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lunedì 30 novembre 2009

Bandiere/2. La Croce sulla bandiera c'era già


Sarebbe bastato lasciarcela.

da Corriere.it - I leghisti esultano per la vittoria referendaria della destra elvetica. E, per bocca di Roberto Castelli, lanciano una nuova proposta. «Occorre un segnale forte per battere l'ideologia massonica e filoislamica che purtroppo attraversa anche le forze alleate della Lega» dice l'esponente del Carroccio. «Credo che la Lega Nord - prosegue - possa e debba nel prossimo disegno di legge di riforma costituzionale chiedere l'inserimento della croce nella bandiera italiana».

venerdì 27 novembre 2009

Bandiere/1. Chi glielo dice alla Cgil?


da Corriere.it - I politici polacchi hanno presentato un breve emendamento che mette al bando qualsiasi simbolo comunista dal paese dell'Est europeo. Il Senato ha infatti approvato una modifica all'articolo 256 del codice penale che dichiara illegali tutti i simboli comunisti. Chiunque li utilizza o ne è in possesso rischia fino a due anni di carcere per aver commesso il reato di «glorificazione del comunismo». Il Presidente della Repubblica Leck Kaczynski lunedì prossimo dovrebbe firmare la legge che probabilmente entrerà in vigore dal prossimo anno. A questo punto anche indossare t-shirt con l'immagine di Che Guevara o solamente canticchiare l'Internazionale nelle strade di Varsavia sarà considerato un crimine in Polonia. La nuova legge infatti proibisce espressamente tutte le immagini che inneggiano a sistemi antidemocratici: l'articolo afferma che è vietata «la produzione, la distribuzione, la vendita o il solo possesso di oggetti che richiamano al fascismo, al comunismo o ad altri simboli di totalitarismi». Uno dei principali promotori della norma è Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello del Presidente della Repubblica e capo del partito di opposizione «Legge e Giustizia».

Deriva moralista


Prima Casoria, poi le escort, quindi i trans e ora persino la liaison neofascista. Possibile che l'Italia sia un paese tanto bigotto da dover valutare la sua classe politica solo ed esclusivamente in base alla sua vita e attitudine sessuale? Possibile che sia politicamente rilevante quasi solo quel che è penalmente irrilevante? O non sarà che a essere così bacchettone sia soltanto il circo mediatico-parlamentare, e il paese in realtà se ne frega?

sabato 28 marzo 2009

Fini l'anti Cav., Alemanno il dopo Cav.

Una bella differenza tra il discorso di Gianfranco Fini e quello di Gianni Alemanno, al congresso di fondazione del Pdl: i distinguo del presidente della Camera suonano più contro Berlusconi che altro. Le parole d'ordine del sindaco di Roma, al contrario, sembrano tanto il programma per il dopo: famiglia, valori etici, gollismo. Due strategie opposte per puntare allo stesso obiettivo di lungo periodo?

venerdì 19 dicembre 2008

Botti di fine anno


Stavolta c’è da aspettarseli, i botti. E per più motivi. C’è il petrolio che scende pericolosamente verso i trenta dollari al barile: oggi vale già meno di 34. Difficile che chi sul greggio ci campa, come l’Iran, possa sostenere a lungo questo deprezzamento che mina l’economia del regime degli ayatollah e di molti altri produttori della regione. Una crisi internazionale, magari creata ad arte da qualche nuova esternazione del falco Ahmadinejad (o da qualche inopinata azione delle forze armate della Rivoluzione) potrebbe cavare d’impaccio chi sul petrolio fa affidamento per sopravvivere e, magari, per prosperare.
Poi c’è l’affanno, sempre più evidente, dell’economia americana. Gli ultimi dati parlano di un passaggio della crisi da finanza e banche al paese reale. A guardare i numeri, niente di drammatico: la disoccupazione è cresciuta, ma è ancora piuttosto bassa; i consumi sono calati, ma non crollati. Stanno male le aziende decotte, come le tre big di Detroit, ma chi produce in maniera più economica e razionale (come le case giapponesi coi loro stabilimenti del Sud) regge abbastanza bene. A preoccupare, più che altro, sono i segnali che vengono da chi fa la politica economica degli Stati Uniti. La scelta della Fed di tagliare a zero i tassi di interesse – non era mai accaduto – è una scelta da economia di guerra. Non era successo durante la Grande Depressione e nemmeno negli anni terribili dei due conflitti mondiali. Tutto fa però pensare a una riedizione della crisi che colpì l’America tra il 1939 e il 1945, con una differenza: allora lo sforzo bellico tutto sommato aiutò l’economia statunitense a sopravvivere. La tentazione di ripetere la ricetta keynesiana degli investimenti pubblici per “muovere” l’economia, che Obama ha ovviamente già fatto sua, potrebbe così tingersi di grigioverde. Un’emergenza umanitaria o, più probabilmente, una provocazione insopportabile in una regione strategica (per esempio, il medio oriente) potrebbero essere l’occasione per mettere in moto l’industria bellica e dimostrare al mondo che Barack Obama è pronto per il ruolo di commander in chief. E che nessuno, in un momento come questo, può permettersi a lungo di volere davvero la pace.

mercoledì 5 novembre 2008

Ma non chiamatela valanga


Reagan '84: 525 voti elettorali su 538 (vedi immagine sopra).
Roosevelt '36: 523.
Nixon '72: 520.
Reagan '80: 489.
Johnson '64: 486.
Roosevelt '32: 472.
Eisenhower '56: 457.

Persino Clinton (379 nel '96 e 370 nel '92) e Bush sr. (426 nell'88) hanno fatto meglio di Barack Obama, che ha vinto bene, anzi benissimo. Ma non chiamatela valanga.

martedì 4 novembre 2008

Stanotte in diretta con la storia


Da mezzanotte alle 8 del mattino una no-stop di news e analisi sulla webradio dell'università Guido Carli. Dalle 6 alle 8 ci sarà anche il sottoscritto.

venerdì 24 ottobre 2008

Se lo dicono loro

See more Ron Howard videos at Funny or Die

C'è poco da fare.

martedì 14 ottobre 2008

All'ombra della crisi


Milano. I ripetuti crolli di Wall Street e i fallimenti di banche e assicurazioni occidentali hanno spinto l’ufficio stampa di al Qaida, qualche giorno fa, a confezionare un nuovo video propagandistico: “I nemici dell’islam stanno subendo una cocente sconfitta che si manifesta, per il momento, con la crisi epidemica del loro sistema economico”, ha spiegato in mezz’ora di filmato l’islamista americano Adam Gadahn, da quattro anni sulla lista dei ricercati eccellenti dell’Fbi e che qualcuno credeva morto in un raid pachistano dello scorso febbraio.
Sull’analisi che Gadahn fa della crisi economica mondiale, secondo lui imputabile allo sforzo bellico di Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, i pareri possono essere discordi. Sul fatto che a beneficiarne siano i tanti nemici dell’America, invece, i dubbi sono pochi. Più delle analisi, sono le notizie delle ultime settimane a dirlo. L’ultima, data ieri dal New York Times, che citava fonti riservate dell’Aiea, riguarda il nucleare iraniano, sempre meno civile e sempre più militare. Mentre l’Amministrazione Bush è costretta a salvare le principali istituzioni finanziarie del paese per scongiurare una recessione senza precedenti, uno dei dati che emergono è il rinnovato attivismo del regime di Teheran. Secondo il quotidiano, gli ispettori dell’Onu avrebbero trovato documenti in grado di dimostrare – una volta appuratane l’autenticità – che gli iraniani starebbero sviluppando, grazie alla collaborazione di uno scienziato russo, l’uso dell’energia atomica per confezionare la Bomba. Finora nulla farebbe pensare che lo scienziato, del quale non è trapelato il nome, agisca per conto del governo di Mosca. Che i legami tra Russia e Iran si stiano rafforzando proprio in queste settimane, però, è evidente. Nonostante le smentite del Cremlino, americani e israeliani temono che le forze armate russe possano fornire a quelle iraniane alcune batterie antimissili S-300, considerate tra le più avanzate al mondo e in grado di neutralizzare un eventuale bombardamento dei siti nucleari di Teheran.
I russi starebbero però lavorando anche su altri fronti. Su quello siriano, sicuramente: proprio ieri una squadra navale di quattro unità è arrivata nel porto militare di Tartus, nel Mediterraneo. A guidarla, l’incrociatore nucleare Pietro il Grande e il sommergibile Ammiraglio Chabanenko. L’arrivo della miniflotta, in concomitanza con il trentacinquesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, sembra tutto fuorché una casualità. Da metà settembre il governo di Damasco ha disposto la mobilitazione di diecimila militari, ormai tutti dislocati e pronti a un eventuale combattimento, lungo il confine siro-libanese. Allo stesso tempo, fonti di intelligence hanno rivelato che gli iraniani avrebbero provveduto al commissariamento militare di Hezbollah con la nomina di Muhammad Riza Zahdi a successore di Imad Mughniyeh, ucciso in un raid israeliano a febbraio. Il compito del nuovo addetto militare del leader Hassan Nasrallah sarebbe quello di facilitare l’arrivo di armi iraniane in territorio libanese passando dalla Siria. L’accerchiamento di Israele (che al sud, a Gaza, sta ancora tentando di contenere il pericolo di Hamas) è tanto grave quanto quello che rischiano gli Stati Uniti.
(segue dalla prima pagina) Una volta ripartite dai porti siriani di Tartus e Latakia, le unità navali inviate da Mosca parteciperanno a un’esercitazione della nuova flotta russa nel Mediterraneo, quindi raggiungeranno le navi da guerra della marina venezuelana e simuleranno battaglie navali nei Caraibi, a poche centinaia di chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Nell’Artico, a due passi dall’Alaska, in questi giorni sono già in corso alcune esercitazioni aeree – le prime dal 1984 – dei bombardieri russi TU-95 e TU-160.
Anche senza contare l’attivismo militare del premier russo Vladimir Putin, a sua volta alle prese con la crisi del credito, i fronti caldi lasciati sguarniti dall’America in affanno restano numerosi. Giovedì le autorità della Corea del nord hanno informato gli ispettori dell’Aiea che non sarà più consentito loro l’accesso al reattore di Yongbyon e hanno aggiunto di non aver più alcuna intenzione di smantellare il sito nucleare. Persino la ricomparsa dei pirati al largo delle coste somale è un segnale della disattenzione americana: dopo la cattura del carico di armi trasportato dalla nave ucraina Faina (forse finito in mano ai qaidisti guidati da Abdullah Mohamed Fazul) ci sono volute due settimane perché, ancora giovedì, i ministri della Difesa dell’area Nato giungessero a un accordo per l’invio di navi da guerra a presidiare il Corno d’Africa. Come notava sul Jerusalem Post di ieri Jonathan Spyer, “il crollo di Wall Street del ’29 è un esempio imperfetto ma utile per capire cosa sta succedendo. Nel 1928, in un paese dell’Europa centrale, un piccolo partito venne umiliato alle elezioni con un misero 2,6 per cento. Qualche anno più tardi, grazie alle condizioni create da quel crollo, quel partito vinse le elezioni. Il paese era la Germania. Il partito si chiamava Partito nazionalsocialista dei lavoratori e il resto è storia nota”.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 11 ottobre 2008)

sabato 11 ottobre 2008

Così tra cene e litigi Livni e Barak costruiscono il governo


Gerusalemme. Il galateo avrebbe suggerito di servire Yonut Hashaloh, la colomba della pace. La ricetta è semplice, e Tzipi Livni avrebbe persino potuto cimentarvisi, tra una riunione con gli emissari di Shas e un’altra con quelli del partito ultraortodosso della Torah, per amore di patria (e di maggioranza). Bisogna prendere i piccioni aperti a metà e puliti e friggerli in olio abbondante fino a dorarli. Il difficile, semmai, viene dopo, quando l’olio rimanente va travasato in una casseruola aggiungendo margarina, prezzemolo, sedano, aglio, cipolla e alloro. Solo allora comincia la friggitura vera e bisogna cospargere tutto con sale, pepe e vino bianco, prima di spostare la casseruola in forno per un’oretta.
A giudicare dall’esito della cena, il leader di Kadima e suo marito Naftali Spitzer devono aver offerto qualche altra pietanza a Ehud Barak e a sua moglie, Nili Priell. Magari il Charshofay Natseret, il carciofo con misto di carni, o il ricercato Regel Krushah, il vitello in gelatina. Il leader laburista e la sua signora si sono trattenuti alcune ore nella bella casa di North Tel Aviv, il quartiere più snob ed europeggiante della metropoli israeliana. Sugli argomenti affrontati dalle due coppie nel corso della serata non esiste una versione ufficiale. Difficilmente, nonostante la cordialità suggerita dal desco di casa Spitzer-Livni, l’incontro è servito allo scopo per il quale era stato organizzato: sbloccare le trattative per la formazione del prossimo governo israeliano.
Dallo scorso 17 settembre, quando si è aggiudicata la maggioranza dei voti alle primarie di Kadima contro il rivale Shaul Mofaz, Tzipi Livni è il primo ministro incaricato d’Israele. Ehud Olmert – che continua a essere interrogato dai giudici e dalla polizia a intervalli regolari per rispondere delle accuse di corruzione – è ancora formalmente il capo dell’esecutivo e spetta a lui e ai suoi ministri il disbrigo degli affari correnti. A Livni, la prima donna chiamata a formare un governo a Gerusalemme dai tempi di Golda Meir, spetta invece l’onere di costruire una maggioranza parlamentare che riesca a sorreggere il suo primo governo e a scongiurare il voto anticipato. Poche ore dopo l’elezione alla guida del partito che fu di Ariel Sharon, Livni ha tentato l’intentabile, chiedendo al leader del Likud, Benjamin Netanyahu, di formare con lei e con tutti i partiti della Knesset un gabinetto di unità nazionale nel quale tutto potesse essere messo in discussione a eccezione della leadership in carico a Kadima. Il leader della destra ha dato un’occhiata ai sondaggi che lo danno ormai da mesi in testa alle preferenze degli israeliani e ha rifiutato l’offerta, certo di dover aspettare non più di sei settimane – tanto è il tempo a disposizione del premier incaricato – per tornare al governo da solo.
E’ stato a quel punto che Tzipi Livni deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di una premiership soltanto sfiorata. Per conquistare il governo, avrebbe dovuto riconquistare l’alleato-nemico Barak. Formalmente, il leader laburista non dovrebbe faticare a rimanere dov’è: un anno fa, dopo aver strappato la leadership di Avoda ad Amir Peretz, l’ex premier era stato richiamato al governo – come ministro della Difesa – da Ehud Olmert. Quando però quest’ultimo ha cominciato a essere nei guai per le bustarelle ricevute dal finanziere americano Morris Talansky, Barak non l’ha difeso, preferendo sollevare una “questione morale” che poteva avere un solo sbocco: le dimissioni del primo ministro. L’obiettivo è stato raggiunto. Lo scorso luglio Olmert ha accettato l’indizione delle primarie del suo partito e non ha presentato la propria candidatura, accettando (almeno per ora) la fine della sua carriera politica. Due mesi più tardi, il suo posto è stato preso da Livni, suo ministro degli Esteri.
E’ stato a quel punto che Ehud Barak deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di un successo politico controproducente: lasciarsi riconquistare da Livni. I sondaggi dicono infatti che, se si andasse a votare domani, gli israeliani farebbero quasi certamente vincere il Likud di Bibi Netanyahu e ridimensionerebbero Kadima. I centristi guidati da Tzipi Livni rimarrebbero comunque la prima forza dell’opposizione. I laburisti di Avoda, invece, faticherebbero invece a riconfermare i loro seggi alla Knesset. Persino quello di Barak potrebbe essere a rischio. Per scongiurare la débacle elettorale e l’irrilevanza politica, il leader laburista deve insomma formare una maggioranza e un governo il più possibile simili a quelli che ha contribuito a rompere in prima persona.
In poco più di venti giorni i contatti tra Livni e Barak non si sono limitati a una cena in casa, per quanto cordiale. I due si sono visti più volte, si sono sentiti telefonicamente quasi tutti i giorni e – quando non l’hanno fatto – c’erano gli emissari di Kadima e Avoda a trattare per loro. Chi fa parte della loro cerchia ristretta giura che l’accordo tra i due sia a un passo, sebbene in tre settimane nulla sembra essere cambiato. “Sono i loro emissari, piuttosto, a cavillare troppo, forse per dimostrare di essere dei buoni avvocati”, ironizzava un po’ amaramente un dirigente laburista coperto dall’anonimato citato qualche giorno fa dal Jerusalem Post. Che l’intesa sia a un passo non lo dicono però le dichiarazioni di Barak. Lui, che il 23 settembre scorso giurava ai suoi nel corso di un’assemblea del partito che “Avoda rimarrà un fattore chiave della politica israeliana” sotto la sua leadership, nel giro di pochi giorni ha lasciato intendere di preferire le elezioni (secondo quanto riportato dal ministro laburista dell’Agricoltura, Shalom Simhon) ma anche di volerle evitare a ogni costo. Negli stessi giorni Barak ha pure detto che “nessuna condizione” tra quelle da lui poste a Kadima era stata esaudita, salvo poi far capire che invece il negoziato tra le due principali forze dell’ex maggioranza di governo era “nelle fasi conclusive”.

“Fulmine” e gli altri
La stampa israeliana non ha risparmiato l’ironia. Il Jerusalem Post ha ricordato che in ebraico Barak vuol dire fulmine e che “i fulmini vanno a zigzag proprio come il leader del Partito laburista”, divertendosi a mettere in fila tutte le dichiarazioni contraddittorie rilasciate nell’ultimo mese dal ministro della Difesa. Ari Shavit, su Haaretz, ha invece definito Barak “l’uomo che tutti amano odiare”, riconoscendogli però – nel bene o nel male – di essere anche “l’uomo che ha portato il cambiamento”. Il punto, secondo il columnist del quotidiano liberal israeliano, è che al leader laburista “manca la saggezza delle cose semplici” e che le sue troppe mosse esclusivamente tattiche potrebbero finire per farne la vittima di se stesso. L’ipotesi è verosimile. Visti i numeri alla Knesset, il solo accordo tra Kadima e Avoda non sarebbe sufficiente a garantire la sopravvivenza a un futuro governo Livni, nel quale Barak vorrebbe avere “un ruolo chiave nel negoziato con la Siria”. Se l’ex premier intenda averlo continuando a occupare la poltrona di ministro della Difesa o prendendo invece possesso di quella di ministro degli Esteri, non è ancora chiaro. Per quel posto, dicono le cronache parlamentari, sarebbe pronto però l’ex rivale di Livni, Shaul Mofaz, che dopo tre settimane di pausa di riflessione è tornato alla vita politica. L’ex candidato alla leadership di Kadima è ancora ministro dei Trasporti, e in questa veste si è ripresentato qualche giorno fa in Consiglio dei ministri. Pur essendo tornato a sedersi con Olmert e gli altri membri dell’esecutivo dimissionario, Mofaz non si è però fatto vedere alle riunioni di partito di Kadima. E non avrebbe dato una risposta all’offerta di Livni, che gli cederebbe volentieri il dicastero degli Esteri lasciato libero da lei pur di garantirsene la presenza nel nuovo gabinetto.
Non è una questione di unità del partito. Parecchi analisti politici israeliani, nelle ultime settimane, hanno sottolineato quanto sia stretto il rapporto tra lo stesso Mofaz e il maggiore tra i partiti ultraortodossi, Shas. Eli Yishai, leader della formazione che nel governo Olmert poteva vantare quattro ministeri, ha incontrato più volte Livni, ma tra i sefarditi di Shas e Kadima le distanze rimangono, soprattutto sulla questione degli assegni familiari, che il partito confessionale vorrebbe alzare e gli eredi di Sharon no. Portare Mofaz nel governo – è pertanto il ragionamento dell’entourage di Livni – potrebbe servire ad appianare le divergenze con un alleato indispensabile per la formazione di una maggioranza almeno equivalente a quella che sosteneva il già instabile governo di Ehud Olmert.
Tzipi però vorrebbe di più e per questo ha intavolato trattative anche con un altro partito ultraortodosso, United Torah Judaism (Utj), con i pensionati di Gil e con i parlamentari della sinistra di Meretz, che però per cominciare a negoziare hanno chiesto subito di non riconfermare alla Giustizia il guardasigilli uscente, Daniel Friedmann. Anche in questo caso i giornali non hanno perso l’occasione di ironizzare sullo stallo politico, tanto che Haaretz ha persino lanciato un gioco di società online: costruisci il tuo governo. L’obiettivo principale di Livni resta però l’intesa con Barak, senza la quale gli eventuali accordi con i piccoli partiti non servirebbero a nulla. Domenica sera i due si sono rivisti nella sede del ministero degli Esteri per discutere l’ultima proposta avanzata dal leader laburista, che vorrebbe aumentare il livello della spesa pubblica nella legge finanziaria per il 2009. I sette economisti convocati dai due leader – tra i quali il governatore della Banca d’Israele, Stanley Fischer – si sono pronunciati contro l’idea di nuove spese, scartando di fatto un’altra tra le possibili basi di intesa tra Kadima e Avoda. Martedì le delegazioni dei due partiti si sono incontrate di nuovo, ma l’intesa non s’è trovata, tanto che Livni e Barak hanno deciso di accelerare il negoziato infinito fissando una prima riunione ufficiale (le altre erano sempre state informali) per domani, al termine dei festeggiamenti per lo Yom Kippur. A rendere tutto difficile, sostengono dall’entourage di Barak, sarebbero gli emissari di Kadima che “propongono condizioni differenti da quelle concordate dai due leader”, si lamentava ieri con Haaretz un anonimo dirigente laburista. Con gli avvocati che cavillano e gli economisti che non aiutano, forse il futuro d’Israele potrebbe risolverlo davvero un piatto di Yonut Hashaloh.

(© Il Foglio, 9 ottobre 2008)

sabato 20 settembre 2008

Per Bibi allearsi con Tzipi è come investire in Lehman Brothers


Chissà se lo vorrebbe ancora al ministero dell’Economia, Carlo De Benedetti, lui che ancora due giorni fa parlava al forum dell’Aspen Institute sulle relazioni tra Roma e Gerusalemme di un’Italia economicamente e politicamente “fuori dagli schermi radar del resto del mondo”. All’Ing., nell’ottobre del 2005, Benjamin Netanyahu pareva l’uomo giusto, quello in grado di salvare l’Italia dall’oblio economico con una buona dose di liberismo da coniugare al riformismo della (allora) promettente coppia di fatto Veltroni-Rutelli. Erano i giorni della visita israeliana di Gianfranco Fini, a quel tempo ministro degli Esteri, che si concluse con le frasi sul fascismo “male assoluto” e l’ennesimo mal di pancia all’interno di Alleanza nazionale. De Benedetti faceva parte della delegazione italiana in visita a Gerusalemme e, nella hall dell’hotel King David, incrociò l’ex primo ministro del Likud, allora ai margini della vita politica del suo paese dopo l’uscita dal governo Sharon in polemica con il piano di disimpegno da Gaza. “Le sue idee sarebbero utili anche da noi”, disse CDB. La proposta di un ministero economico in Italia, lui che in quei giorni prometteva di prendere la tessera numero uno del Pd, non l’ha mai confermata.
Fu proprio Netanyahu, due mesi più tardi, quando la sorte cominciava a tornare dalla sua parte, a concedere lo scoop ai cronisti: “Qualche tempo fa un importante imprenditore italiano mi ha chiesto se fossi disponibile a fare il ministro delle Finanze nel suo paese”. Bibi, che proprio alle Finanze aveva avuto fino a pochi mesi prima la sua ultima esperienza ministeriale, precisò quasi subito che l’imprenditore non era il Cav., ma “il miliardario Carlo De Benedetti”. Dall’entourage dell’Ing. arrivò quasi subito la smentita (“si sono visti per tre minuti”, dissero) e forse la verità è che Netanyahu, al momento di tornare alla guida del Likud, voleva lasciar intendere di non essere mai uscito davvero dal giro che contava. Magari ampliando un po’ un aneddoto, aggiungendo una mezza frase. Non sarebbe stata una novità. Una volta, forse per dare enfasi a un’intervista, l’allora leader emergente della destra israeliana raccontò di avere “ancora vivido il ricordo dei soldati inglesi nel nostro paese”. Peccato che lui, essendo nato nel 1949, non avrebbe mai potuto vedere a Tel Aviv i militari britannici di pattuglia, dal momento che erano partiti tutti due anni prima, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza di Israele.
Vera o no che fosse l’offerta ministeriale di CDB, essa è comunque l’ennesima prova della capacità seduttiva del più giovane e controverso premier israeliano di sempre. Fu lui, nel 1996, ad assumere lo spin doctor repubblicano Arthur Finkelstein (che aveva lavorato per Ronald Reagan e che più tardi avrebbe offerto la propria esperienza ad Ariel Sharon) per portare nella grigia e un po’ ingessata politica israeliana i lustrini e le strategie di quella statunitense. Funzionò.
Contro tutti i pronostici, il Likud vinse le elezioni, nonostante i sondaggi dicessero che Shimon Peres, succeduto pochi mesi prima a Yitzhak Rabin dopo l’assassinio del leader laburista, aveva la vittoria a portata di mano. Per tre anni Bibi Netanyahu guidò Israele cercando di contraddire quel che i suoi predecessori di sinistra avevano costruito, a partire dagli accordi di Oslo che erano valsi a Peres, Rabin e a Yasser Arafat il premio Nobel per la pace. La sua determinazione, racconta chi lo vide all’opera, era pari soltanto alla sicurezza di sé: “Chi cazzo si crede di essere?”, chiese ai suoi assistenti Bill Clinton, nella pausa di una sessione di colloqui bilaterali. “Chi è la superpotenza, lui o io?”, si domandava l’allora presidente degli Stati Uniti. A questa domanda i due, probabilmente, avrebbero risposto in maniera diversa.
Figlio di un immigrato lituano che di cognome faceva Mileikowsky, Bibi Netanyahu ha sempre saputo cosa volere e come ottenerlo. Studi al Massachusetts Institute of Technology e a Harvard, un primo impiego da venditore di mobili che probabilmente gli ha lasciato in eredità il gusto di vendere e di vendersi alla gente, l’attuale leader dell’opposizione israeliana ha saputo sempre come e quando puntare sulle sue qualità e sulla sua immagine. Gli bastarono poche conferenze sul terrorismo – a lui, fratello di una testa di cuoio israeliana uccisa da un commando di dirottatori all’aeroporto ugandese di Entebba nel ’76 – per attirare l’attenzione di Moshe Arens. Aveva 27 anni quando l’allora ambasciatore a Washington lo chiamò al suo fianco in America aprendogli le porte della carriera diplomatica che si sarebbe conclusa, pochi anni dopo, con l’incarico di rappresentante israeliano alle Nazioni Unite che ne fece un ospite fisso in tutti i talk show politici americani. Per lui, cresciuto a Cheltenham, a due passi da Filadelfia, un gioco da ragazzi che gli valse la simpatia di buona parte della comunità ebraica degli Stati Uniti.
Nulla, a confronto di quel che accadde pochi anni dopo, quando Bibi compariva tutti i giorni in tv – una volta persino con una maschera antigas indossata nel bel mezzo di una diretta – per raccontare al mondo che il suo paese e il governo di cui era portavoce non avevano paura dei missili Scud che l’Iraq di Saddam Hussein sparava un giorno sì e l’altro pure sulle case degli israeliani. Erano i tempi della prima guerra del Golfo, e di lì a tre anni Netanyahu sarebbe diventato il nuovo leader del Likud. Alle prime elezioni primarie per la scelta del numero uno del partito, Bibi aveva battuto la concorrenza degli eredi legittimi di Shamir ed era riuscito a scoraggiare Ariel Sharon dal partecipare alla contesa. L’ex generale si sarebbe rifatto otto anni più tardi, dopo che il suo rivale era già diventato il primo premier israeliano a essere nato dopo l’indipendenza e aver perso a sorpresa – appena tre anni dopo – contro il laburista Ehud Barak, complici i dissensi alla sua destra per le concessioni ai palestinesi su Hebron e un’inchiesta per corruzione rivelatasi – tempo dopo – senza fondamento.
Quando va al potere, Sharon, che non l’ha mai amato, lo chiama al ministero degli Esteri, un posto onorevole per un ex premier, perché – crede – all’interno del governo sarà più facile tenerlo d’occhio che non fuori. Previsione che si avvera a metà, tanto che due anni dopo il primo ministro, con la scusa di un rimpasto post elettorale, gli chiede il sacrificio di trasferirsi al ministero delle Finanze. Bibi all’inizio rifiuta, offeso. Poi, dopo una notte di riflessione, torna sui suoi passi e accetta la proposta, chiedendo poteri straordinari in politica economica. A Sharon, ex militare proiettato nella soluzione della questione palestinese, l’accordo può andare. In due anni, Netanyahu svecchia il capitalismo israeliano con un piglio che molti definiranno “thatcheriano”: riforma il sistema bancario, vara le prime privatizzazioni nel paese, predica (e in parte attua) l’abbassamento delle tasse, sostenendo che la riduzione delle aliquote non porterà minori entrate nelle casse dello stato perché i soldi cominceranno a circolare e l’economia crescerà, facendo crescere il gettito.
Dura due anni, poi Bibi – che nel frattempo ha fatto innamorare di sé i capitalisti di mezzo mondo, compresi quelli italiani e democratici – torna a essere l’uomo dei “no”. Quando, nell’estate del 2005, Sharon illustra il piano per il ritiro unilaterale da Gaza, il ministro delle Finanze prima minaccia e poi rassegna le dimissioni. La rottura, stavolta, è insanabile. E la peggio sembra averla proprio lui, con Sharon ai vertici della popolarità e la destra del Likud di cui è il campione sempre più incompresa, nella sua ostinata contrarietà al disimpegno. A ridargli un ruolo, in qualche modo, è proprio l’allora premier, che tre mesi più tardi decide di costruirsi un partito centrista a sua misura, Kadima, e di abbandonare al loro destino gli irriducibili del Likud.
Quando vince le primarie, nel dicembre del 2005, Netanyahu è il capo di un partito che – di lì a qualche mese – rischierà di scomparire dalla Knesset. Due anni e mezzo dopo – con Gaza in mano ad Hamas, Sharon fuori combattimento e il suo successore, Ehud Olmert, travolto dalle accuse di corruzione – Bibi è pronto per la rivincita. Adesso che due israeliani su tre dicono che lo vorrebbero come primo ministro e che il suo Likud otterrebbe facilmente la maggioranza parlamentare, è tornato quello di un tempo, capace di dire che “allearsi oggi con Kadima sarebbe come investire in Lehman Brothers” e di prepararsi alle elezioni con una “lista Beautiful” piena di celebrità in grado di attrarre gli elettori di centro. Un’altra trovata che sarebbe piaciuta all’Ing.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 settembre 2008)

martedì 16 settembre 2008

lunedì 15 settembre 2008

A Piacenza c’è un’aria di congiura cattolaicista contro un paio di giuristi pro life


Piacenza. “Speriamo di riuscire a contrastare la legge del più forte o di chi è più dialettico”, aveva auspicato qualche giorno fa Romeo Astorri, preside della facoltà piacentina di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentando alla stampa il programma del Festival del diritto che si terrà nella città emiliana tra il 25 e il 28 settembre. Una prima assoluta (con l’intenzione di farne un appuntamento fisso a livello nazionale), nomi altisonanti del diritto e della sociologia, giornalisti e filosofi a discutere quest’anno di “Questioni di vita”, ossia del delicato rapporto tra legge e bioetica.
Secondo Francesco D’Agostino, presidente emerito del Comitato nazionale di bioetica e membro della Pontificia accademia per la vita, però, difficilmente il Festival piacentino del diritto potrà essere un’occasione di reale dibattito sui temi eticamente sensibili. In una nota che ha affidato ai referenti locali dell’Unione giuristi cattolici (organizzazione di cui è presidente nazionale), D’Agostino ricorda che “in molte occasioni la cultura cattolica viene marginalizzata e il caso di Piacenza, al riguardo, è davvero esemplare”. Livio Podrecca, che dei giuristi cattolici piacentini è il segretario, spiega al Foglio come una manifestazione nata sotto il patrocinio del più importante ateneo confessionale d’Italia si sia trasformata “in un festival degno di Ballarò o Annozero, quelle trasmissioni di approfondimento politico dove formalmente sono rappresentate tutte le voci, ma dove il conduttore riesce sempre a orientare il dibattito nella solita direzione”. Da giorni l’avvocato Podrecca è attaccato al fax e al computer, scrive lettere aperte e invia comunicati alla stampa locale per denunciare quella che, a suo dire, “è una forma garbata di censura” delle posizioni eticamente meno sfumate. Suo bersaglio è il curatore scientifico della rassegna, l’ex garante della privacy Stefano Rodotà, ma soprattutto l’Università Cattolica, uno dei due atenei patrocinanti (l’altro è il Politecnico di Milano), oltre alle amministrazioni locali, al Sole 24 Ore e alla casa editrice giuridica Laterza. “Il rammarico nel vedere tra gi enti che hanno promosso l’iniziativa l’Università cattolica del Sacro Cuore non può essere che grande”, scrive anche D’Agostino nella sua nota.
Tutto è cominciato proprio con l’esclusione di D’Agostino dalle lista dei relatori. Chiamate qualche mese a dare un contributo di idee, le associazioni giuridiche locali avevano avanzato le loro proposte per dibattiti ed eventi da inserire nell’ambito del vasto programma della manifestazione. L’Unione giuristi cattolici aveva proposto un incontro con il presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica per discutere della fine della vita e del testamento biologico. “Ci hanno risposto che per quel tema avevano già un esperto, nonostante la nostra proposta sia arrivata con largo anticipo – racconta Podrecca – Allora abbiamo fatto presente che il professor D’Agostino avrebbe potuto trattare altri argomenti analoghi: gli organizzatori ci hanno ringraziato ribadendo il loro no e rimandando tutto a un’ipotetica seconda edizione del festival. Ma non si tratta di un caso isolato: l’unico membro del Comitato di bioetica invitato, il professor Luciano Eusebi dell’Università Cattolica, parlerà di diritto penale e non di temi eticamente sensibili”.
Di testamento biologico parlerà un altro giurista, anche lui d’area cattolica, come Francesco Donato Busnelli della Scuola Sant’Anna di Pisa, replicano dal comune di Piacenza, dove l’assessore alla Cultura, Paolo Dosi, intervistato dal quotidiano locale La Cronaca ha spiegato che “gli interventi della cosiddetta ‘prima fascia’ sono stati concordati dal responsabile scientifico del progetto (cioè Rodota, ndr) con i referenti delle università, in particolare dell’Università Cattolica, che ha avuto un ruolo di primo piano. E’ stato usato un filtro preventivo per garantire l’autorevolezza dei relatori e la rappresentatività delle posizioni. Non potevamo permetterci di avere relatori che ‘fanno il tifo’” e tra gli studiosi d’area cattolica coinvolti ha citato “Massimo Reichlin e Gustavo Zagrebelski”, uno docente di Etica della vita all’Università Vita-salute del San Raffaele e l’altro ex presidente della Corte costituzionale.
“Peccato che l’unica tavola rotonda sul tema della famiglia sia su quelle atipiche e che di quella tradizionale non ci sia traccia nel programma”, ribatte invece Podrecca, che cita “la presenza della sociologa Chiara Saraceni, la stessa che sostiene che ‘i modelli familiari negli ultimi anni si sono moltiplicati’” a quell’incontro. E in città, dove sui giornali e nei bar da un paio di giorni non si parla d’altro, c’è chi giura che in Curia non l’abbiano presa troppo bene. Il nuovo vescovo, monsignor Gianni Ambrosio, fino a qualche mese fa era l’assistente spirituale dell’ateneo fondato da padre Gemelli.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 14 settembre 2008)

venerdì 12 settembre 2008

Complotti padani


Brescia. All’irritazione di Umberto Bossi per la scelta del maestro unico, tra Brescia e il lago di Garda, non ha creduto nessuno. Non è servito nemmeno aspettare l’intervista-smentita nella quale il leader leghista ha spiegato di essere stato “frainteso” dai giornalisti. Non ci credevano, alla storia delle diverse filosofie pedagogiche tra il senatùr e Mariastella Gelmini, semplicemente perché da queste parti si sapeva di una cena in riva al lago offerta una decina di giorni fa dal ministro dell’Istruzione allo stato maggiore forzista della Lombardia. Un ministro, quattro assessori regionali e quasi tutti i segretari provinciali del partito in liquidazione per decidere le strategie future tra Brescia (l’anno prossimo, dopo il successo del centrodestra nel capoluogo, si vota per le provinciali), Milano (nel 2010 ci sono le regionali) e Roma. Ed è su quest’asse, dice chi c’era, che si sono concentrate le attenzioni dei presenti. La possibilità di uno scambio alla pari Formigoni-Gelmini – con l’attuale governatore pronto finalmente ad assumere un incarico nazionale di rilievo e il ministro verso il Pirellone – sarebbe l’obiettivo del Pdl lombardo, sempre che lo stesso Formigoni non ci ripensi un’altra volta. Gelmini, dicono a Brescia e a Milano, ha le caratteristiche giuste per succedergli e non soltanto perché giovane e donna: tra due anni porterebbe in dote un curriculum nazionale e, soprattutto, la capacità di mediare tra le varie fazioni del centrodestra lombardo dimostrata già quando era alla guida della segreteria regionale di Forza Italia.
Con il lecchese Formigoni sistemato in un ministero di peso e i nomi che contano del Pdl milanese già tutti impegnati a Roma, una candidatura Gelmini darebbe finalmente al centrodestra bresciano l’occasione di prendersi una leadership a lungo desiderata e mai ottenuta. Soltanto una promessa da rompere – quella di sostituire un Roberto, Formigoni, con un altro, Castelli – potrebbe rimandare ancora il sogno. Bossi lo sa e ha fatto di tutto per ricordarlo. (ap)

(© Il Foglio, 10 settembre 2008)

martedì 9 settembre 2008

Due pesi, due misure


Riconoscere il disinteresse degli adolescenti (o poco più) che scelsero di combattere a Salò per l'Italia fascista (l'unica che avessero mai conosciuto) anziché per quella sabauda non è da fascisti, è semplicemente la presa d'atto fin troppo tardiva di una buona fede che quasi sempre ci fu e che troppo a fatica viene riconosciuta persino 65 anni dopo, oltre che l'unico modo per chiudere una guerra civile strisciante mai terminata davvero. Lo fece l'ex presidente della Camera, Luciano Violante, una decina d'anni fa (forse undici) e la sua appartenenza al Pci-Pds-Ds lo salvò dal linciaggio mediatico. Che lo faccia un ministro della Difesa di destra, però, non è ammesso: è l'ennesima prova dell'ipocrisia del dogma antifascista della sinistra italiana, che dimentica i Pansa, i Violante, persino gli Scalfari (andate a leggervi l'intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco qualche mese fa e pubblicata sul Foglio) e finge di essere ancora in trincea contro il nemico immaginario. Con un solo risultato: condannare alla damnatio memoriae mezza Italia, quella che in buona fede decise di combattere – parole di Francesco De Gregori – "dalla parte sbagliata" soltanto perché non conosceva altro rispetto a quel sistema di valori e di gerarchie (che fossero sbagliati è stata la storia a dirlo) in cui era cresciuta. Non è un caso che l'età media dei soldati repubblichini fosse intorno ai diciott'anni, mentre quella dei partigiani si avvicinasse più ai trenta che ai venti. Quei quindicenni "sbranati dalla primavera" meritano un po' di rispetto, nessuno ha preteso di dire che avessero ragione.

venerdì 5 settembre 2008

Colaninno dall’Ape al Boeing, una gita dalle parti del Gonzaga dei trasporti


Mantova. Al bar Sordello giurano di non averlo visto mai, o quasi. Lui, schivo com’è naturale che sia uno che s’è fatto da sé, non è tipo da farsi vedere in piazza. “L’Emma, lei sì, fino a due o tre mesi fa potevi trovarla tutte le domeniche mattina ai tavoli del plateatico con la famiglia”. Il tempo dirà se quei due o tre mesi d’assenza sono stati per le ferie o per il nuovo incarico di Emma Marcegaglia, che da maggio è il nuovo presidente di Confindustria. Ma lui no, al rito del cappuccino alla berlina non si presterebbe mai. Roberto Colaninno preferisce i soliti posti, i soliti amici di scuola che di tanto in tanto ritrova per le vie del centro. E allora li porta al bar, il primo che capita, offre l’aperitivo e si abbandona ai ricordi. Lo vedevano spesso al Caffè Sociale, quello accanto al teatro, ma nemmeno là è più di casa. E’ rimasta soltanto, nell’itinerario solito tra la casa di via Carducci e Nista, il barbiere che “lo manda in giro sempre bello azzimato” da trent’anni, la solita sosta al bar Adriano. Quasi sempre entra da solo, prende il solito espresso e se ne rivà, il cavaliere. Da queste parti “el ragiunat de Mantua” lo chiamano “il cavaliere”, ma si sente che lo dicono con la c minuscola. Da qualche giorno, in città, non si parla che di lui. Non che non se ne parlasse anche prima, con le rivalità e le operazioni finanziarie e le amicizie politiche sempre sulla bocca di tutti, ma da quando un altro pari grado, con la maiuscola, ha deciso che sarebbe stato lui l’uomo giusto per guidare la nuova Compagnia aerea italiana, Roberto Colaninno è tornato a essere l’argomento preferito dai mantovani. Da dieci giorni la Gazzetta di Mantova, primo quotidiano della città di proprietà del gruppo Espresso, macina titoli sulla nuova “Alitalia mantovana”. In parte è vero, in parte è orgoglio di provincia. Eppure il ragioniere, che a Mantova c’è nato nel 1943, fino a poco più di dieci anni fa era ancora “un teròn”. Suo padre lavorava all’ufficio delle entrate e veniva da Acquaviva delle Fonti, nel barese. Man mano che il ragioniere diventava cavaliere e finiva sulle prime pagine dei giornali di Roma e di Milano per essere arrivato alla guida di Olivetti, per aver scalato Telecom con gli altri “capitani coraggiosi” della razza padana e per essersi comprato la Piaggio e aver fatto diventare lombarda persino la Vespa, Colaninno il terrone diventava Roberto il mantovano. Così mantovano da finire – era il 1998 – nel consiglio d’amministrazione della Bam, la Banca agricola mantovana, insieme con il grande vecchio dell’industria locale, quello Steno Marcegaglia che – giovane operaio socialista – in quarant’anni aveva creato a Gazoldo degli Ippoliti il suo impero dell’acciaio partendo da una ditta di guide metalliche per tapparelle. I due non avrebbero potuto essere più diversi: esuberante, sempre pronto a intervenire nei dibattiti pubblici per dire la sua e finire sui giornali il patriarca Steno, capitano d’industria vecchio stile che produce roba e la vende. Misurato, schivo, vicino alla politica senza subirne il fascino il più giovane Roberto, imprenditore bravo coi numeri e le plusvalenze più ancora che con i prodotti. In quel consiglio, microcosmo della finanza che allora contava, c’era pure Calisto Tanzi. L’allora patron di Parmalat era nel numero degli amministratori d’area cattolica della piccola banca di provincia che annoverava già tra i suoi correntisti un immobiliarista rampante come Stefano Ricucci. Colaninno e Marcegaglia, che pure non dovevano piacersi troppo, erano invece tra i “laici” assai vicini all’allora Pds che spingevano per l’arrivo a Mantova dei senesi del Monte Paschi, pronti a rilevare l’istituto lombardo. L’uno e l’altro, raccontano in città, speravano forse di accedere alla presidenza della banca, e diventare in tal modo una sorta di proconsoli della finanza rossa in Lombardia. Andò male a entrambi. Gli uomini fidati arrivarono direttamente da Siena e per i mantovani non ci fu spazio. Dieci anni dopo Roberto Colaninno e Steno Marcegaglia siederanno ancora insieme in un altro consiglio di amministrazione, quello della nuova Alitalia: “Da allora le loro carriere non si sono più incrociate – racconta al Foglio Romano Gandossi, direttore della Voce di Mantova, che a differenza della Gazzetta non ha un gran feeling con il neopresidente della compagnia di bandiera – Di lì a qualche mese Colaninno si lanciò nell’impresa Telecom e più tardi nell’acquisizione di Piaggio. Per forza di cose, più i suoi interessi diventavano grandi, più le sue apparizioni a Mantova si diradavano. Marcegaglia, al contrario, non ha mai smesso di farsi vedere, ma negli ultimi anni anche lui s’è dedicato alla sua opera migliore: la costruzione del personaggio pubblico di Emma, una donna che sarà in grado di tagliare quei traguardi che nemmeno suo padre è riuscito a raggiungere, complice forse il suo carattere esuberante, tutt’altro che diplomatico”. Un carattere che l’ha confinato nel suo doratissimo esilio di Gazoldo, mentre in città politici, imprenditori e giornalisti inseguono il favore del ragioniere-cavaliere. “Nei dieci anni della giunta Burchiellaro – dice Giuliano Longfils, capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale e un passato da segretario del Pli – la vicinanza di Colaninno all’amministrazione di centrosinistra è stata totale. Lui non appariva mai, ma era evidente che la sua parola, sulle decisioni strategiche di sviluppo economico e urbanistico della città, era molto ascoltata”. Che quando il ragioniere era a capo della Omnitel tutti i telefonini in municipio fossero della Omnitel e che gli scooter tuttora in dotazione alla Polizia municipale siano Piaggio sono, ovviamente, coincidenze che soltanto in provincia amano sottolineare.
A casa Colaninno la politica ha fatto breccia nella nuova generazione, capitani coraggiosi che studiano da leader popolari. Matteo, il suo primogenito, un manager capace di parlare più e meglio di lui alla politica. La nomina a ministro dello Sviluppo economico nel governo ombra di Walter Veltroni e la presidenza dei giovani industriali durante il mandato Montezemolo sono però soltanto le tappe conclusive (per ora) di una carriera cominciata all’ombra di papà Roberto prima nella società capofila di famiglia, la Immsi (la stessa che investirà 150 milioni di euro in Compagnia aerea italiana), e poi alla vicepresidenza della Banca popolare di Mantova, l’istituto fondato nel 2000 con l’aiuto della Popolare di Lodi dopo la delusione Monte Paschi di due anni prima. Con la candidatura alle politiche Matteo, capolista del Pd in Lombardia, è uscito dal cda di Bpm, ma non da quello di Immsi. Due giorni fa, in un’intervista alla Gazzetta di Mantova, ha assicurato di “non essere affatto in conflitto di interessi”, spiegando che al momento di votare l’investimento in Alitalia si è alzato e se n’è andato. Se è vero, come dicono a Mantova, che i consigli di amministrazione di Immsi si tengono tra un primo e un secondo al Pescatore di Canneto sull’Oglio, chissà dove sarà andato, prima di tornare a mangiare il petto d’anatra all’aceto balsamico.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 4 settembre 2008)

venerdì 29 agosto 2008

Una veep coraggiosa che piace ai pro life


Sarah Palin ("the most popular governor", copyright The Weekly Standard), 44enne governatore in carica dell'Alaska e neocandidata repubblicana alla vicepresidenza, che per anni i media hanno definito "hottie" perché piuttosto avvenente, da tempo era indicata da molti come una possibile prima scelta di John McCain per il ruolo di numero due alla Casa Bianca. Quattro mesi fa i giornali hanno però parlato di lei per un'altra ragione: la sua gravidanza. A fine aprile, infatti, la Palin ha dato alla luce Trig Paxson, un bel bebè con la sindrome di Down. E lo ha fatto nonostante le pressioni pubbliche ripetute nei mesi precedenti affinché non portasse a termine la gestazione. "Ringraziamo il Signore per averci dato la sua fiducia e questo dono", è stato il commento di lei e del marito in un comunicato ufficiale diffuso subito dopo il parto. Con lei nel ticket il voto della destra religiosa è garantito (e quello femminile torna molto in discussione, magari anche grazie a chi voleva Hillary alla Casa Bianca "perché donna"), assai più che da un Romney qualunque, mentre allo sfondamento al centro penserà il maverick McCain.

domenica 24 agosto 2008

Barack Obama sceglie come vice Joe Biden, l'alter ego di McCain


Washington. Barack Obama aveva promesso un cambiamento radicale per l’annuncio del candidato democratico alla vicepresidenza e in parte è stato di parola. Venerdì notte ha mandato un sms a Joe Biden e un’e-mail ai suoi sostenitori per comunicare all’uno e agli altri la scelta del suo running mate. Le novità, però, sono finite qui. Joe Biden tra i papabili c’era da tempo (gli altri erano i senatori Evan Bayh e Jack Reed e il governatore della Virginia, Tim Kaine) e il suo, a Washington, è tutto fuorché un nome nuovo. Senatore del Delaware dal 1972, al suo confronto persino il settantaduenne McCain è un neofita: la sua prima elezione al Congresso risale a dieci anni più tardi. Biden è, per molti versi, l’esatto contrario del senatore nero dell’Illinois: tanto l’uno si è presentato finora come l’uomo del cambiamento, quanto lui ha fatto dell’esperienza il suo più importante asset politico. E non da oggi. Era il 1988 quando il comitato elettorale di Joseph Robinette Biden jr., allora in corsa alle primarie per la nomination democratica, fece mandare in onda uno spot in cui si spiegava che “la Casa Bianca non è il posto in cui imparare come risolvere una crisi internazionale”. Un messaggio che oggi sarebbe perfetto per la campagna McCain. Finì male: il senatore del Delaware pronunciò un discorso copiandolo dall’allora leader dei laburisti britannici, Neil Kinnock, e al suo posto i democratici scelsero Michael Dukakis. Esperienza a parte, le differenze tra lui e Obama non potrebbero essere più marcate: Biden, nel 2002 votò a favore dell’invasione dell’Iraq e in seguito le sue critiche all’Amministrazione Bush – che non sono mancate – sono state rivolte a chi, al Pentagono, aveva sottostimato le necessità di uomini e mezzi per poter affrontare adeguatamente il dopoguerra iracheno. “Per due anni sono stato il solo, con John McCain, a chiedere l’invio di altre truppe”, dichiarò in un’intervista del novembre 2005. Un anno e mezzo prima, nel maggio del 2004, quando ormai la nomination democratica di John Kerry non era già più in discussione, Biden invitò il senatore del Massachusetts a scegliersi, come vice, “un repubblicano per ridare unità a un paese straziato da Bush: l’unico che sceglierei sarebbe John McCain”.
(segue dalla prima pagina) Nonostante le apparenze, Joe Biden non è ossessionato dal suo prossimo rivale politico, anzi. I due si stimano e lo stesso senatore democratico, tre anni fa, spiegò al comico Jon Stewart, in un talk show, che per lui sarebbe stato “un onore essere candidato con o contro” il suo amico di destra. Da quando la sua nomina è stata annunciata, i media e gli analisti hanno però cominciato a rinfacciargli – con maggiore o minore indulgenza – il suo lungo curriculum di gaffe e dichiarazioni poco felici che hanno caratterizzato l’intera sua carriera politica. E mentre non mancano le dichiarazioni d’affetto per John McCain, un po’ tutti hanno faticato a trovarne per Barack Obama: la cosa migliore che Biden ha detto di lui la disse il giorno in cui annunciò che gli si sarebbe candidato contro (con scarso successo) alle primarie. “E’ il primo afroamericano che parli e si presenti bene che ricordi”, la dichiarazione che in pratica lo condannò ad abbandonare la corsa prima ancora di averla iniziata. Se per Chris Cillizza del Washington Post e altri analisti politici americani la scelta di Biden “è più rischiosa che altro”, per David Brooks del New York Times invece il suo nome – associato a quello del giovane e affascinante, ma inesperto Obama – potrebbe essere quello giusto. Secondo Brooks “è vero che Biden ha detto un sacco di idiozie nel corso degli anni, ma è pur vero che certe sue uscite sono il segnale della sua genuinità”. Una qualità importante, insieme alla “capacità di parlare alla working class, all’onestà e all’esperienza”. Di quest’ultima Biden non difetta: in politica estera (è presidente di commissione al Senato) è forse il più esperto parlamentare democratico e il fatto che il presidente georgiano Saakashvili l’abbia invitato – pochi giorni fa – a visitare Tbilisi ne è una conferma. In Campidoglio il senatore del Delaware è poi considerato da tutti come un politico onesto che da trentasei anni fa tutti i giorni il pendolare tra Washington e la sua casa di Wilmington, la sua storia personale (la perdita della moglie e di una figlia a 29 anni, appena eletto al Senato), la sua fede cattolica e persino il fatto di avere un figlio che il prossimo ottobre partirà per l’Iraq con la Guardia nazionale sono tutti elementi che farebbero della sua scelta una buona scelta per Obama. Al momento i sondaggi dicono che non è così, e che il nome Biden associato a quello del senatore nero non sposta un voto né in entrata né in uscita, come forse avrebbe fatto la nomina di un ex governatore di uno stato in bilico. Nel 1974 Time inserì il suo tra “i duecento volti che cambieranno l’America”. Trentaquattro anni dopo, è arrivato il momento di dimostrarlo.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 24 agosto 2008)

sabato 23 agosto 2008

venerdì 22 agosto 2008

Perché l’America porta soldati e uno scudo antimissile in Israele

Gerusalemme. L’avvertimento era stato chiaro. “L’Iran non deve presentare su un piatto d’argento ai suoi nemici le motivazioni per farsi attaccare”, aveva spiegato sabato scorso ai cronisti Suleiman Awwad, portavoce di Hosni Mubarak, al termine del vertice con il re saudita, Abdullah. A Teheran l’invito partito dal Cairo – che per il quotidiano arabo di Londra, al Quds, era “più di un semplice monito” – probabilmente non è mai arrivato. Poche ore più tardi, i responsabili dell’agenzia spaziale iraniana annunciavano il lancio di un nuovo razzo prodotto con tecnologia locale (ma con la collaborazione di scienziati russi), tappa iniziale di un programma di lungo termine che dovrebbe portare satelliti iraniani in orbita intorno alla Terra. Ancora ieri il direttore dell’agenzia, Reza Taghipour, annunciava di voler rendere partecipi “le nazioni musulmane nostre amiche” del successo, offrendo loro l’opportunità di sviluppare programmi spaziali congiunti.
La notizia del lancio iraniano del razzo Safir-e Omid, che in farsi vuol dire “ambasciatore di pace”, non è stata accolta positivamente da Stati Uniti e Israele. Nel corso di un briefing con la stampa, il portavoce del dipartimento americano per la Sicurezza nazionale, Gordon Johndroe, non ha nascosto la “preoccupazione circa le intenzioni di Teheran” perché, ha chiarito, un razzo in grado di lanciare in orbita un satellite può tranquillamente puntare più in basso e magari trasportare una testata esplosiva. Il problema, semmai, è la gittata: secondo fonti militari di Gerusalemme citate da Radio Israele, a preoccuparsi dovrebbero essere i paesi europei perché il Safir, se utilizzato per fini militari, potrebbe raggiungere persino Parigi e Londra. Né sembrano sufficienti a tranquillizzare occidentali e israeliani le generiche rassicurazioni di Teheran, che ha sottolineato l’interesse “esclusivamente scientifico” del proprio programma spaziale. A renderle meno credibili, oltre al test condotto il mese scorso dal regime dei mullah con i missili a lunga gittata Shihab-3, è stata un’altra notizia giunta nelle stesse ore: intervistato dal canale all news Press Tv, il generale Ahmad Mighani, comandante dell’aeronautica militare iraniana, ha annunciato l’ammodernamento dei cacciabombardieri della classe SU (di fabbricazione russa), “ora in grado di volare per tremila chilometri di fila senza dover fare rifornimenti”. I principali obiettivi israeliani ne distano appena mille.
Che un confronto militare (freddo o caldo è da vedere) sia imminente tra Gerusalemme e Teheran lo dicono pure le mosse dello stato ebraico. Quando, a fine luglio, il segretario statunitense alla Difesa, Robert Gates, e il suo omologo israeliano, Ehud Barak, si sono incontrati al Pentagono, nel comunicato ufficiale si parlava genericamente di un “impegno americano per potenziare gli strumenti di difesa di Israele”. Gli strumenti, anzi lo strumento altro non sarebbe che il più moderno sistema di radar antimissile in dotazione alle forze armate americane, per il momento concesso in uso a un solo alleato, il Giappone, per metterlo al riparo da eventuali minacce nordcoreane o cinesi. Il super radar da solo triplicherebbe la capacità di intercettazione di eventuali missili sparati contro Gerusalemme e le altre città israeliane. L’accordo non è ancora stato reso ufficiale, ma il recente vertice tra l’ammiraglio statunitense Mike Mullen e il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, avrebbe avuto come unico argomento proprio il nuovo sistema antimissile, sostengono concordemente tutte le fonti militari di Gerusalemme.
Neppure il radar X-Band potrebbe però neutralizzare un prossimo lancio di missili iraniani: secondo gli esperti, infatti, ci vorrebbero mesi, se non anni, per ottenere le autorizzazioni al dispiegamento dal ministero della Difesa israeliano, e nemmeno le postazioni sarebbero state ancora scelte, sebbene si parli con insistenza del Negev. L’arrivo imminente nel Golfo persico di altre due portaerei americane (la Teddy Roosevelt e la Reagan) e della nave da sbarco Iwo Jima – che contribuiranno a creare il più grosso dispiegamento navale statunitense nell’area dal 1991 – potrebbe essere il segnale che a Washington intendono fare sul serio.

(© Il Foglio, 18 agosto 2008)