giovedì 30 ottobre 2008

Il rivale mitico


Milano. La nascita del mito verde in Italia ha una data precisa: è il 22 gennaio 1956 quando l’Espresso pubblica in prima pagina un’inchiesta di Manlio Cancogni dal titolo “Capitale corrotta = Nazione infetta”. L’obiettivo del reportage è la speculazione edilizia che a Roma, nel giro di pochi anni dalla fine della guerra, ha fatto sorgere uno dietro l’altro centinaia di palazzoni lungo le strade consolari su quelli che un tempo erano i latifondi del patriziato romano. Per la prima volta, nonostante la preoccupazione principale del settimanale sia denunciare il sistema di tangenti che manda avanti il boom edilizio, il tema della difesa dell’ambiente entra nel dibattito politico in Italia.
E’ sempre il 1956 quando Italia Nostra, un’associazione fondata l’anno prima da Umberto Zanotti Bianco e Giorgio Bassani, tiene il suo primo congresso. Fino ad allora l’ambientalismo, che pure esisteva da quasi mezzo secolo, era stato un movimento più simile a un sodalizio di amici della tavola che a un fatto in qualche modo politico. Tante petizioni, qualche raccolta di fondi, nessun contatto con la vita dei partiti. Ci aveva provato Erminio Sipari, ai primi del Novecento, a fare della difesa dell’ambiente un tema parlamentare: il deputato radicale, anche grazie all’appoggio di Benedetto Croce, riuscì a fondare il Parco nazionale d’Abruzzo nel 1922, stesso anno in cui prendeva forma anche quello del Gran Paradiso. Tanto Sipari quanto i suoi successori ritenevano però che la politica potesse essere un mezzo (molto provvisorio) per ottenere il loro fine, la tutela di alcune aree di pregio del paese. La fondazione delle prime due associazioni ecologiste d’Italia, Pro Natura (1948) e Italia Nostra (1955) non fu, in sostanza, che l’importazione di modelli esteri di conservazionismo come il National Trust del Regno Unito.
E’ nell’aprile del 1969 che a Berkeley, in California, l’ambiente diventa – per la prima volta – il pretesto per fare la rivoluzione. Quando il governatore Ronald Reagan manda la Guardia nazionale contro i giovani che piantano fiori e alberelli in un cantiere semiabbandonato, scoppia il putiferio. Sono, probabilmente, i lettori di Rachel Carson, che sette anni prima aveva pubblicato “Primavera silenziosa”, un saggio di denuncia contro l’uso dei pesticidi in America. Il Flower Power nasce così e in Italia, sull’onda della contestazione, cominciano le imitazioni. Nel 1975, durante il congresso radicale di Bologna, un gruppo di militanti decide di dar vita alla Lega naturista. L’obiettivo, tutto sommato ancora prepolitico, è difendere l’ambiente e “vivere secondo natura”. E’ però il Pci (lo stesso partito che fino a qualche anno prima diceva che era l’uomo, e non il lupo, “l’animale più braccato d’Abruzzo”, mentre la Cgil sosteneva che “l’ambiente è un lusso che non possiamo permetterci”) a intendere che, come ogni idea rivoluzionaria, anche quella verde sarebbe potuta diventare un dogma. Da una costola dell’Arci, l’associazione dei circoli ricreativi vicini al Partito comunista, prende forma la Lega per l’Ambiente (oggi Legambiente). E’ il 1980 e a fondarla è, tra gli altri, il trentaduenne Chicco Testa, che nel 1987 lascerà la presidenza del movimento per farsi eleggere alla Camera nelle file del Pci. Qualche anno più tardi nascono le prime liste Verdi (ne fanno parte ex radicali come Francesco Rutelli ed ex esponenti dell’ultrasinistra, come Paolo Cento), che si federeranno all’indomani della battaglia sul nucleare, conclusa con la vittoria del fronte contrario all’utilizzo dell’energia atomica in Italia. Nascono grazie a quel successo, una dietro l’altra, tutte le iniziative che fanno del mito verde la religione di chi non sopporta il progresso e l’uomo che lo promuove e che coinvolgono famiglie, scuole, bambini: dai lenzuoli alle finestre per protestare contro lo smog alle spedizioni punitive con i bambini armati di palette per “pulire il mondo”. Quando, all’inizio degli anni Novanta, alcuni scienziati cominciano a dire che il buco dell’ozono (nel frattempo rimarginato) provocherà l’effetto serra, che i ghiacci si scioglieranno e che l’uomo scomparirà a causa delle sue colpe, i sacerdoti del mito verde trovano l’Apocalisse in cui credere. Ci vorranno un Oscar e un Nobel per fare di Al Gore il Messia che ancora mancava. (ap)

(© Il Foglio, 22 ottobre 2008)

Cav., tira giù quel muro verde


Milano. La grande battaglia di Silvio Berlusconi contro il pensiero unico dell’ecologismo imperante, contro la “scomoda verità” di un premio Nobel come Al Gore, contro la tendenza conformista che ha contagiato destre e sinistre mondiali – perché l’ecologismo elettoralmente paga – ha raggiunto il suo picco nel consesso europeo governato da Nicolas Sarkozy. E’ il pacchetto energia e clima su cui il “no” italiano ha scatenato polemiche feroci. Il presidente francese e presidente di turno dell’Ue ha preso la parola al Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, per dire che “non approvare il pacchetto climatico comunitario sarebbe drammatico e irresponsabile”. Senza nominarlo, Sarkozy parlava del Cav. e della sua opposizione all’adozione del pacchetto 20-20-20 che prevede, entro il 2020, la riduzione del 20 per cento (rispetto al 2005) delle emissioni di gas serra, l’abbattimento dei consumi energetici del 20 per cento e la dipendenza al 20 per cento da fonti rinnovabili.
Nelle stesse ore, Berlusconi, intervenendo ieri all’assemblea di Confindustria a Napoli, è tornato a dire quel che avevano già detto nei giorni precedenti lui e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: “Se l’Europa e i cittadini europei vogliono dare l’esempio a tutto il mondo – ha spiegato il Cav. – bisogna fare in modo che questo prezzo almeno sia pagato da tutti e in parti uguali, perché non può essere per il 18 per cento a carico dell’Italia”. Sebbene il premier dichiari che il motivo principale delle sue perplessità sia la crisi economica incipiente (ieri il Fondo monetario internazionale e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, hanno annunciato ufficialmente che l’Italia è in recessione) e che una nuova analisi costi-benefici potrebbe persino convincerlo dell’opportunità di anteporre gli interessi dell’ambiente a quelli dell’economia, il suo è un “no” contro l’ideologia ecologista imperante. Ne è conferma la reazione della sinistra italiana, tanto sensibile alla fine del mondo causata dallo scioglimento dei ghiacci. Se per il capogruppo del Pd alla commissione Ambiente della Camera, Roberto Della Seta, “Sarkozy ha dato una lezione di buonsenso alla destra italiana”, per l’ex ministro e leader del Prc, Paolo Ferrero, “Berlusconi ha torto e Sarkozy ragione” e per la portavoce dei Verdi, Grazia Francescato, “c’è da ringraziare che ci sono l’Europa e Sarkozy”.

Il nuovo patto di Varsavia
E’ vero – come ha sottolineato il Cav. – che “l’Italia, con la Germania, è uno dei paesi che più basano la loro economia sul settore manifatturiero” e che limitare le emissioni di gas serra è un provvedimento che va a colpire, soprattutto, le industrie di quel settore. E’ vero anche, però, che il cancelliere Angela Merkel – che pure qualche riserva sul piano ce l’ha – ha preferito accettare il pacchetto e poi, semmai, riservarsi la possibilità di trattare qualche sconto per l’economia tedesca in fase negoziale. Come Berlusconi hanno agito soltanto i paesi dell’est europeo, entrati a far parte dell’Ue tra il 2004 e il 2007. Il loro rifiuto delle rigide regole pensate a Bruxelles per combattere l’inquinamento e il riscaldamento terrestre va oltre la semplice difesa dei pur legittimi interessi economici (la maggior parte dei nove paesi ha impianti industriali obsoleti e fa largo uso di carbone) e si spiega con un’avversione istintiva e comprensibile a qualsiasi tentativo dell’autorità pubblica di influire sul ciclo economico. Che nel fronte del “no” si trovino Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania ed Estonia – tutti paesi che per mezzo secolo sono rimasti nell’area d’influenza del socialismo reale sovietico, quando non sotto il controllo diretto di Mosca – è indicativo. Che l’unico leader dell’Europa occidentale a sostenerli sia anche l’ultimo leader che ha fatto dell’anticomunismo in quanto tale un valore da portare al governo sembra più di una coincidenza.
Così, nonostante Legambiente ironizzi sul “nuovo patto di Varsavia” che avrebbe nel Cav. la guida, la battaglia europea di Berlusconi sul clima appare sempre più come il rinnovarsi dell’eterna lotta contro il comunismo come ideologia imperante (era del ministro Brunetta un pamphlet di qualche anno fa sugli ambientalisti “verdi fuori e rossi dentro”) e i suoi satelliti, come il socialismo ambientalista che ha trovato nell’ex vicepresidente americano Al Gore, premiato l’anno scorso con il Nobel per la pace, il miglior uomo immagine possibile. In questa lotta, tra i leader conservatori dell’occidente, Berlusconi sembra solo. Non lo segue Sarkozy, che anzi proprio sulla lotta al riscaldamento globale ha incassato ieri il primo voto bipartisan del Parlamento francese, ma che soprattutto avrebbe un tornaconto diretto dall’approvazione del piano: la Francia potrebbe vendere più energia (prodotta con le centrali nucleari) agli altri partner europei e il governo Fillon avrebbe la scusa per concedere sovvenzioni all’industria automobilistica francese. La rupture ambientale del presidente francese ha avuto il volto algido e seducente di Nathalie Kousciusko-Morizet, il giovane sottosegretario che ha fatto confluire il suo piccolo movimento ecologista, Écologie Bleue, nel grande contenitore dell’Ump. Ieri a Parigi è stato il suo giorno: quando il capogruppo del Partito socialista all’Assemblea nazionale, Jean-Marc Ayrault, ha annunciato che l’opposizione avrebbe votato a favore del pacchetto ambientale della “Grenelle” (dal nome della strada parigina in cui si sono tenute le prime riunioni tra governo, enti locali e parti sociali sul tema), i deputati dell’Ump sono scattati in piedi e hanno applaudito. In un anno e mezzo è la prima volta che maggioranza di destra e opposizione di sinistra si trovano d’accordo su qualcosa e votano di conseguenza. Non è un caso che sia proprio l’ideologia ecologica a unire mondi che paiono inconciliabili.
Non lo segue Angela Merkel che, per ragioni di opportunità politica (l’anno prossimo in Germania si vota e le istanze “verdi” sono considerate molto popolari nel paese) ma anche di convinzione personale (vedi il viaggio dello scorso anno in Groenlandia per vedere da vicino “gli effetti del climate change”) preferisce far adottare alla Cdu una linea di maggiore apertura ai temi ecologisti. Non lo segue il leader dei conservatori britannici, David Cameron, che un paio d’anni fa aveva lanciato la campagna “vote blue, go green” e che da tempo pubblicizza le sue scelte salutiste ed “ecofriendly”. Persino in America il Cav. trova poco seguito. E non tra i democratici, come è lecito aspettarsi, ma anche tra i repubblicani. Lo stesso John McCain lo scorso anno è stato il primo firmatario – con Joe Liebermann – di un disegno di legge per la riduzione delle emissioni industriali negli Stati Uniti.
Se McCain è un maverick capace di tutto, certo non si può dire lo stesso di Newt Gingrich, ex speaker della Camera dei rappresentanti e guru della destra liberista americana, che qualche mese fa ha partecipato a una campagna promozionale contro il global warming girando pure uno spot televisivo. Così, mentre il pensiero unico verde ha assunto sempre più i contorni di una nuova religione politicamente corretta, il Cav. ha berlusconianamente scelto di combattere contro il nuovo mito, le nuove ipocrisie, la nuova ideologia di attrazione di massa.

(© Il Foglio, 21 ottobre 2008)

Quelli che lo avevano detto prima, e ora noi dietro la lavagna


Milano. L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Di sicuro l’aveva detto Nouriel Roubini. L’economista bocconiano della New York University aveva parlato chiaro, e chi avesse avuto voglia di ascoltare – e di credere – avrebbe capito, e creduto. Era il 7 settembre quando il professore nato in Turchia e cresciuto in Iran, Israele e Italia prese la parola a una riunione di economisti al Fondo monetario internazionale e disse quel che aveva da dire, e cioè che nel giro di qualche mese l’America avrebbe sperimentato una crisi “di quelle che capitano una sola volta nel corso di una vita”. La previsione era meticolosa: “Il sistema si troverà ad affrontare l’esplosione di una bolla immobiliare, uno choc petrolifero, il naturale calo di fiducia dei consumatori e, di conseguenza, una profonda recessione”. Inevitabilmente, disse allora, il succedersi di questi eventi avrebbe portato “alla crisi o al fallimento di fondi speculativi, banche di investimento e altre grandi istituzioni finanziarie come Fannie Mae e Freddie Mac”. Disse proprio così: Fannie Mae e Freddie Mac, e in platea – e non soltanto in platea – cominciarono a darsi di gomito. Che Roubini avesse la fama di essere un “permabear”, che è un modo carino tra economisti per definire un collega un menagramo, era risaputo e la battuta del moderatore – al termine dell’intervento – strappò una risata a tutti: “Dopo queste previsioni ci vorrebbe qualcosa di forte da bere”. Racconta il New York Times, che due mesi fa ha rievocato l’episodio, che poco dopo un altro economista, Anirvan Banerji, prese la parola proprio per contestare le conclusioni “catastrofiste” di Roubini e lo fece utilizzando le motivazioni che solitamente sono proprie di un altro tipo di catastrofisti, quelli ambientali: “Le tue previsioni non si basano su alcun modello matematico e poi si sa che sei uno che dice sempre il contrario degli altri”. Perfino l’economista Stephen Mihm, che qualche mese fa lo aveva intervistato per conto del quotidiano newyorchese, pur riconoscendogli recentemente di essere stato il Dr. Doom, il dottor Destino capace di prevedere il futuro con strabiliante lucidità, non se l’è sentita di smentire il cliché della cassandra: “Dice di non essere un pessimista, ma è difficile credergli – scriveva un paio di mesi fa – persino quando sorride, le poche volte che lo fa, la piega delle labbra sembra più una smorfia che un sorriso”. E però quella smorfia diceva il vero. A febbraio era stato sempre lui a dire che diverse banche di investimento, in quel momento considerate ancora al riparo dalle ricadute del caos dei mutui subprime, sarebbero presto finite “pancia all’aria”. Sei settimane più tardi si scoprì, tanto per cominciare, quanto fosse fragile Bear Stearns. Roubini non aveva inventato nulla: semplicemente aveva applicato al caso degli Stati Uniti quel che aveva imparato studiando le crisi finanziarie che avevano colpito, negli anni Novanta, parecchi paesi emergenti, dal Messico all’Indonesia, dalla Russia all’Argentina. In tutti i casi – aveva notato l’economista – si trattava di paesi con un sistema bancario scarsamente regolato e con una tendenza a spendere (e a indebitarsi) oltre i limiti della propria disponibilità di liquidi. Che lo studio si sia rivelato accurato lo dice il vaticinio di due mesi fa: “O si nazionalizzano le banche o si nazionalizzano le ipoteche”, aveva spiegato l’economista dell’ateneo newyorchese. Il nuovo piano Paulson prevede l’ingresso dello stato (per il momento con 250 miliardi di dollari) nel capitale delle nove principali banche d’America. La previsione di Roubini si conclude con una recessione che – dice lui – “durerà circa diciotto mesi e sarà la peggiore dai tempi della Grande Depressione”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Perché non c’è mica soltanto Roubini. E non c’è nemmeno bisogno di scomodare Oswald Spengler e il suo “Tramonto dell’occidente” fresco di ristampa per Longanesi (quando si dice il tempismo), che in quel saggio travestito da romanzo storico già nel 1918 narrava del dominio delle masse, del denaro, della tecnica e dell’esaurimento della democrazia come tappe tristi dell’ineluttabile declino di una civiltà, la nostra. Basterebbe rimanere a Wall Street e andarsi a cercare quel che diceva tal Meredith Whitney, analista finanziario per la banca di investimento Oppenheimer e bionda moglie di un campione di wrestling, poco meno di un anno fa. Mentre i listini ricominciavano a salire dopo il caos subprime dell’estate 2007, la signora Whitney si mostrò pessimista e predisse un netto calo dei profitti per Citigroup (e così fu) e un destino di svalutazioni per le principali banche d’America, a cominciare da Lehman Brothers, fallita il mese scorso. Forbes l’ha inserita nella lista dei migliori analisti finanziari del paese e i suoi interventi al talk show finanziario della Fox, Cavuto on Business, sono attesi dagli operatori dei mercati come gli oracoli al tempo degli eroi omerici. Fortune le ha dedicato la copertina del mese di agosto, puntando anche sulla sua ancor giovane età (38 anni) e sull’aspetto gradevole da brava ragazza uscita a pieni voti dal college. Nell’articolo all’interno, Jon Birger le fa dire che “l’economia sta per sprofondare ai livelli dei primi anni Ottanta” e che lei si sente “al centro della peggiore crisi finanziaria della storia”. Il che d’altro canto dev’essere un po’ vero se Gus Sacco, manager di AG Asset Management, spiegava sempre a Fortune che “come Abby Joseph Cohen di Goldman Sachs sul finire degli anni Novanta, Meredith non può più permettersi il lusso di dire la sua senza aspettarsi che i mercati si muovano di conseguenza”. Una responsabilità che le ha già procurato, a lei che a chiamarla “permabear” c’è da farle un favore, una minaccia di morte e qualche centinaio di e-mail e telefonate minatorie.

L’Archéofuturisme
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Sarebbe bastato ascoltare la lezione di Guillaume Faye, maestro del pensiero identitario e guru della Nouvelle Droite, per capire che presto o tardi la “convergenza delle catastrofi” (che è pure il titolo del suo ultimo saggio, pubblicato in Francia dalle Editions du Lore con lo pseudonimo di Guillaume Corvus) si sarebbe alfine realizzata. Prendere un suo saggio semisconosciuto vecchio d’un decennio, “L’Archéofuturisme”, sarebbe stato sufficiente per capire che “per la prima volta nella storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dall’applicazione dei suoi progetti ideologici”, che sono poi il frutto di una “ideologia angelica del progresso in un mondo sempre meno vitale”. Lui, che da tempo preconizzava “una crisi peggiore di quella del ’29”, adesso prefigura un futuro apocalittico in cui “la popolazione del globo terrestre tornerà a un miliardo di persone. Ci saranno stermini di massa, effetto della fame e delle carestie. E’ impossibile immaginare un tasso di crescita del sei per cento l’anno, come se avessimo sei ‘pianeta Terra’ a disposizione. Alla fine del XXI secolo, la terra avrà due velocità: una piccola minoranza vivrà come oggi, un’altra vivrà un nuovo medioevo, senza tecnologia, senza risorse”.
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino in Italia qualcuno c’era arrivato. E non c’è bisogno di scomodare Giulio Tremonti, che prima ancora di tornare al ministero dell’Economia aveva affidato le sue riflessioni sulla crisi del capitalismo globale a un saggio (“La paura e la speranza”, Mondadori) nel quale pronosticava l’arrivo “di un nuovo ’29”. Più semplicemente sarebbe bastato scoprire uno come Eugenio Benetazzo, “il primo e unico predicatore finanziario” del nostro paese, come lui stesso ama definirsi (ma non gli spiace, contento lui, di farsi etichettare come “il Beppe Grillo dell’economia” e “il Marco Travaglio della finanza”). Non è un caso che qualche giorno fa fosse ospite di Michele Santoro ad Annozero. Lui “Duri e puri. Aspettando un nuovo 1929” (La Riflessione, ristampato quest’anno da Macro Edizioni) l’aveva scritto nel 2005 e già allora indovinava l’indovinabile, e cioè che “molti dovranno vendere le case che non possono più pagare. Che cosa avverrà della bolla finanziaria che fa costare 160 mila euro appartamentini che sono covi per scarafaggi? Di colpo, il vostro habitat da scarafaggi varrà, diciamo, 100 mila euro. O anche meno”. Da tre anni il trader originario di Sandrigo, nel Vicentino, gira pure lui l’Italia con uno show itinerante, “Blekgek” (ma ha anche una Web radio e un canale su YouTube), in cui spiega che il nuovo medioevo è alle porte e che la colpa è tutta delle banche. Quando, due anni e mezzo fa, Benetazzo spiegava in un’intervista a Stefano Lorenzetto che erano “le previsioni dei più quotati analisti indipendenti, che però non trovano spazio sui media” ad averlo convinto dell’imminente catastrofe finanziaria, il cronista del Giornale lo trattò con sufficienza. E non fu il solo. Eppure il trader vicentino consigliava quel che consiglierebbero in molti, oggi: “Primo: estinguere i mutui. Secondo: fuggire da tutti gli investimenti mobiliari quotati in dollari. Terzo: comprare terreni. E oro”. Il tutto in attesa del medioevo prossimo venturo: “Chi erano i ricchi nel medioevo? – chiedeva lui retoricamente all’intervistatore – Coloro che possedevano terreni e oro. Fra cent’anni sarà la stessa cosa”.

Persino uno come Nassim Taleb
L’avevano detto, loro. E noi adesso zitti, dietro la lavagna. Persino uno come Nassim Taleb, che già per ammettere che “non sarà la fine della storia perché niente lo è mai” sembra un inguaribile ottimista, l’aveva capito per tempo, lui. Epistemologo e trader libanese trapiantato in America, Taleb è autore del saggio “Il Cigno nero, come l’imponderabile governa la nostra vita” (Il Saggiatore) che spiega – citando la scoperta dei cigni neri nel 1790 all’arrivo degli europei in Australia – “la fallacia narrativa con la quale ci autoinganniamo in moltissimi campi, dall’economia alle scienze sperimentali”. Il fatto è che, come ha spiegato lo stesso Taleb in un’intervista di pochi giorni fa all’agenzia Bloomberg, “quello di questa crisi era un prevedibilissimo cigno bianco”. Lo sanno gli investitori che seguono i consigli del fondo Universa Investments LP, di cui Taleb è uno dei principali consulenti, e che anche in questi mesi di turbolenze sui mercati non hanno smesso di guadagnare. Perché in fin dei conti è vero che, come diceva Yogi Berra, “è difficilissimo fare previsioni, soprattutto riguardo al futuro”, ma è pure vero che “persino un orologio fermo, due volte al giorno, segna l’ora esatta”. E questo non lo dice l’ineffabile Yogi, ma Anirvan Banerji, il rivale del profetico Roubini.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 19 ottobre 2008)

venerdì 24 ottobre 2008

Se lo dicono loro

See more Ron Howard videos at Funny or Die

C'è poco da fare.

sabato 18 ottobre 2008

In principio fu Dick Grasso. Ecco l’album d’oro (e che oro) dei Grandi Ingordi


Peccato perché nella hall del Ritz-Carlton Hotel di Half Moon Bay, nel nord della California, era tutto pronto. Le cameriere con la crestina e i maggiordomi in livrea si sarebbero schierati davanti al concierge, pronti ad accompagnare convegnisti e gentili signore (chissà se ufficiali o ufficiose) nelle suite prenotate all’uopo, magari in cambio di una mancia da ricordare. Purtroppo per loro, i manager del gruppo Aig non potranno gustarsi, almeno stavolta, il privilegio della vista mozzafiato dai finestroni in stile secondo Ottocento a picco sul Pacifico. Né perdersi negli oltre millecinquecento metri quadrati del modernissimo centro benessere o discutere con i colleghi su quale, tra i due campi da golf a diciotto buche del sontuoso resort, abbia il percorso più suggestivo. Sarà per un’altra volta, forse. O forse no. Edward Liddy, ceo di American Insurance Group, lo ha scritto qualche giorno fa in una lettera indirizzata al segretario al Tesoro, Hank Paulson. “Siamo in dovere, nei confronti dei nostri dipendenti e dello stesso pubblico, di adottare nuovi standard e un nuovo approccio nella conduzione degli affari”, ha spiegato il manager, aggiungendo che “questi ‘ritiri’ erano da molto tempo la norma nel nostro settore”. Che fossero la norma non c’è dubbio. Non a caso il mese scorso, appena un paio di giorni dopo aver appreso l’intenzione del governo degli Stati Uniti di entrare con 85 miliardi di dollari nel capitale della loro compagnia (con una quota dell’80 per cento), i top manager di Aig sono volati in California, a Monarch Beach, nell’extralusso St. Regis Resort, considerato “uno dei migliori posti dove soggiornare” dalle migliori guide turistiche internazionali. In una settimana, tra workshop e colazioni di lavoro, i capi della più grande compagnia di assicurazioni del mondo hanno speso 440 mila dollari così ripartiti: 200 mila di alloggio, 150 mila di vitto, 23 mila di cure termali e 67 mila di varie ed eventuali. Il conto, sostanzialmente a spese del contribuente americano, l’ha reso noto un deputato repubblicano della California, Henry Waxman, nel corso di un’audizione parlamentare dello scorso 7 ottobre. Il giorno dopo Eddy Liddy ha preso carta e penna e ha scritto a Paulson per scusarsi e annunciargli l’intenzione di annullare il secondo “ritiro” californiano per i manager del colosso delle assicurazioni. Nelle stesse ore, con un’altra lettera, Liddy ha anche chiesto formalmente alla Federal Reserve la concessione di un nuovo prestito da 37,8 miliardi di dollari “per migliorare lo stato di liquidità” della compagnia. Nel giro di poche ore, la Banca centrale guidata da Ben Bernanke ha erogato la somma.
Sia chiaro, quelli di Aig non hanno inventato niente. In principio fu Dick Grasso, l’ex amministratore delegato del New York Stock Exchange. Quando uscì la notizia della sua mega liquidazione da 140 milioni di dollari le polemiche (e le invidie) non mancarono. L’allora procuratore dello stato di New York, Eliot Spitzer, propose una causa contro l’ex top manager di Wall Street perché restituisse i soldi. Quattro anni dopo Grasso ha vinto la causa e si è tenuto la liquidazione perché i giudici hanno riconosciuto che il Nyse era un’azienda privata che poteva pagare quanto voleva i suoi dipendenti e che poi, quanto a qualità, il lavoro del manager italoamericano era stato encomiabile. Era lui, tutto sommato, l’artefice della riapertura dei mercati all’indomani dell’11 settembre, il segnale che nemmeno il terrorismo in casa poteva fermare il sogno americano. Difficilmente si potrebbe dire lo stesso dei grandi manager di banche e assicurazioni alle prese con il rischio di fallimenti, investimenti azzardati e salvataggi pubblici da qualche mese a questa parte. Eppure nemmeno loro sembrano voler rinunciare ai privilegi di un tempo di superlussi che è ieri, ma che sembra lontano secoli. E’ il caso, un’altra volta, di Aig. Nonostante le perdite per 5 miliardi di dollari registrate nell’ultimo trimestre del 2007, il consiglio di amministrazione della compagnia di assicurazioni lo scorso marzo concesse un bonus da 5 milioni di dollari all’allora ceo Martin Sullivan e una buonuscita da 15 milioni, più un contratto di consulenza da 34 milioni di dollari all’ex chief financial officer, Joseph Cassano. A giugno Sullivan è stato sostituito da Bob Willumstad, che per aver ricoperto la carica per soli tre mesi (il mese scorso è stato sostituito, su indicazione del Tesoro, da Liddy) ha maturato il diritto a una liquidazione da 22 milioni di dollari. Willumstad ha rifiutato il premio, ma il suo sembra un caso isolato. Negli ultimi cinque anni i dodici top manager delle principali banche d’America hanno guadagnato, messi assieme, circa un miliardo di dollari. A Dick Fuld, ex ceo della fallita Lehman Brothers, sono andati 256,41 milioni. Nello stesso periodo Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs – una delle poche banche senza grossi problemi a Main Street – ha guadagnato poco meno di 103 milioni e cifre simili sono andate a John Mack di Morgan Stanley, Vikram Pandit di Citigroup e Kenneth Lewis di Bank of America. Il nuovo piano Paulson, che prevede l’arrivo di denaro pubblico (per cominciare 250 miliardi) nelle casse delle principali banche del paese, prevede un ridimensionamento delle “executive pay” e che gli stipendi dei top manager siano stati fin troppo dorati (anche in relazione ai disastrosi risultati ottenuti) cominciano a pensarlo un po’ tutti, tanto che la scorsa settimana gli azionisti di Procter & Gamble, colosso specializzato in prodotti di bellezza, hanno votato una mozione per chiedere il ridimensionamento dello stipendio – giudicato scandalosamente alto – dell’amministratore delegato, Alan Lafley. Lo stesso hanno fatto i piloti della compagnia aerea United Airlines, da tempo in difficoltà, di fronte agli oltre dieci milioni di dollari garantiti al ceo Glenn Tilton ogni anno. Ma è contro i banchieri, soprattutto, a montare l’insofferenza: nel Regno Unito è il caso di sir Fred Goodwin, ex capo di Royal Bank of Scotland (ora nazionalizzata perché in crisi), che lo scorso anno aveva guadagnato 5 milioni di euro e che per andarsene, qualche giorno fa, ha preteso e ottenuto 900 mila euro di pensione.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 18 ottobre 2008)