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venerdì 27 novembre 2009

Deriva moralista


Prima Casoria, poi le escort, quindi i trans e ora persino la liaison neofascista. Possibile che l'Italia sia un paese tanto bigotto da dover valutare la sua classe politica solo ed esclusivamente in base alla sua vita e attitudine sessuale? Possibile che sia politicamente rilevante quasi solo quel che è penalmente irrilevante? O non sarà che a essere così bacchettone sia soltanto il circo mediatico-parlamentare, e il paese in realtà se ne frega?

sabato 28 marzo 2009

Fini l'anti Cav., Alemanno il dopo Cav.

Una bella differenza tra il discorso di Gianfranco Fini e quello di Gianni Alemanno, al congresso di fondazione del Pdl: i distinguo del presidente della Camera suonano più contro Berlusconi che altro. Le parole d'ordine del sindaco di Roma, al contrario, sembrano tanto il programma per il dopo: famiglia, valori etici, gollismo. Due strategie opposte per puntare allo stesso obiettivo di lungo periodo?

giovedì 30 ottobre 2008

Cav., tira giù quel muro verde


Milano. La grande battaglia di Silvio Berlusconi contro il pensiero unico dell’ecologismo imperante, contro la “scomoda verità” di un premio Nobel come Al Gore, contro la tendenza conformista che ha contagiato destre e sinistre mondiali – perché l’ecologismo elettoralmente paga – ha raggiunto il suo picco nel consesso europeo governato da Nicolas Sarkozy. E’ il pacchetto energia e clima su cui il “no” italiano ha scatenato polemiche feroci. Il presidente francese e presidente di turno dell’Ue ha preso la parola al Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, per dire che “non approvare il pacchetto climatico comunitario sarebbe drammatico e irresponsabile”. Senza nominarlo, Sarkozy parlava del Cav. e della sua opposizione all’adozione del pacchetto 20-20-20 che prevede, entro il 2020, la riduzione del 20 per cento (rispetto al 2005) delle emissioni di gas serra, l’abbattimento dei consumi energetici del 20 per cento e la dipendenza al 20 per cento da fonti rinnovabili.
Nelle stesse ore, Berlusconi, intervenendo ieri all’assemblea di Confindustria a Napoli, è tornato a dire quel che avevano già detto nei giorni precedenti lui e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: “Se l’Europa e i cittadini europei vogliono dare l’esempio a tutto il mondo – ha spiegato il Cav. – bisogna fare in modo che questo prezzo almeno sia pagato da tutti e in parti uguali, perché non può essere per il 18 per cento a carico dell’Italia”. Sebbene il premier dichiari che il motivo principale delle sue perplessità sia la crisi economica incipiente (ieri il Fondo monetario internazionale e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, hanno annunciato ufficialmente che l’Italia è in recessione) e che una nuova analisi costi-benefici potrebbe persino convincerlo dell’opportunità di anteporre gli interessi dell’ambiente a quelli dell’economia, il suo è un “no” contro l’ideologia ecologista imperante. Ne è conferma la reazione della sinistra italiana, tanto sensibile alla fine del mondo causata dallo scioglimento dei ghiacci. Se per il capogruppo del Pd alla commissione Ambiente della Camera, Roberto Della Seta, “Sarkozy ha dato una lezione di buonsenso alla destra italiana”, per l’ex ministro e leader del Prc, Paolo Ferrero, “Berlusconi ha torto e Sarkozy ragione” e per la portavoce dei Verdi, Grazia Francescato, “c’è da ringraziare che ci sono l’Europa e Sarkozy”.

Il nuovo patto di Varsavia
E’ vero – come ha sottolineato il Cav. – che “l’Italia, con la Germania, è uno dei paesi che più basano la loro economia sul settore manifatturiero” e che limitare le emissioni di gas serra è un provvedimento che va a colpire, soprattutto, le industrie di quel settore. E’ vero anche, però, che il cancelliere Angela Merkel – che pure qualche riserva sul piano ce l’ha – ha preferito accettare il pacchetto e poi, semmai, riservarsi la possibilità di trattare qualche sconto per l’economia tedesca in fase negoziale. Come Berlusconi hanno agito soltanto i paesi dell’est europeo, entrati a far parte dell’Ue tra il 2004 e il 2007. Il loro rifiuto delle rigide regole pensate a Bruxelles per combattere l’inquinamento e il riscaldamento terrestre va oltre la semplice difesa dei pur legittimi interessi economici (la maggior parte dei nove paesi ha impianti industriali obsoleti e fa largo uso di carbone) e si spiega con un’avversione istintiva e comprensibile a qualsiasi tentativo dell’autorità pubblica di influire sul ciclo economico. Che nel fronte del “no” si trovino Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania ed Estonia – tutti paesi che per mezzo secolo sono rimasti nell’area d’influenza del socialismo reale sovietico, quando non sotto il controllo diretto di Mosca – è indicativo. Che l’unico leader dell’Europa occidentale a sostenerli sia anche l’ultimo leader che ha fatto dell’anticomunismo in quanto tale un valore da portare al governo sembra più di una coincidenza.
Così, nonostante Legambiente ironizzi sul “nuovo patto di Varsavia” che avrebbe nel Cav. la guida, la battaglia europea di Berlusconi sul clima appare sempre più come il rinnovarsi dell’eterna lotta contro il comunismo come ideologia imperante (era del ministro Brunetta un pamphlet di qualche anno fa sugli ambientalisti “verdi fuori e rossi dentro”) e i suoi satelliti, come il socialismo ambientalista che ha trovato nell’ex vicepresidente americano Al Gore, premiato l’anno scorso con il Nobel per la pace, il miglior uomo immagine possibile. In questa lotta, tra i leader conservatori dell’occidente, Berlusconi sembra solo. Non lo segue Sarkozy, che anzi proprio sulla lotta al riscaldamento globale ha incassato ieri il primo voto bipartisan del Parlamento francese, ma che soprattutto avrebbe un tornaconto diretto dall’approvazione del piano: la Francia potrebbe vendere più energia (prodotta con le centrali nucleari) agli altri partner europei e il governo Fillon avrebbe la scusa per concedere sovvenzioni all’industria automobilistica francese. La rupture ambientale del presidente francese ha avuto il volto algido e seducente di Nathalie Kousciusko-Morizet, il giovane sottosegretario che ha fatto confluire il suo piccolo movimento ecologista, Écologie Bleue, nel grande contenitore dell’Ump. Ieri a Parigi è stato il suo giorno: quando il capogruppo del Partito socialista all’Assemblea nazionale, Jean-Marc Ayrault, ha annunciato che l’opposizione avrebbe votato a favore del pacchetto ambientale della “Grenelle” (dal nome della strada parigina in cui si sono tenute le prime riunioni tra governo, enti locali e parti sociali sul tema), i deputati dell’Ump sono scattati in piedi e hanno applaudito. In un anno e mezzo è la prima volta che maggioranza di destra e opposizione di sinistra si trovano d’accordo su qualcosa e votano di conseguenza. Non è un caso che sia proprio l’ideologia ecologica a unire mondi che paiono inconciliabili.
Non lo segue Angela Merkel che, per ragioni di opportunità politica (l’anno prossimo in Germania si vota e le istanze “verdi” sono considerate molto popolari nel paese) ma anche di convinzione personale (vedi il viaggio dello scorso anno in Groenlandia per vedere da vicino “gli effetti del climate change”) preferisce far adottare alla Cdu una linea di maggiore apertura ai temi ecologisti. Non lo segue il leader dei conservatori britannici, David Cameron, che un paio d’anni fa aveva lanciato la campagna “vote blue, go green” e che da tempo pubblicizza le sue scelte salutiste ed “ecofriendly”. Persino in America il Cav. trova poco seguito. E non tra i democratici, come è lecito aspettarsi, ma anche tra i repubblicani. Lo stesso John McCain lo scorso anno è stato il primo firmatario – con Joe Liebermann – di un disegno di legge per la riduzione delle emissioni industriali negli Stati Uniti.
Se McCain è un maverick capace di tutto, certo non si può dire lo stesso di Newt Gingrich, ex speaker della Camera dei rappresentanti e guru della destra liberista americana, che qualche mese fa ha partecipato a una campagna promozionale contro il global warming girando pure uno spot televisivo. Così, mentre il pensiero unico verde ha assunto sempre più i contorni di una nuova religione politicamente corretta, il Cav. ha berlusconianamente scelto di combattere contro il nuovo mito, le nuove ipocrisie, la nuova ideologia di attrazione di massa.

(© Il Foglio, 21 ottobre 2008)

mercoledì 14 maggio 2008

No, non è Cavour (ma poco ci manca, se fa tutto davvero)

Signor Presidente
Onorevoli colleghi

Il lavoro che ci aspetta per ridare fiducia e slancio all’Italia richiede ottimismo e spirito di missione. Gli elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più chiaro, più efficiente e controllabile il governo del Paese. Hanno ridotto drasticamente la frammentazione politica e hanno scelto con nettezza una maggioranza di governo e una opposizione, ciascuna con le proprie idee e passioni, ciascuna con la propria leadership. Il voto è stato un messaggio univoco alla classe dirigente, è stato la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie.

Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l’Italia e non crede nel suo futuro. Hanno respinto insidiose campagne di sfiducia astensionista o di protesta qualunquista e hanno partecipato generosamente al momento più alto di una democrazia liberale moderna. E hanno detto: noi vi mettiamo in grado di risollevare il Paese, sta a voi non deluderci.

Dividetevi, hanno detto i cittadini, ma non ostacolatevi slealmente. Combattetevi anche, ma non in nome di vecchie ideologie. Prendete democraticamente le decisioni necessarie a risalire la china, rispettate il dissenso e tutelate le minoranze, che si esprimono dentro e fuori del Parlamento, ma dateci stabilità e impegno nell’azione di governo.

Fate uno sforzo comune perché chi governa e chi esercita il controllo parlamentare sul governo possano fare, ciascuno nel suo ambito, il proprio mestiere. Fate funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori, riducete l’area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti, realizzate quanto avete promesso di realizzare, e realizzatelo in fretta. Perché una cosa è sicura: l’Italia non ha più tempo da perdere.

Nella società italiana è maturata una nuova consapevolezza, dopo anni difficili e per certi aspetti tormentati. Si respira un nuovo clima, che si esprime nella nuova composizione delle Camere chiamate oggi a discutere della fiducia al governo. La parte maggiore dell’opposizione ha creato un suo strumento di osservazione e di interlocuzione con il governo: il gabinetto ombra di tradizione anglosassone, che può essere d’aiuto nel fissare i termini della discussione, del dissenso e delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e costituzionale. L’aspirazione generale è che un confronto di idee e di interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente, e poi scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese.

Il Capo dello Stato ha definito in maniera impeccabile, citando l’opera e il pensiero di quel grande liberale che fu Luigi Einaudi, i termini della dialettica tra le istituzioni, e in particolare tra la presidenza della Repubblica e la guida del governo.

Tutte le condizioni sono riunite perché il Parlamento recuperi per intero la fiducia dei cittadini, lavorando seriamente e a pieno ritmo.

Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti, ci spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia paralizzante, che mettano la bellezza della politica capace di cambiare le cose e di migliorarle al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e dell’inganno.

Noi faremo la parte che un forte consenso democratico ci ha assegnato. Non abbiamo promesso miracoli, ma intendiamo realizzare piccole e grandi cose. Partiremo da interventi di alto valore, insieme simbolico e concreto, come quelli che definiremo nel prossimo Consiglio dei Ministri che terremo a Napoli.

Punto primo. Lo scandalo dei rifiuti non smaltiti deve finire e finirà.

Nessun grande Paese può convivere a lungo con una simile ferita al suo ambiente, all’igiene pubblica e al prestigio della sua immagine dentro e fuori i confini della nazione.

Punto secondo. La casa è un bene primario intorno al quale prendono radici l’identità familiare, la capacità lavorativa e la stessa identità sociale stabile dei cittadini, e la tassazione sulla prima casa va definitivamente cancellata.

Punto terzo. Il reddito di chi lavora va sostenuto anche dalla fiscalità generale, soprattutto in una fase in cui il divario tra prezzi e potere d’acquisto dei salari e degli stipendi si è fatto in certi casi intollerabile, e chi si impegna a lavorare di più e a contribuire alla competitività delle imprese va incoraggiato con una sensibile detassazione dei suoi guadagni.

Punto quarto. La sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto e comportamenti preventivi e repressivi delle forze dell’ordine che siano in grado di riaffermare la sovranità della legge sul territorio dello Stato.

Noi non cavalchiamo la paura, al contrario: noi vogliamo liberare dalla paura i cittadini, e in particolare le donne e gli anziani. Coloro che sollevano obiezioni di merito ragionevoli saranno ascoltati, ma sbaglia gravemente chi nega la prima regola di una grammatica della democrazia: questa regola dice che la sicurezza è un sinonimo della libertà, e che è proprio sulla tutela della sicurezza individuale che si fondano il patto di unione dei cittadini e la stessa legittimazione del potere pubblico.

Signor Presidente

Onorevoli colleghi

Non mi attarderò sul lungo elenco delle cose da fare. E non ripeterò punto per punto gli impegni del programma: lo abbiamo presentato agli elettori e quella sarà, giorno dopo giorno, l’agenda per l’azione di governo. Non vi annoierò perciò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale. Avremo modo di confrontarci spesso in Parlamento nell’immediato futuro, e i ministri del governo che ho l’onore di presiedere sono a disposizione delle Commissioni Permanenti per ogni genere di chiarimenti.

Vorrei piuttosto collegare tutti i temi cruciali che abbiamo di fronte, anche al di là dei primi adempimenti di cui ho già parlato, alla vera grande questione che può determinare una svolta dal pessimismo paralizzante che circola oggi a quel vitale ottimismo e a quello spirito di missione comune di cui ho parlato all’inizio. Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un nuovo tempo della Repubblica: il tempo della crescita.

Il problema principale del nostro Paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente, di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale. La crescita non è solo un parametro economico, è un metro di misura del progresso civile di una nazione. Crescere non significa soltanto produrre più ricchezza e mettersi in condizione di redistribuirla meglio attraverso quel circolo virtuoso di responsabilità e di libertà che un mercato ben regolato può garantire.

Crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti, significa formare nuove generazioni di lavoratori altamente qualificati, significa dare una “frustata” vitale alla ricerca e all’istruzione, significa ricominciare a padroneggiare il proprio destino senza lasciare indietro nessuno.

Crescere vuol dire ascoltare il grido di dolore che si leva dal nord e dai suoi standard europei di lavoro e di produzione, vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista indispensabili a un’evoluzione unitaria della Repubblica, a partire dal federalismo fiscale solidale.

Crescere significa promuovere il sud del Paese considerandolo come una formidabile risorsa per lo sviluppo e sradicare il peso delle cattive abitudini e della criminalità organizzata, la vera nemica della libertà, della sicurezza e del futuro del Mezzogiorno italiano, a vantaggio della libera creatività e della voglia di fare di tante intelligenze e volontà di cui sono ricche le regioni meridionali.

Crescere significa rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture, significa tornare ad essere un sistema di convenienze per gli investimenti degli altri paesi del mondo, significa fornire a tutti gli italiani un nuovo potere di conoscenza e di uso delle tecnologie, significa ringiovanire l’Italia e farla uscire dal rischio della denatalità.

Crescere significa promuovere la famiglia come nucleo di spinta dell’intera organizzazione sociale, significa dare alle donne nel lavoro e negli altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia, significa rimuovere le cause materiali dell’aborto e varare un grande piano nazionale per la vita e per la tutela dell’infanzia, destinando nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico.

Crescere vuol dire aumentare la nostra capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con ordine e saggezza le migrazioni interne ed esterne alla comunità di paesi europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi dell’immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra ma fieri dell’antico spirito di accoglienza e dell’antica capacità di integrazione del nostro popolo.

Crescere vuol dire esportare le nostre capacità, salvaguardare il posto delle nostre imprese nei mercati, crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della salute, del benessere, della battaglia per una seria e non retorica tutela dell’ambiente, i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro.

Crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è necessario per mettere fine alla infinita, dolorosa e inaccettabile teoria delle morti bianche.

Crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, dell’immobilità sociale, della pigrizia educativa, della tolleranza verso forme abusive di mancato impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione e come missione nella vita personale, particolarmente in alcuni settori della pubblica amministrazione.

Per crescere dobbiamo affrontare una situazione difficile dei mercati finanziari, sfruttando la posizione di relativo vantaggio del nostro sistema bancario e chiedendo agli istituti di credito uno sforzo comune, uno sforzo aperto alla giovane impresa, alle giovani famiglie, al popolo dei consumatori e dei risparmiatori, per rendere sempre più libera, sempre più coraggiosa e orientata verso la promozione degli utenti e dei consumatori la grande rete dell’economia italiana.

Dobbiamo fare una politica estera e di cooperazione allo sviluppo che sia idonea ad assicurare la capacità contrattuale del nostro sistema nel turbolento mercato delle materie prime, senza mai rinunciare a far sentire e a far pesare la nostra voce in Europa e nel mondo.

Dobbiamo anche impedire, attraverso una tutela non protezionistica dei nostri interessi, che forme sleali di concorrenza stravolgano il mercato globalizzato e ledano gli interessi dei lavoratori italiani e della classe media, interessi che siamo chiamati a difendere con intelligenza e con lungimiranza.

Dobbiamo tenere i conti in ordine, ridurre il peso del debito pubblico in proporzione al fatturato del Paese. Dobbiamo accrescere la volontà e la capacità di contrastare l’evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale secondo il quale le tasse non sono “belle in sé” e neppure un tributo moralistico al potere indiscusso dello Stato. Le imposte sono il corrispettivo che i cittadini devono allo Stato per i servizi che ricevono e sono quindi il presupposto e la garanzia del buon funzionamento dei servizi pubblici e la tutela di un equilibrio sociale responsabile, mai punitivo verso chi produce la ricchezza da ridistribuire con equità.

Dobbiamo contrastare il calo di competitività del sistema economico mettendo l’insieme del Paese che lavora e produce al passo con quelle splendide imprese italiane che si sono ristrutturate in questi anni, che hanno affrontato le sfide competitive della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati con animo intrepido e con successo, con inventiva, con amore per il lavoro ben fatto.

Dobbiamo colpire i corporativismi e le chiusure difensive che in passato hanno tutelato soltanto i bisogni castali di un sistema assistenziale e dirigista che non ha fiducia nella libertà e nell’autonomia della società.

Dobbiamo risolvere positivamente, contemperando l’interesse nazionale e le regole del mercato, una rilevante questione industriale come la crisi dell’Alitalia, senza svendere e senza rinazionalizzare, facendo appello al contributo decisivo della finanza e dell’impresa italiane, che hanno tutto da guadagnare e niente da perdere da un Paese più moderno ed efficiente, e da un sistema di infrastrutture e di trasporti adeguato ai bisogni e al rango della nostra economia.

La crescita della prosperità e del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, nel segno della responsabilità occidentale e della ricerca di vie credibili alla pace, saranno la bussola della nostra politica come Paese fondatore del progetto europeo, come grande nazione mediterranea naturalmente chiamata alla cooperazione tra le due sponde del nostro mare, e come pilastro dell’amicizia tra Europa e Stati Uniti d’America.

Solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel mondo, di cui siamo orgogliosi e a cui il Parlamento Italiano manda ancora una volta il suo ringraziamento più forte e più sentito. Soltanto un Paese in crescita può impegnarsi in una tessitura diplomatica multilaterale che avrà nell’Europa uscita dal trattato istituzionale appena varato a Lisbona il suo motore e il suo spazio di azione.

E’ nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in medio oriente e contribuire alla più strenua difesa dell’esistenza e dell’identità storica di Israele, il cui diritto alla pace si specchia nel diritto indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente e di una democrazia capace di sradicare ogni forma di intolleranza fondamentalista e di violenza.

Signor Presidente

Onorevoli colleghi

La riforma dettata dal voto del 13 e del 14 di aprile ha lineamenti che ai miei occhi, e non solo ai miei occhi, risultano chiarissimi.

Innanzitutto nuova moralità nella politica e contrasto fermo e deciso nella piena unità civile del Paese nei confronti della criminalità organizzata.

Riduzione di ogni forma di privilegio indebito e lotta a ogni forma di spreco del denaro pubblico.

Efficienza nella spesa, riduzione del costo della pubblica amministrazione e moderazione nelle pretese fiscali dello Stato, che deve riuscire a semplificare e ridurre, sensibilmente e gradualmente, la pressione delle imposte sull’apparato produttivo e sui redditi familiari.

Sicurezza dei cittadini e affermazione di una giustizia che abbia risorse e personale adatti a un moderno Stato di diritto. E qui il mio pensiero, riconoscente, il nostro pensiero va alle Forze dell’Ordine e ai tanti magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere.

Per realizzare questo progetto di riscatto e di rilancio occorre che una volontà comune proceda a modifiche istituzionali che oggi, dopo la lunga fase di divisione del passato, sono sostanzialmente condivise da una larga maggioranza in questo Parlamento.

L’elenco è noto, e un lavoro comune di definizione legislativa è stato già fruttuosamente compiuto. Il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e della sua guida, contestuale a un robusto incremento della capacità di controllo delle assemblee elettive, anche attraverso modifiche dei regolamenti parlamentari.

La diminuzione sensibile del numero degli eletti e la definizione di compiti diversi per le due Camere.

Un assetto federalista dello Stato che superi le difficoltà incontrate con la riforma del titolo V della Costituzione.

Una riconsiderazione attenta e condivisa della legge elettorale, anche nella prospettiva del referendum pendente per la prossima primavera.

Noi siamo a disposizione, noi siamo pronti.

Il dialogo può e deve cominciare da subito, non appena il governo sarà nel pieno possesso delle sue attribuzioni, all’indomani del voto di fiducia che vi chiediamo e che ci attendiamo da voi. Nessuno deve sentirsi escluso.

Nella mia ormai consistente esperienza della vita pubblica e politica, seguita agli anni spesi nell’impegno di costruire impresa e ricchezza sociale, ho avuto qualche delusione e molte soddisfazioni. Non sono e non sono mai stato un uomo solo al comando. Ho sempre avuto fortissimo il senso della squadra, delle relazioni personali all’insegna della gentilezza e del garbo che sono i veri giacimenti culturali dell’identità italiana, all’insegna della solidarietà e della compattezza di un lavoro tipicamente collettivo com’è quello di guidare lo Stato. Ho sempre cercato di mostrare e di praticare, anche quando su di me soffiava il vento dell’acrimonia personale e la bufera della faziosità, il massimo possibile di rispetto per gli avversari politici.

Non solo intendo continuare in questo sforzo, qualche volta fallito forse anche per una mia stanchezza o disattenzione, ma vorrei che questa disponibilità divenisse una regola, una buona, nuova regola della politica italiana. Non per sopire, non per troncare, non per ottundere il dibattito democratico e il confronto civile, e talvolta anche lo strappo radicale, ma per preservare istituzioni e popolo dalla litigiosità inutile, da quel senso di vacuità e di monotona ripetitività che delegittima la politica agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani.

Con tutti i difetti della prima Repubblica, una volta in Parlamento si era capaci di recitare i sonetti di Guido Cavalcanti per rafforzare un argomento, si era abili nel giocare di fioretto un attimo dopo aver tirato sciabolate, e illustri padri costituenti sapevano temperare le asprezze della guerra fredda con l’ironia, persino con l’umorismo comunque con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale non esiste una vera classe dirigente.

Lo scontro per così dire “antropologico”, tra diverse classi di umanità che si ritengono incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle nostre spalle.

Abbiamo finalmente realizzato l’alternanza di forze diverse alla guida del governo, sottomettendoci alla logica del consenso e imparando con fatica che la Repubblica, i luoghi della sua memoria, i simboli della sua storia, sono patrimonio comune di tutti gli italiani, anche di quelli che si sono battuti per molti anni da parti opposte della barricata della storia.

Facciamo tesoro di questa aria nuova, respiriamola a pieni polmoni. Se un governo è messo in grado di decidere, nel rispetto del mandato che gli hanno conferito gli elettori, non ha interesse a comportarsi in modo invasivo, a considerare colleghi e avversari come nemici.

Se un’opposizione non trova intralci alla sua delicata funzione di controllo, se è messa in grado di costruire un suo progetto alternativo, non avrà interesse alcuno a mostrare un profilo negativo e muscolare in modo sistematico e irriflessivo, trasformando in cattiva propaganda la buona politica.

Le sfide, signor Presidente, cari colleghi, sono sempre anche delle scommesse, degli azzardi. E ad aiutare tutti noi, invochiamo l’aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna. Ma la fortuna, lo sappiamo bene, non viene incontro a chi fa vita pubblica se non è incoraggiata, invitata con pazienza, forse anche sedotta e ammaliata da una buona dose di coraggio e di virtù.

Con forte responsabilità ma anche con grande gioia per il compito che gli italiani ci hanno affidato, auguro sinceramente buon lavoro a noi del governo e della maggioranza e a voi tutti colleghi dell’opposizione.

E auguro a chi ci ascolta fuori da quest’aula di ritrovare l’orgoglio di sentirsi italiani, la fiducia in questa Nazione e l’amore per le nostre cento città. Auguro a tutti gli italiani di riprovare e condividere l’ammirazione che un’Italia in robusta ripresa e in corsa per i suoi primati saprà suscitare in futuro intorno a sé.

Vi ringrazio, viva il Parlamento, viva l’Italia!

(Silvio Berlusconi, discorso alla Camera dei deputati, 13 maggio 2008)

venerdì 2 maggio 2008

Come fai a non votarlo?


"Berlusconi l'ho votato. Come fai a non votarlo? Penso che è stato giusto dare ad un uomo come Berlusconi, per come si è creato, un'altra possibilità di governare nuovamente l'Italia''.
Gennaro Ivan Gattuso, centrocampista del Milan e della nazionale, 1 maggio 2008

venerdì 25 aprile 2008

Vorrei Alemanno, posso Rutelli (ma per fortuna non voto)

Un amico mi ha fatto notare come il confronto Alemanno-Rutelli sia un vero cul de sac. "Se Rutelli vince, sappiamo già cosa succede a Roma, ma per quello pazienza (né io né il mio interlocutore abitiamo a Roma, ndr). Il guaio è che ci ritroveremmo Alemanno ministro, quasi sicuramente alle Attività produttive. E da un punto di vista liberale e liberista non sarebbe una bella notizia". E fin qui ci siamo. "Il peggio, però, è se ci risparmiamo Alemanno ministro e Rutelli perde". E qui comincio a perderlo, lì per lì. "Perché tutto sommato Alemanno più danni d'un tot non può fare, al governo, mentre una sconfitta di Rutelli sarebbe la vera tragedia: significherebbe il commissariamento di Veltroni nel Pd, ossia la messa in discussione definitiva della sua strategia della corsa solitaria. L'assunto sarebbe: che si perdevano le politiche si sapeva, che sarebbe stato un massacro su tutti i fronti – Capitale inclusa – no. Lo sai questo scenario cosa comporterebbe?". No, non lo immagino nemmeno. "Comporterebbe il ritorno all'Unione prodiana dai centristi fino a Sinistra critica, con il centrodestra costretto a imbarcare di nuovo tutti da Storace a Casini. E così addio opposti riformismi e taglio delle ali". Ecco, per la prima volta in vita mia il centrosinistra vittorioso a Roma m'è sembrato davvero il minore dei mali.

martedì 15 aprile 2008

Terza repubblica (Calderoli santo subito)


Un paese bipartitico (liberalconservatori da un lato, socialdemocratici dall'altro) con una forza al centro minoritaria (come i liberali a Londra o a Berlino, come l'Udf d'un tempo a Parigi). Fascisti in Parlamento: non pevenuti. COMUNISTI IN PARLAMENTO: NON PERVENUTI. Maggioranza inequivocabilmente schiacciante in entrambe le Camere. Welcome to Italy, very normal country.

domenica 9 marzo 2008

C'era una volta


Biondi, Iannuzzi, Sterpa. L'altra volta Raffaele Costa. E poi Capezzone. Restano soltanto Antonio Martino e Benedetto Della Vedova. Perché? Perché? Perché?

Update. Non c'è nemmeno Rivolta.

martedì 19 febbraio 2008

giovedì 14 febbraio 2008

mercoledì 13 febbraio 2008

Bocce (quasi) ferme

Vabbè, abbiamo capito. L'Udc balla da sola, con Casini candidato premier "inutile" (copyright Cav.). Il Pd getta il coraggio, la socialdemocrazia garantista e tutto il nuovo che avrebbe potuto (slogan a parte) alle ortiche e imbarca Di Pietro e le toghe rosse. Auguri. Con il prevedibile formarsi d'un piccolo grande centro del 5-6 per cento (se va bene) con Udc, Udeur e Libertà e Solidarietà (sarò l'unico che si ricorda il nome vero della Rosa Bianca) che farà la fine politica del MoDem di Bayrou, l'unica vera novità di queste elezioni che avvieranno la transizione alla Terza Repubblica sarà la nascita (sembra e si spera) di un grande partito di massa liberale, liberista e solo implicitamente cristiano. Il Pdl può essere la rivoluzione copernicana della politica italiana, la rottura dal duopolio degli statalismi (cattofascista e cattocomunista) che hanno distrutto lo Stato sorto dall'unica vera rivoluzione (non a caso, liberale) che il nostro Paese abbia mai conosciuto: il Risorgimento. Noticilla sui cristiani in politica: finalmente cominceremo a notarli, se ci sono, per quello che faranno, non per le insegne sotto le quali militeranno, visto che sono destinate a scomparire.

lunedì 11 febbraio 2008

Terza repubblica. Ma sembra il Regno

Da una parte un'alleanza snella e "fusionista" tra un grande partito liberalmoderato come il Pdl e una forza politica radicata sul territorio e favorevole al federalismo come la Lega Nord. Dall'altra parte, un partito di ispirazione socialdemocratica a vocazione maggioritaria, il Pd, libero dai condizionamenti dell'ideologia marxista della quale la sinistra europea è succube da oltre cent'anni. In mezzo, un minicentro esplicitamente confessionale in via di dismissione. L'uscita dei cattolici "in quanto tali" (è bene ricordarlo: fede vissuta a parte, culturalmente siamo tutti cristiani, in Italia) dalla scena politica e la marginalizzazione della sinistra comunista, due fatti che si stanno verificando in questi giorni, potrebbero finalmente sancire la fine dell'anomalia politica italiana, quella che dal tramonto dello Stato liberale postunitario ha visto avvicendarsi al potere (o nella sua anticamera) forze clericali o socialisteggianti (fascismo compreso) dalla forte matrice antisistema. Per la prima volta, potremmo trovarci in un quadro politico in cui gli eredi di Sturzo e quelli di Gramsci conteranno poco o nulla nella politica italiana, mentre una grande destra e una grande sinistra, entrambe liberali, si contenderanno il governo del Paese. Come cavouriani e rattazziani. La chiameranno di sicuro Terza Repubblica. A me sembra tanto (fortunatamente) un ritorno alle origini che, è bene ricordarlo, conobbero anche le larghe intese. Allora lo chiamarono "Connubio", oggi si direbbe "Grosse Koalition".

sabato 20 ottobre 2007

Giorni contati


Silvio, pensaci tu ad avverare la profezia...