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venerdì 25 aprile 2008

Vorrei Alemanno, posso Rutelli (ma per fortuna non voto)

Un amico mi ha fatto notare come il confronto Alemanno-Rutelli sia un vero cul de sac. "Se Rutelli vince, sappiamo già cosa succede a Roma, ma per quello pazienza (né io né il mio interlocutore abitiamo a Roma, ndr). Il guaio è che ci ritroveremmo Alemanno ministro, quasi sicuramente alle Attività produttive. E da un punto di vista liberale e liberista non sarebbe una bella notizia". E fin qui ci siamo. "Il peggio, però, è se ci risparmiamo Alemanno ministro e Rutelli perde". E qui comincio a perderlo, lì per lì. "Perché tutto sommato Alemanno più danni d'un tot non può fare, al governo, mentre una sconfitta di Rutelli sarebbe la vera tragedia: significherebbe il commissariamento di Veltroni nel Pd, ossia la messa in discussione definitiva della sua strategia della corsa solitaria. L'assunto sarebbe: che si perdevano le politiche si sapeva, che sarebbe stato un massacro su tutti i fronti – Capitale inclusa – no. Lo sai questo scenario cosa comporterebbe?". No, non lo immagino nemmeno. "Comporterebbe il ritorno all'Unione prodiana dai centristi fino a Sinistra critica, con il centrodestra costretto a imbarcare di nuovo tutti da Storace a Casini. E così addio opposti riformismi e taglio delle ali". Ecco, per la prima volta in vita mia il centrosinistra vittorioso a Roma m'è sembrato davvero il minore dei mali.

mercoledì 20 febbraio 2008

Gli amici degli amici e i figli di papà


Già l'alleanza mediatico-giudiziaria (l'ex pm che dice "spegnete le tv" è il cerchio che si chiude) non prometteva nulla di buono. Poi ci si è messo direttamente lui, W. Ora, non che qui qualcuno avesse pensato di poterlo votare, perché non serve conoscere di persona un politico per capire se nel corso della sua vita abbia fatto seguire i fatti alle parole oppure no. Veltroni non è di sicuro di questa specie, e quando tiene fede a un impegno l'impressione che se ne ha è che lo faccia soltanto perché gli conviene, e parecchio. Ma andiamo oltre. La promessa era fare "liste piene di giovani". Evviva. Poi ti giri un attimo e t'accorgi che è come quando "soli" voleva dire "liberi". Perché mettere in lista anche autorevoli figli di papà in quanto tali non vuol dire candidare i "gggiovani". Vuol dire scegliere una rosa di poteri forti e, nell'ambito delle loro dinastie, prediligere la faccia meno usurata e più piaciona. Puntare su giovani "veri" (cioè rappresentanti di loro stessi e dei loro talenti), in un Paese come il nostro che conosce soltanto il precariato fino ad almeno i 35 anni e l'accesso alle stanze dei bottoni dopo i cinquanta, significa inevitabilmente mettere in lista degli emeriti sconosciuti i cui cognomi non suggeriscano nulla di nulla agli elettori. Perché se domani W o il Cav. decidessero di candidare – che so – Daniele Raineri, che è l'unico giornalista italiano (con Rolla Scolari) ad aver intervistato David Petraeus a Baghdad, questo al grande pubblico non direbbe nulla. E non perché lui come cronista non valga, ma perché il suo cognome non è evocativo come quello del figlio di Benetton che non è conosciuto soltanto a Treviso, ma pure a Singapore. Eppure, quello che ha fatto nella sua vita il primo è tutto frutto del proprio sacrificio e della propria bravura. L'altro, per quanti sacrifici e bravura abbia potuto metterci di suo, è comunque partito con il vantaggio di un cognome pesante. W lo sa. E non ha esitato a scegliere.