, di farsi etichettare come “il Beppe Grillo dell’economia” e “il Marco Travaglio della finanza”). Non è un caso che qualche giorno fa fosse ospite di Michele Santoro ad Annozero. Lui “Duri e puri. Aspettando un nuovo 1929” (La Riflessione, ristampato quest’anno da Macro Edizioni) l’aveva scritto nel 2005 e già allora indovinava l’indovinabile, e cioè che “molti dovranno vendere le case che non possono più pagare. Che cosa avverrà della bolla finanziaria che fa costare 160 mila euro appartamentini che sono covi per scarafaggi? Di colpo, il vostro habitat da scarafaggi varrà, diciamo, 100 mila euro. O anche meno”. Da tre anni il trader originario di Sandrigo, nel Vicentino, gira pure lui l’Italia con uno show itinerante, “Blekgek” (ma ha anche una Web radio e un canale su YouTube), in cui spiega che il nuovo medioevo è alle porte e che la colpa è tutta delle banche. Quando, due anni e mezzo fa, Benetazzo spiegava in un’intervista a Stefano Lorenzetto che erano “le previsioni dei più quotati analisti indipendenti, che però non trovano spazio sui media” ad averlo convinto dell’imminente catastrofe finanziaria, il cronista del Giornale lo trattò con sufficienza. E non fu il solo. Eppure il trader vicentino consigliava quel che consiglierebbero in molti, oggi: “Primo: estinguere i mutui. Secondo: fuggire da tutti gli investimenti mobiliari quotati in dollari. Terzo: comprare terreni. E oro”. Il tutto in attesa del medioevo prossimo venturo: “Chi erano i ricchi nel medioevo? – chiedeva lui retoricamente all’intervistatore – Coloro che possedevano terreni e oro. Fra cent’anni sarà la stessa cosa”.

Persino uno come Nassim Taleb
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino uno come Nassim Taleb, che già per ammettere che “non sarà la fine della storia perché niente lo è mai” sembra un inguaribile ottimista, l’aveva capito per tempo, lui. Epistemologo e trader libanese trapiantato in America, Taleb è autore del saggio “Il Cigno nero, come l’imponderabile governa la nostra vita” (Il Saggiatore) che spiega – citando la scoperta dei cigni neri nel 1790 all’arrivo degli europei in Australia – “la fallacia narrativa con la quale ci autoinganniamo in moltissimi campi, dall’economia alle scienze sperimentali”. Il fatto è che, come ha spiegato lo stesso Taleb in un’intervista di pochi giorni fa all’agenzia Bloomberg, “quello di questa crisi era un prevedibilissimo cigno bianco”. Lo sanno gli investitori che seguono i consigli del fondo Universa Investments LP, di cui Taleb è uno dei principali consulenti, e che anche in questi mesi di turbolenze sui mercati non hanno smesso di guadagnare. Perché in fin dei conti è vero che, come diceva Yogi Berra, “è difficilissimo fare previsioni, soprattutto riguardo al futuro”, ma è pure vero che “persino un orologio fermo, due volte al giorno, segna l’ora esatta”. E questo non lo dice l’ineffabile Yogi, ma Anirvan Banerji, il rivale del profetico Roubini.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 ottobre 2008)

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