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martedì 12 febbraio 2008

Boom vitale


Nell’America dei diritti civili c’è un diritto che viene celebrato ogni anno con una giornata particolare: il diritto a nascere perché la vita è “santa”. A istituire la giornata per la santità della vita umana (“National Sanctity of Human Life Day”) non è stato però il cristiano rinato Bush, ma uno dei suoi predecessori più popolari e meno discussi dalla sinistra di oggi. Nel 1984, Ronald Reagan era al termine del suo primo mandato presidenziale. Di lì a qualche mese avrebbe affrontato la campagna elettorale per la rielezione e la decisione di schierare la presidenza sul fronte pro life poteva rivelarsi un azzardo. Il 22 gennaio di quell’anno, Reagan decise lo stesso che l’undicesimo anniversario della sentenza “Roe vs. Wade” della Corte suprema – quella che aveva legalizzato la pratica delle interruzioni di gravidanza negli Stati Uniti dichiarando incostituzionali le leggi antiabortiste adottate in alcuni stati – andasse “festeggiato” ricordando il valore della vita umana a partire dal suo concepimento. Il presidente repubblicano, nel suo discorso, ricordò come “il primo dei ‘diritti inalienabili’ citati nella Dichiarazione di indipendenza” fosse proprio il diritto alla vita, “un diritto che secondo la Dichiarazione è stato dato dal Creatore a tutti gli esseri umani, che siano essi giovani o anziani, deboli o forti, in buona o in cattiva salute”. “Dal 1973 invece – disse Reagan – più di 15 milioni di bambini sono morti a causa di aborti legali, una tragedia di dimensioni straordinarie che contrasta tristemente con la nostra convinzione che ogni vita sia sacra. Questi bambini, dieci volte i caduti in tutte le guerre affrontate dalla nostra nazione, non rideranno mai, non canteranno, non faranno mai l’esperienza gioiosa dell’amore umano. L’aborto li ha privati del loro primo e basilare diritto di esseri umani e noi siamo infinitamente più poveri a causa di questa perdita e non soltanto per il loro mancato contributo, ma per l’erosione del senso di valore e dignità che dovremmo riservare a ciascun individuo”. Da allora, la terza domenica di gennaio è stata dedicata da tutti i presidenti (con l’eccezione di Bill Clinton) alla celebrazione della santità della vita umana. Bush ha aspettato il termine del suo primo anno di presidenza per riprendere la tradizione e da allora – nonostante le contestazioni – ha continuato. Domenica 20 potrà annunciare la miglior notizia del suo secondo mandato: l’inizio di un boom demografico paragonabile a quello degli anni Cinquanta.
Gli ultimi dati statistici disponibili, ripresi ieri dall’Associated Press, dicono che in America nascono sempre più bambini. Nel 2006 in tutto il paese si sono registrati 4,3 milioni di parti, un record che riporta alle cifre del 1961, uno degli ultimi anni dei “baby boomers”. Un quarto delle nuove nascite è riconducibile al continuo espandersi della prolifica (e cattolicissima) comunità ispanica, ma stando ai dati sono tutte le componenti etniche statunitensi ad aver figliato di più. I minimi storici degli anni Settanta (registrati proprio a ridosso della sentenza “Roe vs. Wade”) sembrano lontanissimi. E sembrano lontani anche gli altri paesi industrializzati alle prese con tassi di natalità prossimi allo zero. I fattori di questa esplosione demografica sarebbero parecchi. La ricerca cita, tra le altre ragioni, “il minor uso di contraccettivi” e “la riduzione degli aborti”. Secondo Nan Marie Astone, docente di Demografia e riproduzione alla Johns Hopkins University, c’è però un innato attaccamento alla vita degli statunitensi alla base del boom di nascite: “Agli americani – ha spiegato all’Ap – i bambini piacciono. Noi siamo quelli che, quando le cose vanno bene economicamente, diciamo subito ‘facciamo un altro figlio’”. E se il New England liberal e pro choice anche nei numeri assomiglia all’Europa quasi senza più culle, negli stati evangelici del Midwest e del sud i fiocchi azzurri e rosa sono sempre più frequenti. Diceva Thomas Jefferson che “la cura della vita umana e della felicità e non la loro distruzione sono il primo e unico fine legittimo di un buon governo”. E’ la lezione americana, quella impartita da chi fa l’amore e non l’aborto.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 17 gennaio 2008)

La moratoria al cinema


C’è un film, in America, che sta facendo molto più di qualunque moratoria. Senza modificare alcuna legge, senza riaprire dibattiti, sta riuscendo dove decine di gruppi pro life spesso falliscono: nel convincere tante donne a non abortire coinvolgendole emotivamente. Il film si chiama “Bella”, è diretto dal regista Alejandro Monteverde e ha vinto il People’s Choice Award al Toronto Film Festival del 2006 e poi è rimasto un anno senza distribuzione. Il protagonista della pellicola, che è anche il principale produttore, è il giovane attore messicano Eduardo Verastegui, ex star delle telenovelas trasferitosi da qualche anno a Hollywood. Qualche commedia “spanglish”, tanti cliché sui “latinos” e poi una conversione, religiosa e artistica: “Il successo mi stava dando tante cose materiali ma dentro mi sentivo vuoto. Soprattutto, mi sembrava ingiusto continuare ad accettare ruoli mortificanti per la mia gente e sprecare così il dono della recitazione che Dio m’aveva fatto”. Di famiglia cattolica, Verastegui è tornato alla fede e ha scelto di fondare una piccola casa di produzione indipendente, la Metanoia, per promuovere il suo progetto: realizzare film in grado di raccontare storie verosimili e di trasmettere valori positivi. “Bella” è stato il primo esperimento. La vittoria a Toronto, che in passato era toccata a pellicole di primo livello come “Momenti di gloria” o “Hotel Ruanda”, non ha spianato la strada per la distribuzione. La storia di una giovane donna single incinta (interpretata dall’attrice televisiva Tammy Blanchard) che, aiutata da un nuovo amico (Verastegui, cuoco ed ex calciatore), rinuncia ad abortire pur essendo rimasta senza lavoro non rientrava negli stereotipi hollywoodiani. Le porte delle grandi multisala sono rimaste sprangate. “Bella” è stato proiettato in poco più di centocinquanta sale in tutti gli Stati Uniti a partire dalla fine di ottobre: dopo due settimane erano diventate quattrocentosessanta perché, a decine, i gruppi antiabortisti avevano attivato un passaparola tale da obbligare gli esercenti ad affittare loro gli spazi per visioni “private”. Lo stesso Verastegui ha preso parte a proiezioni organizzate da associazioni come il Family Research Council e Focus on Family. La critica, a partire dalla recensione del New York Times firmata da Stephen Holden, è stata tutt’altro che tenera, eccezion fatta per le riviste vicine ai gruppi pro life, ma in quattro settimane gli incassi sono stati di oltre cinque milioni di dollari e tanto sul portale Yahoo che sul sito Internet specializzato Fandango la pellicola è stata la più votata dal pubblico americano.
A un incontro organizzato a Nashville a novembre l’attore ha però raccontato l’altra faccia del successo del film: “E’ stato sorprendente – ha spiegato – ricevere così tante e-mail e lettere di giovani donne che hanno deciso di annullare appuntamenti già presi per abortire per il solo fatto di aver visto ‘Bella’ e che hanno tenuto il loro bambino”. Intervistato dall’American Family Association Journal, Verastegui ha anche raccontato di come, durante la realizzazione del film, sia riuscito personalmente a convincere due donne a far nascere i figli che portavano in grembo: “Stavo preparando il mio lavoro di ricerca come fa qualsiasi attore prima di girare un film – ha spiegato l’attore e produttore – Essendo la storia di un aborto, mi recai in una di quelle cliniche in cui si praticano le interruzioni di gravidanza a Los Angeles. Pensavo di andar lì, fermare una donna all’entrata e farle un paio di domande. Mi trovai di fronte una schiera di ragazze di 15 o 16 anni in attesa di abortire. Rimasi senza parole, non sapevo cosa fare. Da un gruppo di persone vennero fuori alcuni messicani che mi riconobbero perché qualche anno prima ero stato una star delle telenovelas e mi dissero che c’era una ragazza del mio paese che non parlava bene inglese che stava per abortire. Erano attivisti di un gruppo pro life e pensavano fossi uno di loro. Andai dalla ragazza, che sembrava intimidita perché m’aveva riconosciuto. Con lei c’era il suo fidanzato. Parlammo della vita, della fede, dei sogni, del Messico, del cibo, di tante cose. Le diedi un orsacchiotto (la scena è stata ripetuta nel film, ndr) e il mio numero di cellulare, lei se ne andò”. Qualche mese dopo, una telefonata: “Era il compagno di quella ragazza – ha raccontato Verastegui – voleva chiedermi se potevano dare il mio nome, Eduardo, al loro bambino, nato il giorno prima. Sono andato a trovarli e non so spiegare cosa ho provato nel tenere quel piccolo tra le mie braccia”. Verastegui ci ha riprovato qualche mese più tardi, quando la pellicola aveva già vinto a Toronto ma non era ancora arrivata nei cinema. “Ho saputo che una ragazza della comunità ispanica di Miami voleva abortire. Siamo andati da lei e le abbiamo mostrato il film. Alla fine, lei ha alzato il telefono e ha cancellato l’appuntamento con la clinica”. Quella bambina è nata qualche settimana più tardi. La sua mamma l’ha chiamata Bella.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 5 gennaio 2008)