lunedì 13 ottobre 2008

Ci mancava la guerra per Wachovia


Che Vikram Pandit non l’abbia presa bene si capisce da quel che ha detto, tre giorni fa, in una riunione con i principali manager della sua banca. “E’ come aver comperato un biglietto della lotteria a due dollari, averne vinti dieci, lasciarselo rubare e accontentarsi di due dollari e mezzo come risarcimento”, ha spiegato ai suoi il ceo (da appena dieci mesi) di Citigroup. Il riferimento è all’accordo – sfumato nel giro di un paio di giorni – per l’acquisto della grossa banca regionale Wachovia, per la quale il gruppo guidato da Pandit aveva avanzato un’offerta da 2,16 miliardi di dollari, circa un dollaro ad azione. Offerta accettata a parole dal management di Wachovia, grazie anche alla mediazione della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), l’agenzia pubblica che garantisce i depositi bancari, che avrebbe liberato l’istituto in vendita degli asset e dei titoli ad alto rischio. Quando però venerdì scorso un’altra grande banca americana, Wells Fargo, ha rilanciato offrendo oltre 15 miliardi di dollari per il suo acquisto (debiti a rischio compresi), cioè 7 dollari per ciascuna azione, al quartier generale di Charlotte, in Carolina del nord, hanno pensato che la vecchia regola di vendere al miglior offerente fosse comunque la migliore da seguire. Pandit e i suoi non l’hanno presa bene, tanto da citare in giudizio Wachovia e Wells.
Quando però i due colossi del credito avrebbero dovuto dare il via alla battaglia giudiziaria, i loro legali si sono presentati davanti al giudice distrettuale Lewis Kaplan e gli hanno chiesto un rinvio. Non l’hanno fatto di loro iniziativa. A intervenire per tentare una difficile mediazione è stato il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, tutt’altro che entusiasta all’idea di dover assistere a uno scontro tra banche mentre lui è impegnato a salvarne altre in crisi di liquidità. Le preoccupazioni della Fed sono tutte per Citigroup. Dopo l’annuncio della contromossa di Wells Fargo, il titolo della banca di Pandit ha perso terreno a Wall Street e gli operatori del mercato hanno cominciato a dubitare della sua solidità. Se Citi avesse le carte in regola – è il loro ragionamento – rilancerebbe con un’altra offerta anziché ostinarsi a voler spendere quanto preventivato a costo di rivolgersi a un giudice. La mediazione della Fed (l’ultimo rinvio accordato dal giudice scade oggi) prevede una divisione di Wachovia tra i due contendenti, con Citi pronta a rilevare depositi e filiali nel nordest, Wells quelli nel sudest e la mano pubblica pronta ad accollarsi (come nell’accordo Citigroup) gli asset rischiosi. In un editoriale pubblicato ieri, il Wall Street Journal suggerisce al ministro del Tesoro, Hank Paulson, di andare oltre e immettere capitali freschi nelle casse di Citi “prima che sia tardi”, confermando i timori di chi sostiene che intervento pubblico chiama sempre intervento pubblico.

(© Il Foglio, 10 ottobre 2008)

Update: alla fine se l'è presa Wells Fargo. Menomale.

sabato 11 ottobre 2008

Così tra cene e litigi Livni e Barak costruiscono il governo


Gerusalemme. Il galateo avrebbe suggerito di servire Yonut Hashaloh, la colomba della pace. La ricetta è semplice, e Tzipi Livni avrebbe persino potuto cimentarvisi, tra una riunione con gli emissari di Shas e un’altra con quelli del partito ultraortodosso della Torah, per amore di patria (e di maggioranza). Bisogna prendere i piccioni aperti a metà e puliti e friggerli in olio abbondante fino a dorarli. Il difficile, semmai, viene dopo, quando l’olio rimanente va travasato in una casseruola aggiungendo margarina, prezzemolo, sedano, aglio, cipolla e alloro. Solo allora comincia la friggitura vera e bisogna cospargere tutto con sale, pepe e vino bianco, prima di spostare la casseruola in forno per un’oretta.
A giudicare dall’esito della cena, il leader di Kadima e suo marito Naftali Spitzer devono aver offerto qualche altra pietanza a Ehud Barak e a sua moglie, Nili Priell. Magari il Charshofay Natseret, il carciofo con misto di carni, o il ricercato Regel Krushah, il vitello in gelatina. Il leader laburista e la sua signora si sono trattenuti alcune ore nella bella casa di North Tel Aviv, il quartiere più snob ed europeggiante della metropoli israeliana. Sugli argomenti affrontati dalle due coppie nel corso della serata non esiste una versione ufficiale. Difficilmente, nonostante la cordialità suggerita dal desco di casa Spitzer-Livni, l’incontro è servito allo scopo per il quale era stato organizzato: sbloccare le trattative per la formazione del prossimo governo israeliano.
Dallo scorso 17 settembre, quando si è aggiudicata la maggioranza dei voti alle primarie di Kadima contro il rivale Shaul Mofaz, Tzipi Livni è il primo ministro incaricato d’Israele. Ehud Olmert – che continua a essere interrogato dai giudici e dalla polizia a intervalli regolari per rispondere delle accuse di corruzione – è ancora formalmente il capo dell’esecutivo e spetta a lui e ai suoi ministri il disbrigo degli affari correnti. A Livni, la prima donna chiamata a formare un governo a Gerusalemme dai tempi di Golda Meir, spetta invece l’onere di costruire una maggioranza parlamentare che riesca a sorreggere il suo primo governo e a scongiurare il voto anticipato. Poche ore dopo l’elezione alla guida del partito che fu di Ariel Sharon, Livni ha tentato l’intentabile, chiedendo al leader del Likud, Benjamin Netanyahu, di formare con lei e con tutti i partiti della Knesset un gabinetto di unità nazionale nel quale tutto potesse essere messo in discussione a eccezione della leadership in carico a Kadima. Il leader della destra ha dato un’occhiata ai sondaggi che lo danno ormai da mesi in testa alle preferenze degli israeliani e ha rifiutato l’offerta, certo di dover aspettare non più di sei settimane – tanto è il tempo a disposizione del premier incaricato – per tornare al governo da solo.
E’ stato a quel punto che Tzipi Livni deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di una premiership soltanto sfiorata. Per conquistare il governo, avrebbe dovuto riconquistare l’alleato-nemico Barak. Formalmente, il leader laburista non dovrebbe faticare a rimanere dov’è: un anno fa, dopo aver strappato la leadership di Avoda ad Amir Peretz, l’ex premier era stato richiamato al governo – come ministro della Difesa – da Ehud Olmert. Quando però quest’ultimo ha cominciato a essere nei guai per le bustarelle ricevute dal finanziere americano Morris Talansky, Barak non l’ha difeso, preferendo sollevare una “questione morale” che poteva avere un solo sbocco: le dimissioni del primo ministro. L’obiettivo è stato raggiunto. Lo scorso luglio Olmert ha accettato l’indizione delle primarie del suo partito e non ha presentato la propria candidatura, accettando (almeno per ora) la fine della sua carriera politica. Due mesi più tardi, il suo posto è stato preso da Livni, suo ministro degli Esteri.
E’ stato a quel punto che Ehud Barak deve aver capito di avere una sola possibilità per evitare la beffa di un successo politico controproducente: lasciarsi riconquistare da Livni. I sondaggi dicono infatti che, se si andasse a votare domani, gli israeliani farebbero quasi certamente vincere il Likud di Bibi Netanyahu e ridimensionerebbero Kadima. I centristi guidati da Tzipi Livni rimarrebbero comunque la prima forza dell’opposizione. I laburisti di Avoda, invece, faticherebbero invece a riconfermare i loro seggi alla Knesset. Persino quello di Barak potrebbe essere a rischio. Per scongiurare la débacle elettorale e l’irrilevanza politica, il leader laburista deve insomma formare una maggioranza e un governo il più possibile simili a quelli che ha contribuito a rompere in prima persona.
In poco più di venti giorni i contatti tra Livni e Barak non si sono limitati a una cena in casa, per quanto cordiale. I due si sono visti più volte, si sono sentiti telefonicamente quasi tutti i giorni e – quando non l’hanno fatto – c’erano gli emissari di Kadima e Avoda a trattare per loro. Chi fa parte della loro cerchia ristretta giura che l’accordo tra i due sia a un passo, sebbene in tre settimane nulla sembra essere cambiato. “Sono i loro emissari, piuttosto, a cavillare troppo, forse per dimostrare di essere dei buoni avvocati”, ironizzava un po’ amaramente un dirigente laburista coperto dall’anonimato citato qualche giorno fa dal Jerusalem Post. Che l’intesa sia a un passo non lo dicono però le dichiarazioni di Barak. Lui, che il 23 settembre scorso giurava ai suoi nel corso di un’assemblea del partito che “Avoda rimarrà un fattore chiave della politica israeliana” sotto la sua leadership, nel giro di pochi giorni ha lasciato intendere di preferire le elezioni (secondo quanto riportato dal ministro laburista dell’Agricoltura, Shalom Simhon) ma anche di volerle evitare a ogni costo. Negli stessi giorni Barak ha pure detto che “nessuna condizione” tra quelle da lui poste a Kadima era stata esaudita, salvo poi far capire che invece il negoziato tra le due principali forze dell’ex maggioranza di governo era “nelle fasi conclusive”.

“Fulmine” e gli altri
La stampa israeliana non ha risparmiato l’ironia. Il Jerusalem Post ha ricordato che in ebraico Barak vuol dire fulmine e che “i fulmini vanno a zigzag proprio come il leader del Partito laburista”, divertendosi a mettere in fila tutte le dichiarazioni contraddittorie rilasciate nell’ultimo mese dal ministro della Difesa. Ari Shavit, su Haaretz, ha invece definito Barak “l’uomo che tutti amano odiare”, riconoscendogli però – nel bene o nel male – di essere anche “l’uomo che ha portato il cambiamento”. Il punto, secondo il columnist del quotidiano liberal israeliano, è che al leader laburista “manca la saggezza delle cose semplici” e che le sue troppe mosse esclusivamente tattiche potrebbero finire per farne la vittima di se stesso. L’ipotesi è verosimile. Visti i numeri alla Knesset, il solo accordo tra Kadima e Avoda non sarebbe sufficiente a garantire la sopravvivenza a un futuro governo Livni, nel quale Barak vorrebbe avere “un ruolo chiave nel negoziato con la Siria”. Se l’ex premier intenda averlo continuando a occupare la poltrona di ministro della Difesa o prendendo invece possesso di quella di ministro degli Esteri, non è ancora chiaro. Per quel posto, dicono le cronache parlamentari, sarebbe pronto però l’ex rivale di Livni, Shaul Mofaz, che dopo tre settimane di pausa di riflessione è tornato alla vita politica. L’ex candidato alla leadership di Kadima è ancora ministro dei Trasporti, e in questa veste si è ripresentato qualche giorno fa in Consiglio dei ministri. Pur essendo tornato a sedersi con Olmert e gli altri membri dell’esecutivo dimissionario, Mofaz non si è però fatto vedere alle riunioni di partito di Kadima. E non avrebbe dato una risposta all’offerta di Livni, che gli cederebbe volentieri il dicastero degli Esteri lasciato libero da lei pur di garantirsene la presenza nel nuovo gabinetto.
Non è una questione di unità del partito. Parecchi analisti politici israeliani, nelle ultime settimane, hanno sottolineato quanto sia stretto il rapporto tra lo stesso Mofaz e il maggiore tra i partiti ultraortodossi, Shas. Eli Yishai, leader della formazione che nel governo Olmert poteva vantare quattro ministeri, ha incontrato più volte Livni, ma tra i sefarditi di Shas e Kadima le distanze rimangono, soprattutto sulla questione degli assegni familiari, che il partito confessionale vorrebbe alzare e gli eredi di Sharon no. Portare Mofaz nel governo – è pertanto il ragionamento dell’entourage di Livni – potrebbe servire ad appianare le divergenze con un alleato indispensabile per la formazione di una maggioranza almeno equivalente a quella che sosteneva il già instabile governo di Ehud Olmert.
Tzipi però vorrebbe di più e per questo ha intavolato trattative anche con un altro partito ultraortodosso, United Torah Judaism (Utj), con i pensionati di Gil e con i parlamentari della sinistra di Meretz, che però per cominciare a negoziare hanno chiesto subito di non riconfermare alla Giustizia il guardasigilli uscente, Daniel Friedmann. Anche in questo caso i giornali non hanno perso l’occasione di ironizzare sullo stallo politico, tanto che Haaretz ha persino lanciato un gioco di società online: costruisci il tuo governo. L’obiettivo principale di Livni resta però l’intesa con Barak, senza la quale gli eventuali accordi con i piccoli partiti non servirebbero a nulla. Domenica sera i due si sono rivisti nella sede del ministero degli Esteri per discutere l’ultima proposta avanzata dal leader laburista, che vorrebbe aumentare il livello della spesa pubblica nella legge finanziaria per il 2009. I sette economisti convocati dai due leader – tra i quali il governatore della Banca d’Israele, Stanley Fischer – si sono pronunciati contro l’idea di nuove spese, scartando di fatto un’altra tra le possibili basi di intesa tra Kadima e Avoda. Martedì le delegazioni dei due partiti si sono incontrate di nuovo, ma l’intesa non s’è trovata, tanto che Livni e Barak hanno deciso di accelerare il negoziato infinito fissando una prima riunione ufficiale (le altre erano sempre state informali) per domani, al termine dei festeggiamenti per lo Yom Kippur. A rendere tutto difficile, sostengono dall’entourage di Barak, sarebbero gli emissari di Kadima che “propongono condizioni differenti da quelle concordate dai due leader”, si lamentava ieri con Haaretz un anonimo dirigente laburista. Con gli avvocati che cavillano e gli economisti che non aiutano, forse il futuro d’Israele potrebbe risolverlo davvero un piatto di Yonut Hashaloh.

(© Il Foglio, 9 ottobre 2008)

giovedì 9 ottobre 2008

Welcome to Sherwood

Le crisi di crescita


Milano. Dirlo adesso, mentre il Tesoro e la Fed americani e l’Europa in ordine sparso sfornano piani ultramiliardari per salvare il salvabile del sistema creditizio e le banche di mezzo mondo non sanno se riusciranno a superare i prossimi mesi, sembra un po’ azzardato. Però Didier Sornette, fisico dell’Istituto federale svizzero per la tecnologia ed esperto di rischi, lo dice: le bolle speculative fanno sempre bene, anche se alla fine esplodono e lasciano nei guai gli incauti investitori. Non esistono eccezioni. Il discorso vale per l’ultimissima bolla immobiliare come per l’impennata delle quotazioni petrolifere e per quella dei titoli della new economy.
Il fisico francese, che a Zurigo tiene un corso alla facoltà di economia sul rischio d’impresa, ha chiarito il suo pensiero in un articolo in uscita su una rivista scientifica, il Journal of Economic Interaction and Coordination, il cui contenuto è stato in parte anticipato dal settimanale New Scientist. L’articolo è la sintesi degli ultimi studi di Sornette e di altri risk specialist che hanno collaborato con lui negli ultimi anni all’Università della California e in Svizzera. Uno dei casi più eclatanti di bolla “buona” – spiega lo studioso francese – è quello del Programma Apollo della Nasa, “il più costoso mai affrontato dagli Stati Uniti in tempo di pace, classico esempio di entusiasmo collettivo che si traduce in investimenti e sforzi oltre la soglia della ragionevolezza grazie ad aspettative troppo elevate e a una temporanea riduzione della normale avversione al rischio”. Per Sornette soltanto una dinamica di questo tipo può condurre a investimenti, pubblici o privati, tanto ingenti da generare vero progresso. Senza un abbandono irrazionale alle aspettative della conquista della Luna l’uomo non avrebbe mai sviluppato le sue capacità di ingegneria spaziale e, allo stesso modo, senza l’illusione di guadagni fin troppo facili grazie alla new economy non esisterebbe Internet per come lo conosciamo oggi. Le perdite economiche degli investitori all’esplosione di una bolla sono insomma, secondo il fisico dell’Istituo svizzero per la tecnologia, soltanto un effetto immediato e limitato. Il vero lascito, a medio e lungo termine, di una bolla speculativa è l’arricchimento in termini di conoscenze e infrastrutture e, quindi, la creazione dei presupposti per mantenere e aumentare il benessere economico di tutti.

Un altro libro
“Durante il formarsi di queste bolle – si legge in uno studio di Sornette pubblicato il mese scorso – la gente si assume rischi che in altri periodi non sarebbero giustificati da una normale analisi dei costi e dei benefici. E’ soltanto in questi periodi, però, che le persone osano nella ricerca di nuove opportunità, molte delle quali si rivelano poi irragionevoli e disperate. E’ successo con la ‘nuova economia’ degli anni Venti e di nuovo negli anni Sessanta e infine nel decennio scorso con la “bolla di Internet”. In tutti i casi, “la credenza diffusa che i tempi siano cambiati una volta per tutte, e in meglio, ha portato gli investitori a scommettere sul nuovo”, finendo per perdere soldi ma creare vere innovazioni tornate utili a tutta l’economia nel giro di pochi anni. Il caso di Internet, in questo senso, sarebbe emblematico. Non era quasi nulla, prima della bolla. Adesso, nonostante i miliardi di dollari bruciati dalla bolla dotcom, è quasi tutto. Sornette non è però il solo a credere che gli entusiasmi immotivati del mercato siano tutto sommato positivi. Un libro dello scorso anno del giornalista Daniel Gross (“Pop! Why Bubbles are Great for the Economy”) cita un altro esempio emblematico dell’economia delle bolle, quello delle ferrovie britanniche. Negli anni Quaranta dell’Ottocento l’entusiasmo collettivo per il treno a vapore portò parecchi investitori a puntare i loro risparmi sulle sorti di faraonici progetti ferroviari, non tutti redditizi. Quando il giocattolo si ruppe, parecchi, se non tutti, rimasero senza un penny. Ma da allora il Regno Unito ha una delle più ramificate ed efficienti reti ferrate del mondo.

(© Il Foglio, 7 ottobre 2008)

Così “l’oracolo di Omaha” ha imparato a essere vorace quando gli altri hanno paura. E viceversa


"Sai, Charlie, non sono mai stato disoccupato. Nemmeno occupato in senso stretto, ma disoccupato di certo no. Però mi immagino cosa possa essere tornare a casa senza più il tuo stipendio con un mutuo da pagare e i bambini da mantenere. E’ successo a mio padre, agli inizi degli anni Trenta, e non vorrei che capitasse la stessa cosa a milioni di americani”. Warren Buffett è così: poche ore prima ha concluso un accordo per entrare, certo non per perderci, in General Electric, la settimana precedente si è preso a prezzo di saldo una quota considerevole di Goldman Sachs, poi arriva in tv per un’intervista con Charlie Rose della Pbs e il capitalista inossidabile torna bambino. Dura poco, per carità. Durava poco persino quando lo era davvero, un bambino, Warren Edward. Aveva dieci anni e nell’agosto del 1940 suo padre Howard lo portò in vacanza dal Nebraska a New York. Il piccolo Warren l’aveva chiesto come regalo di compleanno, anche per vedere quello strano posto che suo padre, un broker di provincia, citava spesso nelle conversazioni in famiglia. Wall Street. Se la sognava spesso e alla fine la vide, riuscendo persino a conoscere Sidney Weinberg di Goldman Sachs, uno di quelli che a quei tempi contavano davvero, al New York Stock Exchange. Il ragazzino del Nebraska dovette piacergli se Weinberg, al termine della breve conversazione, gli chiese quale fosse il suo titolo preferito. Da allora, glielo hanno chiesto in molti, tutti – a eccezione forse del solo ex manager dell’ex banca d’investimenti – certi di avere per risposta la dritta che ti cambia la vita. Non è un caso che lo chiamino “l’oracolo di Omaha” e che sia diventato, nel frattempo, l’uomo più ricco del mondo.
L’incontro con Wall Street doveva segnarlo per sempre, come racconta bene nella biografia autorizzata uscita pochi giorni fa negli Stati Uniti l’ex manager di Morgan Stanley, Alice Schröder. Il libro si intitola “The Snowball” (Random House, 35 dollari) ed è un tomo di oltre novecento pagine che non tralasciano nulla della vita e del pensiero del finanziere originario del Nebraska, uno che a Main Street guardavano sempre tutti con ammirazione, ma anche con sospetto, lui che al contrario di tanti ceo di fondi e banche di investimento nella sua Berkshire Hathaway s’è fissato uno stipendio da appena centomila dollari l’anno e che devolve buona parte dei suoi utili in beneficenza. Come una palla di neve che rotola a valle e s’ingrossa, così è cresciuta la ricchezza e la saggezza di Warren Buffett, è il significato sotteso al titolo del libro, che ripercorre tutte le tappe della sua straordinaria avventura capitalistica.

La prima denuncia dei redditi
Tre anni dopo la chiacchierata con Weinberg il giovane Warren compila la sua prima denuncia dei redditi per dedurre i 35 dollari spesi per acquistare la bicicletta e l’orologio che lui, dice, utilizza “per lavorare”. A quindici anni, con un gruppo di amici, compra un flipper e lo piazza in una bottega di barbiere di Omaha. Qualche mese più tardi la mini ditta ha già tre macchinette e un discreto giro d’affari, considerati i 25 dollari dell’investimento iniziale. Andrà avanti sempre così, Warren da Omaha: a studiare e a inseguire il suo sogno di diventare un broker ma senza mai perdere di vista gli investimenti facili e redditizi, come quella volta in cui – a ventuno anni – acquistò una stazione di servizio Texaco per garantirsi un introito sicuro mentre cercava di entrare a Wall Street dopo la laurea alla Columbia. Era al prestigioso ateneo di Washington che aveva conosciuto quello che tuttora il finanziere considera il suo unico vero mentore, l’analista finanziario Benjamin Graham.
Ne era così infatuato, racconta la biografa, che una volta si presentò alla sede della Geico – una compagnia di assicurazioni di cui Graham era consigliere d’amministrazione – per tentare un approccio con il noto economista. Si imbatté invece in Lorimer Davidson, il vicepresidente, che anni dopo dirà di aver capito “appena dopo un quarto d’ora” di trovarsi di fronte a “un uomo eccezionale”. Trent’anni più tardi il fondo Berkshire Hathaway avrebbe comprato la Geico. Una acquisizione tra le tante, se negli anni il finanziere venuto dal Nebraska si è permesso il lusso di comperare azioni (mai poche) del Washington Post, della Abc, della Coca-Cola fino a diventare – secondo la rivista Forbes – l’uomo più ricco del mondo, più di Bill Gates, a 77 anni.
Ma nella storia di ieri ci sono anche i (pochi) insuccessi, come quello del suo primo matrimonio, finito nel 1977. “Vagavo per casa senza sapere cosa fare”, racconta Buffett nella sua lunga intervista (circa duemila ore faccia a faccia) alla Schröder, alla quale confessa con un po’ di rammarico di essere stato troppo spesso un padre e un marito silenzioso che a colazione, nel suo accappatoio bianco, preferiva leggere il Wall Street Journal che non scambiare due chiacchiere con i suoi cari.

Il sostegno a Obama
Gli investimenti in Goldman Sachs e General Electric sono invece storia recente, così come l’appoggio alla campagna del candidato democratico alla presidenza, Barack Obama. Per uno che a quasi ottant’anni non si scompone davanti a quella che lui stesso ha definito “la Pearl Harbor dell’economia americana”, l’unico voto possibile è per un politico che sceglie di intitolare il suo libro-manifesto all’audacia della speranza. Perché – la bella biografia di Alice Schröder lo mette bene in luce – l’importante è “aver paura quando gli altri sono voraci e voraci quando gli altri hanno paura”.
Alan Patarga

(© Il Foglio, 5 ottobre 2008)