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mercoledì 9 dicembre 2009

Non capirci un'acca

Ma perché tutti i giornali italiani scrivono Copenaghen anziché Copenhagen? E sì che basterebbe guardare il logo.

B-XVI, maestro di giornalismo


Assuefatti al male, fino al punto di approfittarne. Non si poteva spiegare meglio di così.

venerdì 27 novembre 2009

Deriva moralista


Prima Casoria, poi le escort, quindi i trans e ora persino la liaison neofascista. Possibile che l'Italia sia un paese tanto bigotto da dover valutare la sua classe politica solo ed esclusivamente in base alla sua vita e attitudine sessuale? Possibile che sia politicamente rilevante quasi solo quel che è penalmente irrilevante? O non sarà che a essere così bacchettone sia soltanto il circo mediatico-parlamentare, e il paese in realtà se ne frega?

giovedì 14 maggio 2009

Per una volta, un po' di autopromozione


TV: A 'TERRA!' (GIOVEDì 14 MAGGIO, ORE 23,40 SU CANALE 5) RIFLETTORI PUNTATI SULLA FIAT

Roma - (Adnkronos) - "Fiat luce" è il titolo del nuovo appuntamento di "Terra!", il settimanale del Tg5 a cura di Toni Capuozzo e Sandro Provvisionato, in onda su Canale 5 in seconda serata. Provvisionato condurrà, dai cancelli dello storico stabilimento torinese di Miafiori, una puntata interamente dedicata alla Fiat, in relazione alle recenti manovre economiche dell'azienda di Torino volte all'acquisizione dell'americana Chrysler e della tedesca Opel. Apre la puntata un lungo reportage di Alan Patarga che, da Windsor (Canada), farà il punto sulle aspettative legate ai vicini stabilimenti automobilistici di Detroit. Lì, infatti, verranno prodotti i primi veicoli nati dal sodalizio di Fiat e Chrysler.

Giuseppe De Filippi traccerà un approfondito ritratto di Sergio Marchionne, ad del gruppo Fiat e principale artefice delle recenti fusioni intercontinentali dell'azienda italiana. Marco Corrias, a Russelsheim, sede del più grande stabilimento Opel, raccoglierà i pareri dei lavoratori tedeschi sul tentativo dell'impresa della famiglia Agnelli di acquisire gli assets del colosso tedesco dell'auto. Provvisionato intervisterà, invece, un delegato del gruppo sindacale Fiom, che esporrà le aspettative e le preoccupazioni dei lavoratori italiani in merito alle ultime manovre economiche del Lingotto.

Claudio Della Seta spiegherà, infine, quali modelli saranno
prodotti e in quali stabilimenti, qualora l'alleanza tra le tre case automobilistiche diventasse realtà. A concludere, Capuozzo
incontrerà l'esploratore Michele Pontrandolfo, ritornato in patria
dopo aver raggiunto a piedi, primo tra gli italiani, il Polo Nord
magnetico.

(Toa/Zn/Adnkronos)
13-MAG-09 14:01

martedì 19 febbraio 2008

venerdì 8 febbraio 2008

Geniale


La copertina dell'Espresso è la più bella di tutte.

martedì 18 dicembre 2007

Così Bush ha vinto la battaglia di Bali


A Baghdad c’è voluto il “surge” dei generali David Petraeus e Ray Odierno per far capire anche ai più critici quanto la vittoria in Iraq fosse a portata di mano. A Bali è bastato mandare Paula Dobriansky e James Connaughton per scompaginare i piani del fronte ambientalista delle catastrofi e far trionfare la strategia verde della Casa Bianca. Checché ne dicano i principali media americani (e con loro, il grosso della stampa mondiale), l’unico vincitore uscito dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è tenuta nell’isola indonesiana è George W. Bush.
La vulgata dice che gli ambientalisti più accesi e i governi loro amici sono riusciti nella non facile impresa di far capitolare l’Amministrazione statunitense di fronte all’ipotesi dell’isolamento in tema di ecologia. Washington, hanno spiegato gli analisti della Cnn e quelli del New York Times e dell’Associated Press, ha dovuto cedere, dopo tanti “no”, e siglare un accordo che prevede “forti riduzioni” nelle emissioni di gas serra in un prossimo futuro. La cronaca nuda degli avvenimenti, così come l’ha raccontata domenica il Sunday Times, racconta esattamente il contrario: “Sebbene i principali paesi industrializzati, e tra essi l’America, abbiano acconsentito a un taglio delle loro emissioni di gas serra – ha scritto il giornale britannico – essi si sono rifiutati di approvare la proposta avanzata dall’Unione europea che prevedeva come obiettivo un taglio del 25-40 per cento delle emissioni entro il 2020. Gli attivisti ora si lamentano del fatto che alcuni tra i principali inquinatori del mondo, come l’America, il Giappone o il Canada, potranno continuare liberamente ad aumentare la loro quota di emissioni per anni e anni”. Non a caso Meena Rahman, presidente di Friends of the Earth, ha parlato di “un compromesso debole e al ribasso”, mentre un altro ambientalista, Tony Juniper, sosteneva che “questa conferenza ha fallito l’obiettivo di fissare una direzione di marcia chiara”.
L’idea di Washington messa all’angolo e dell’Europa goriana che trionfa non traspare dal resoconto del Sunday Times. Prima ancora che l’intesa fosse siglata, l’ex ambasciatore americano all’Onu, John Bolton, aveva già spiegato in un’intervista alla Fox che “delle democrazie industrializzate del G8 ben quattro, ossia Stati Uniti, Giappone, Canada e Russia, condividono il nostro punto di vista, e cioè che non servano obiettivi numerici in questo accordo. Gli altri quattro, ovvero gli europei, sono invece in disaccordo con noi. Quindi, all’interno del G8, siamo quattro a quattro, in perfetta parità. Andando a vedere anche le opinioni dei paesi in via di sviluppo come Brasile, India e Cina, però, si scopre che anche questi ultimi sono in linea con le nostre posizioni. Se c’è qualcuno che è isolato, qui, direi che si tratta degli europei e di Al Gore, non dell’America”. L’epilogo della conferenza di Bali dice che Bolton aveva visto giusto.
I delegati statunitensi non hanno cambiato idea. Al contrario, venerdì sera sono stati i rappresentanti dell’Unione europea a cancellare ogni riferimento numerico (quel 25-40 per cento di emissioni da ridurre entro il 2020) dalla loro mozione, accontentandosi di un “profondo ridimensionamento” delle emissioni di gas serra “per raggiungere l’obiettivo finale”. Di date, nemmeno l’ombra, così come di percentuali. “Questo è un inizio e non una fine”, ha detto concludendo i lavori della conferenza il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Ma avrebbe potuto definirlo “l’inizio di un inizio”, perché in realtà il compromesso “accettato” dagli Stati Uniti e dagli altri 180 paesi firmatari non prevede altro che un lungo negoziato senza riferimenti certi se non la data di scadenza: il 2009, quando si terrà una nuova conferenza internazionale a Copenaghen. Fino ad allora, insomma, non cambierà nulla di nulla. Si continuerà, con toni assai simili a quelli della settimana scorsa, a discutere di catastrofi imminenti e di nazioni che inquinano più di altre, di sviluppo economico da proteggere e di natura da tutelare dalla perfidia umana. Ma saranno parole.
Fin qui i successi americani in negativo, quelli ottenuti, cioè, rinviando decisioni potenzialmente dannose per lo sviluppo economico statunitense e mondiale, che era poi il principale proposito dell’Amministrazione Bush. Ma la Casa Bianca è riuscita a fare di più, grazie ai suoi rappresentanti: è riuscita a far cadere quello che Yvo de Boer, segretario della Convenzione sui cambiamenti climatici dell’Onu e organizzatore della conferenza di Bali, aveva definito “il muro di Berlino del cambiamento climatico”, e cioè il principio secondo il quale l’onere di combattere l’inquinamento globale e le sue conseguenze avrebbe dovuto essere assunto dalle sole nazioni sviluppate e non anche, come chiesto da dieci anni dagli Stati Uniti, dai paesi in via di sviluppo. Paula Dobriansky, sottosegretario di Bush alla Democrazia e agli Affari globali, ha spiegato proprio al Sunday Times di aver “cambiato idea” sull’intesa di Bali “quando il Brasile e il Sud Africa hanno lasciato intendere di essere disponibili a partecipare attivamente ai tagli delle emissioni”. L’idea che tutti i paesi, e non soltanto quelli ricchi, debbano accollarsi l’onere di “salvare la Terra”, ha cambiato completamente il quadro delle trattative. Era stato proprio nel timore di squilibri nella crescita economica mondiale (a detrimento degli interessi americani) che il Senato degli Stati Uniti aveva approvato la “risoluzione Byrd-Hagel” con 95 voti favorevoli e zero contrari. Era il 1997, primo anno del secondo mandato presidenziale di Bill Clinton, e i senatori di entrambi i partiti decisero di sbarrare la strada alla ratifica del Protocollo di Kyoto fino a quando anche i paesi in via di sviluppo non avessero accettato di contribuire alla riduzione dell’inquinamento globale. Nonostante gli sforzi dell’Amministrazione democratica e la firma simbolica del vicepresidente Gore in calce al Protocollo, non se ne fece nulla. Dove Clinton e il suo delfino fallirono dieci anni fa, Bush è riuscito lo scorso weekend, appena due giorni dopo l’accusa – lanciata a Bali in mondovisione dall’ex rivale Gore – di essere “il peggior inquinatore del globo”. Al termine del negoziato l’olandese De Boer è scoppiato in lacrime.
In realtà, paesi industrializzati e nazioni in via di sviluppo non avranno le stesse identiche responsabilità. L’intesa raggiunta a Bali prevede infatti parametri precisi per ciascuno degli stati più economicamente avanzati del pianeta e limiti alle emissioni di biossido di carbonio più “indicativi” per i paesi come Cina e India. Ma la vittoria bushiana è proprio nell’aver rotto lo schema per il quale ai poveri non era chiesto nulla se non di continuare ad arricchirsi senza dover rispettare alcuna regola mentre ai paesi sviluppati si chiedeva di fare sacrifici per tutti. Esattamente l’opposto di quanto ipotizzato, per una settimana intera, dai gruppi ecologisti più oltranzisti, come il Mauch Consulting Group che aveva prospettato l’imposizione di una “tassa globale sulla CO2” da far pagare alle sole nazioni industrializzate per il principio “paghino soprattutto gli inquinatori”, dimenticando che la Cina ha recentemente superato gli Stati Uniti nella classifica mondiale della produzione di gas serra. Un altro gruppo ambientalista come Friends of the Earth, con linguaggio mutuato dall’ortodossia marxista, aveva proposto un trasferimento di fondi dai paesi ricchi a quelli poveri perché “la risposta al cambiamento climatico deve basarsi essenzialmente sulla redistribuzione delle ricchezze e delle risorse”. Un assunto che fa il paio con le dichiarazioni di Mayer Hillman, ricercatore britannico del Policy Studies Institute, secondo il quale il razionamento del carbonio è l’unico metodo efficace per impedire gli effetti catastrofici del climate change, anche contro il parere dei cittadini: “Io credo che la democrazia sia un obiettivo meno importante della protezione del nostro pianeta. I cittadini devono essere costretti al razionamento, che piaccia o no”, ha spiegato lo studioso. Nel suo blog ospitato sul sito della National Review, l’editorialista Mark Steyn ha dato un titolo emblematico a questo breve stralcio di intervista: “The Earth is your Führer”, la Terra è il tuo Führer. Anche da questa dittatura, per almeno due anni, Bush è riuscito a liberarci.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 18 dicembre 2007)

mercoledì 12 dicembre 2007

Quant'è bella l'Autosole senza Tir (forse)


Martedì, ore 18,30 circa. Mi avvicino al casello di Mantova nord (Autobrennero) con le palpitazioni: quanti Tir incontreremo lungo la strada fino a Sinalunga? Le immagini dei tg, i titoli dei quotidiani di giornata lasciano poco spazio al dubbio: tanti, ne incontreremo tanti. Code interminabili di "bisonti" lungo le carreggiate, caselli bloccati, aree di servizio inservibili, traffico canalizzato (e paralizzato) lungo un'unica, risicatissima corsia di sorpasso. Questo ci aspettiamo, io, mia moglie e forse persino il cane. Perché il messaggio dei media era chiaro: l'Italia è nel caos, manca tutto. E noi dobbiamo attraversarlo quasi tutto, quel caos, passare per Bologna e Firenze, mica per Pescasseroli e Roccasecca. Vedrai che file ci saranno, vedrai.
Così ritiro il biglietto a Mantova nord, saranno le 18,38 o giù di lì. Faccio due conti: col traffico che ci sarà, se tutto va bene per ora di cena siamo a Rioveggio. Che, tradotto, significa una mezza salvezza: in quel paesino dell'appennino tra Bologna e Firenze, conosciuto più per il casello che per altro, c'è una delle pizzerie più buone d'Italia, sarà a un chilometro dall'uscita dell'A1, fa una pizza speciale (abbastanza alta ma non troppo, ingredienti eccellenti) e costa non il giusto, qualcosa meno. Te la do io, la Rustichella, penso.
In autostrada c'è nebbia. Sarà per questo che non si vede nemmeno un Tir nei paraggi, Stai a vedere che spuntano due fanali rossi a pochi metri quando meno te l'aspetti, meglio stare attenti. Passano i chilometri, e le due lucine rosse non si vedono. Passiamo Mantova sud, Pegognaga, Reggiolo, Carpi. Fino a Modena nord, quando c'è l'imbocco dell'Autosole (bel nome, se per metà è inghiottita nelle nebbie padane), di camion ne avremo visti tre o quattro, tutti stranieri (uno croato, uno ceco e un paio polacchi): il traffico, se così si può chiamare, è scorrevole. Anzi, proprio non c'è: qualche automobile che procede a velocità moderata per la foschia, qualcun altro che sfreccia per far vedere agli altri che lui, alla nebbia, c'è abituato. Fanno tutti così, quelli che s'ammazzano. Da Modena in poi la musica rimane la stessa: pochissimi autotreni, roba che forse – da queste parti – non ne passavano così pochi nemmeno nel 1959, quando l'autostrada era in costruzione. Negli autogrill, a giudicare dall'occhiata rapida che diamo loro passando da fuori, sembra tutto tranquillo. Siamo a Bologna, sono passate le sette e io comincio a sperare nell'ingorgo, perché sennò Rioveggio salta e si finisce a casa a mangiare due uova sode e un po' di insalata. Dopo un trasloco sarebbe troppo. A Rioveggio ci passiamo che saranno le 19,25 e l'ora sarebbe anche quella giusta, ma con un traffico (?) così perché sprecare soldi fuori se possiamo essere a casa in poco più di un'ora e mezza? Basta stringere la cinghia un po', quante volte s'è fatto per gli orari del giornale?
E sia, niente Rioveggio. DI Tir, nemmeno l'ombra. A questo punto prego che non compaiano proprio ora, che non colpisca la maledizione della Rustichella. Sarebbe davvero il colmo. Siccome lassù qualcuno deve amarmi almeno un po', dopo Bologna anche Firenze si presenta insolitamente vuota di traffico: persino i lavori tra Calenzano e Certosa non sono d'ostacolo, senza i bisonti in rivolta chissà dove. Certo non qui. Tra Incisa e Arezzo torna la nebbia, "chissà perché da qualche anno c'è quasi più nebbia dalle nostre (sue, ndr) parti che in Valpadana", si chiede Elisa. Alle 21 circa usciamo a Valdichiana-Bettolle-Sinalunga. Eccoli, i camionisti. Pardon, i padroncini. Sono fuori dal casello attorno a un falò, si riscaldano con qualche salsiccia, due castagne e un goccio di vin brulè. Non sarebbe male. A me, tra qualche minuto, toccheranno uova sode e insalata.

venerdì 19 ottobre 2007

Il NYT e l'ombra di Murdoch

Roma. Gli azionisti di minoranza che vendono in blocco, il titolo che crolla, la possibilità del delisting e l’ombra di Rupert Murdoch. Per Arthur Ochs Sulzberger jr., detto “Pinch” (suo padre, Arthur senior, era soprannominato “Punch”), dal 1992 a capo della New York Times Company, non è stata una bella settimana. Mercoledì mattina un lancio dell’agenzia Bloomberg ha reso noto quello che ai vertici della holding che pubblica il New York Times e il Boston Globe temevano da tempo: l’uscita di scena di Morgan Stanley Investment Management, il fondo che – con il suo 7,2 per cento del capitale – era il secondo investitore istituzionale della compagnia e il principale antagonista della famiglia Sulzberger tra i soci. L’uscita di Morgan Stanley preoccupa i Sulzberger perché temono l’arrivo di azionisti ancora più ostili.
Morgan Stanley era entrata nel gruppo NYT nel 1996, ma era soltanto da due anni che lo spregiudicato direttore del fondo d’investimento della banca americana, Hassan Elmasry, aveva deciso di muovere una sua personalissima guerra a una delle dinastie più longeve dell’editoria statunitense. La sua battaglia si è apparentemente conclusa mercoledì mattina con la decisione di vendere (l’acquirente è rimasto finora sconosciuto) i dieci milioni di azioni in mano a Morgan Stanley, un patrimonio in titoli valutato circa 183 milioni di dollari.
Elmasry aveva a lungo tentato di convincere la famiglia Sulzberger, sostenuto in questa operazione da numerosi azionisti di minoranza, a rinunciare al sistema di voto che permette loro, con azioni pesanti di “classe B”, di controllare nove membri del board su tredici pur non detenendo più da tempo il pacchetto di maggioranza della holding.
In due anni di contestazioni pubbliche delle scelte aziendali (come la vendita di alcune emittenti televisive di proprietà del gruppo per ripianare il deficit o la decisione di acquistare il portale di inserzioni About.com), Elmasry era riuscito a portare sulle sue posizioni, la scorsa primavera, il 42 per cento degli azionisti. Tanti, tenuto conto che nel 2006 la quota degli scontenti era ancora ferma al 30 per cento. Ma, evidentemente, non abbastanza per garantire alla cordata organizzata da Morgan Stanley un possibile controllo del gruppo.
Alle prime indiscrezioni sulla vendita, Wall Street ha reagito male, facendo crollare il titolo della New York Times Co. di oltre il 3 per cento, fino a 18,29 dollari, minimo storico dal dicembre 1996. Nel 2002 la quotazione aveva toccato i 53 dollari per azione. Ciononostante, secondo Edward Atorino, analista di Benchmark Company, “Arthur Sulzberger non perderà il sonno”. Non tutti la pensano come lui, a Wall Street. Il pericolo che l’azione di disturbo di Elmasry potesse andare a buon fine era reale. Un esempio concreto era l’assalto, riuscito, di Rupert Murdoch alla Dow Jones Corp., proprietaria del Wall Street Journal. Vero è che il magnate australiano era riuscito nell’impresa grazie alle divisioni interne alla famiglia Bancroft, ma lo stesso finanziere di origini egiziane avrebbe potuto tentare – alla lunga – un’opzione simile. Un pericolo che Pinch Sulzberger non sembra intenzionato a correre ancora, anche in considerazione del fatto che l’altro socio ribelle, T. Rowe Price (che possiede il 14 per cento delle azioni di “classe A”) è ancora lì, pronto a riprendere la battaglia. Così, la soluzione migliore per garantire il controllo del gruppo alla famiglia Ochs-Sulzberger potrebbe essere il delisting, l’uscita dalla Borsa. Secondo Porter Bibb, dirigente di Mediatech Capital Partners ed ex di New York Times Co., dopo Elmasry “potrebbe esserci un esodo di azionisti istituzionali. A quel punto i Sulzberger dovranno sedersi intorno a un tavolo e decidere se non sia arrivato il momento di tornare una private company”.
Abbandonare Wall Street sarebbe un modo anche per allontanare l’ombra dello stesso Murdoch (già proprietario del tabloid New York Post e della Fox) che, dopo aver conquistato il Wall Street Journal, potrebbe puntare al glorioso Times. La proposta di legge sulle concentrazioni editoriali che renderebbe compatibile la proprietà di giornali e tv nella stessa città, presentata in questi giorni, glielo consentirebbe.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 ottobre 2007)