venerdì 29 agosto 2008

Una veep coraggiosa che piace ai pro life


Sarah Palin ("the most popular governor", copyright The Weekly Standard), 44enne governatore in carica dell'Alaska e neocandidata repubblicana alla vicepresidenza, che per anni i media hanno definito "hottie" perché piuttosto avvenente, da tempo era indicata da molti come una possibile prima scelta di John McCain per il ruolo di numero due alla Casa Bianca. Quattro mesi fa i giornali hanno però parlato di lei per un'altra ragione: la sua gravidanza. A fine aprile, infatti, la Palin ha dato alla luce Trig Paxson, un bel bebè con la sindrome di Down. E lo ha fatto nonostante le pressioni pubbliche ripetute nei mesi precedenti affinché non portasse a termine la gestazione. "Ringraziamo il Signore per averci dato la sua fiducia e questo dono", è stato il commento di lei e del marito in un comunicato ufficiale diffuso subito dopo il parto. Con lei nel ticket il voto della destra religiosa è garantito (e quello femminile torna molto in discussione, magari anche grazie a chi voleva Hillary alla Casa Bianca "perché donna"), assai più che da un Romney qualunque, mentre allo sfondamento al centro penserà il maverick McCain.

domenica 24 agosto 2008

Barack Obama sceglie come vice Joe Biden, l'alter ego di McCain


Washington. Barack Obama aveva promesso un cambiamento radicale per l’annuncio del candidato democratico alla vicepresidenza e in parte è stato di parola. Venerdì notte ha mandato un sms a Joe Biden e un’e-mail ai suoi sostenitori per comunicare all’uno e agli altri la scelta del suo running mate. Le novità, però, sono finite qui. Joe Biden tra i papabili c’era da tempo (gli altri erano i senatori Evan Bayh e Jack Reed e il governatore della Virginia, Tim Kaine) e il suo, a Washington, è tutto fuorché un nome nuovo. Senatore del Delaware dal 1972, al suo confronto persino il settantaduenne McCain è un neofita: la sua prima elezione al Congresso risale a dieci anni più tardi. Biden è, per molti versi, l’esatto contrario del senatore nero dell’Illinois: tanto l’uno si è presentato finora come l’uomo del cambiamento, quanto lui ha fatto dell’esperienza il suo più importante asset politico. E non da oggi. Era il 1988 quando il comitato elettorale di Joseph Robinette Biden jr., allora in corsa alle primarie per la nomination democratica, fece mandare in onda uno spot in cui si spiegava che “la Casa Bianca non è il posto in cui imparare come risolvere una crisi internazionale”. Un messaggio che oggi sarebbe perfetto per la campagna McCain. Finì male: il senatore del Delaware pronunciò un discorso copiandolo dall’allora leader dei laburisti britannici, Neil Kinnock, e al suo posto i democratici scelsero Michael Dukakis. Esperienza a parte, le differenze tra lui e Obama non potrebbero essere più marcate: Biden, nel 2002 votò a favore dell’invasione dell’Iraq e in seguito le sue critiche all’Amministrazione Bush – che non sono mancate – sono state rivolte a chi, al Pentagono, aveva sottostimato le necessità di uomini e mezzi per poter affrontare adeguatamente il dopoguerra iracheno. “Per due anni sono stato il solo, con John McCain, a chiedere l’invio di altre truppe”, dichiarò in un’intervista del novembre 2005. Un anno e mezzo prima, nel maggio del 2004, quando ormai la nomination democratica di John Kerry non era già più in discussione, Biden invitò il senatore del Massachusetts a scegliersi, come vice, “un repubblicano per ridare unità a un paese straziato da Bush: l’unico che sceglierei sarebbe John McCain”.
(segue dalla prima pagina) Nonostante le apparenze, Joe Biden non è ossessionato dal suo prossimo rivale politico, anzi. I due si stimano e lo stesso senatore democratico, tre anni fa, spiegò al comico Jon Stewart, in un talk show, che per lui sarebbe stato “un onore essere candidato con o contro” il suo amico di destra. Da quando la sua nomina è stata annunciata, i media e gli analisti hanno però cominciato a rinfacciargli – con maggiore o minore indulgenza – il suo lungo curriculum di gaffe e dichiarazioni poco felici che hanno caratterizzato l’intera sua carriera politica. E mentre non mancano le dichiarazioni d’affetto per John McCain, un po’ tutti hanno faticato a trovarne per Barack Obama: la cosa migliore che Biden ha detto di lui la disse il giorno in cui annunciò che gli si sarebbe candidato contro (con scarso successo) alle primarie. “E’ il primo afroamericano che parli e si presenti bene che ricordi”, la dichiarazione che in pratica lo condannò ad abbandonare la corsa prima ancora di averla iniziata. Se per Chris Cillizza del Washington Post e altri analisti politici americani la scelta di Biden “è più rischiosa che altro”, per David Brooks del New York Times invece il suo nome – associato a quello del giovane e affascinante, ma inesperto Obama – potrebbe essere quello giusto. Secondo Brooks “è vero che Biden ha detto un sacco di idiozie nel corso degli anni, ma è pur vero che certe sue uscite sono il segnale della sua genuinità”. Una qualità importante, insieme alla “capacità di parlare alla working class, all’onestà e all’esperienza”. Di quest’ultima Biden non difetta: in politica estera (è presidente di commissione al Senato) è forse il più esperto parlamentare democratico e il fatto che il presidente georgiano Saakashvili l’abbia invitato – pochi giorni fa – a visitare Tbilisi ne è una conferma. In Campidoglio il senatore del Delaware è poi considerato da tutti come un politico onesto che da trentasei anni fa tutti i giorni il pendolare tra Washington e la sua casa di Wilmington, la sua storia personale (la perdita della moglie e di una figlia a 29 anni, appena eletto al Senato), la sua fede cattolica e persino il fatto di avere un figlio che il prossimo ottobre partirà per l’Iraq con la Guardia nazionale sono tutti elementi che farebbero della sua scelta una buona scelta per Obama. Al momento i sondaggi dicono che non è così, e che il nome Biden associato a quello del senatore nero non sposta un voto né in entrata né in uscita, come forse avrebbe fatto la nomina di un ex governatore di uno stato in bilico. Nel 1974 Time inserì il suo tra “i duecento volti che cambieranno l’America”. Trentaquattro anni dopo, è arrivato il momento di dimostrarlo.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 24 agosto 2008)

sabato 23 agosto 2008

venerdì 22 agosto 2008

Non c'è gap per il Gop

Non c'è soltato il sorpasso nei sondaggi (l'ultimo dà addirittura a sorpresa McCain con un vantaggio di cinque punti su Obama), ma molto di più. Secondo un informatissimo articolo di Andrew Romano su Newsweek, infatti, il candidato repubblicano sarebbe riuscito a colmare perfino il gap finanziario con Obama. Più che il senatore del'Arizona, a dire il vero, sarebbero stati i bravissimi raccoglitori di fondi del Partito repubblicano a riequilibrare le sorti economiche del confronto presidenziale. I numeri, sebbene rovesciati, sono sorprendentemente simili: Obama raccoglie molti più fondi di McCain per la sua candidatura personale (a luglio 65 milioni di dollari contro 21), ma viceversa il Partito repubblicano riesce a drenarne assai più dei democrat (75 a 26). Il risultato è una sostanziale parità con, semmai, un lieve vantaggio per il senatore dell'Arizona che – soltanto il mese scorso – ha incassato nel complesso 96 milioni di dollari. Contro i 91 di Obama.

Perché ora Israele guarda a est per nuove alleanze e coperture


Gerusalemme. Se Mosca accetterà l’offerta di Bashar el Assad e dispiegherà in Siria le sue batterie di missili terra-terra della classe Iskander, il premier israeliano Ehud Olmert imparerà che una telefonata può non essere abbastanza per tenere in piedi le relazioni tra due paesi. Arrivato ieri nella capitale russa, il presidente siriano ha ribadito al collega russo, Dmitri Medvedev, l’offerta che l’agenzia di stampa Interfax aveva anticipato il giorno prima: Damasco, ha spiegato il leader arabo, è disposta a ospitare i missili russi a media gittata e vorrebbe pure comprare una vistosa partita di armi – dal sistema di difesa aerea Pantsyr-S1 ai missili terra-aria Buk-M1 – anche per offrire a Mosca l’occasione per rispondere a stretto giro all’intesa tra Stati Uniti e Polonia sullo scudo antimissile europeo e “per rifarsi dell’affronto subito da Israele, che mandava in Georgia armi e addestratori per l’esercito di Tbilisi”. Qualche ora prima Medvedev aveva preso il telefono e aveva chiamato Olmert per rassicurarlo sulla “solidità dei rapporti russo-israeliani”, proprio mentre il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, non escludeva “un’intesa con la Siria per forniture militari”, sia pure “a scopo esclusivamente difensivo”. I timori israeliani, che la telefonata di Medvedev non ha fugato, sono alimentati anche da altre due mosse di Mosca. Una è l’invio di una flotta di navi da guerra a capacità nucleare (guidata dalla portaerei Kutznetsov) nel Mediterraneo, partita quattro giorni fa da Murmansk e destinata ad arrivare entro domani nel porto siriano di Tartus con l’obiettivo di rimanerci. L’altra è la notizia della fine della collaborazione militare e strategica tra Russia e Nato, preannunciata con una semplice telefonata all’ambasciata norvegese a Mosca.
Per motivi opposti, anche a Gerusalemme la sensazione che il rapporto con i paesi dell’Alleanza atlantica (a eccezione di quello preferenziale con gli Stati Uniti) sia meno utile che in passato è piuttosto diffusa. I tentennamenti durante la crisi in Ossezia del sud e le perenni indecisioni dell’Unione europea riguardo il conflitto arabo-israeliano non sono indicatori di una copertura politico-militare adeguata per un paese che rischia di trovarsi alle prese, in tempi brevi, con la minaccia di uno scontro armato contro l’Iran in cerca dell’atomica. Non a caso, Gerusalemme ora guarda a est: sta intensificando i rapporti con stati da sempre considerati amici, ma che negli ultimi anni si stanno rivelando assai più importanti di un tempo sul piano commerciale e su quello geopolitico.

Barak e i missili Barak
Mentre a Vienna e a New York si discuteva dell’accordo nucleare tra Stati Uniti e India (che lo scorso primo agosto ha ricevuto il sostanziale via libera dall’Aiea), ieri fonti diplomatiche di New Delhi hanno rivelato il raggiungimento di un’intesa con il ministero della Difesa israeliano guidato da Ehud Barak per un programma di forniture militari da più di un miliardo e mezzo di dollari. In particolare, riferiscono i media indiani, le Industrie aerospaziali israeliane avrebbero ricevuto il nullaosta dal governo di New Delhi per la fornitura di batterie missilistiche terra-aria della classe Barak, oltre a quella di un sistema di difesa aerea. Secondo Aleksandr Pikayev, analista del Carnegie Institute di Mosca, “la mossa israeliana è in linea con la sua tradizionale politica estera, assai vicina a quella statunitense. Non a caso l’intesa sul nucleare con gli americani e quella con gli israeliani sulle armi arrivano quasi nello stesso momento”. Però, spiega al Foglio l’analista russo, “è anche il segnale che Gerusalemme vuole giocare la propria partita diplomatica e militare in prima persona, come sta accadendo anche in alcune repubbliche dell’ex Unione sovietica, come la Georgia e l’Uzbekistan. Che ciò accada al di fuori del Mediterraneo, diviso tra paesi arabi poco amichevoli e gli alleati indecisi d’Europa, è quasi scontato, anche perché Gerusalemme ha bisogno di diversificarsi sul piano geopolitico per avere un proprio peso specifico. Però finora i rapporti sono stati più che altro commerciali, nonostante la vendita di forniture militari”. Del resto, se il pericolo contro Israele arriva da est, Gerusalemme ha interesse a seguire con attenzione la partita geopolitica in quella direzione, e a imprimere una svolta diplomatica nel Caucaso. Quando gli iraniani otto anni fa arrestarono tredici ebrei con l’accusa di spionaggio, fu il Kazakistan del presidente Nazarbayev a fare da mediatore discreto tra i due paesi. Quanto alla Russia, dice Pikayev, “Gerusalemme tenterà di non compromettere ulteriormente i rapporti con Mosca, anche perché il problema della dipendenza energetica non esclude neppure Israele e portare i russi a schierarsi senza se e senza ma con la Siria e l’Iran non conviene, in primo luogo, proprio agli israeliani”.

(© Il Foglio, 22 agosto 2008)