venerdì 22 agosto 2008

Non c'è gap per il Gop

Non c'è soltato il sorpasso nei sondaggi (l'ultimo dà addirittura a sorpresa McCain con un vantaggio di cinque punti su Obama), ma molto di più. Secondo un informatissimo articolo di Andrew Romano su Newsweek, infatti, il candidato repubblicano sarebbe riuscito a colmare perfino il gap finanziario con Obama. Più che il senatore del'Arizona, a dire il vero, sarebbero stati i bravissimi raccoglitori di fondi del Partito repubblicano a riequilibrare le sorti economiche del confronto presidenziale. I numeri, sebbene rovesciati, sono sorprendentemente simili: Obama raccoglie molti più fondi di McCain per la sua candidatura personale (a luglio 65 milioni di dollari contro 21), ma viceversa il Partito repubblicano riesce a drenarne assai più dei democrat (75 a 26). Il risultato è una sostanziale parità con, semmai, un lieve vantaggio per il senatore dell'Arizona che – soltanto il mese scorso – ha incassato nel complesso 96 milioni di dollari. Contro i 91 di Obama.

Perché ora Israele guarda a est per nuove alleanze e coperture


Gerusalemme. Se Mosca accetterà l’offerta di Bashar el Assad e dispiegherà in Siria le sue batterie di missili terra-terra della classe Iskander, il premier israeliano Ehud Olmert imparerà che una telefonata può non essere abbastanza per tenere in piedi le relazioni tra due paesi. Arrivato ieri nella capitale russa, il presidente siriano ha ribadito al collega russo, Dmitri Medvedev, l’offerta che l’agenzia di stampa Interfax aveva anticipato il giorno prima: Damasco, ha spiegato il leader arabo, è disposta a ospitare i missili russi a media gittata e vorrebbe pure comprare una vistosa partita di armi – dal sistema di difesa aerea Pantsyr-S1 ai missili terra-aria Buk-M1 – anche per offrire a Mosca l’occasione per rispondere a stretto giro all’intesa tra Stati Uniti e Polonia sullo scudo antimissile europeo e “per rifarsi dell’affronto subito da Israele, che mandava in Georgia armi e addestratori per l’esercito di Tbilisi”. Qualche ora prima Medvedev aveva preso il telefono e aveva chiamato Olmert per rassicurarlo sulla “solidità dei rapporti russo-israeliani”, proprio mentre il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, non escludeva “un’intesa con la Siria per forniture militari”, sia pure “a scopo esclusivamente difensivo”. I timori israeliani, che la telefonata di Medvedev non ha fugato, sono alimentati anche da altre due mosse di Mosca. Una è l’invio di una flotta di navi da guerra a capacità nucleare (guidata dalla portaerei Kutznetsov) nel Mediterraneo, partita quattro giorni fa da Murmansk e destinata ad arrivare entro domani nel porto siriano di Tartus con l’obiettivo di rimanerci. L’altra è la notizia della fine della collaborazione militare e strategica tra Russia e Nato, preannunciata con una semplice telefonata all’ambasciata norvegese a Mosca.
Per motivi opposti, anche a Gerusalemme la sensazione che il rapporto con i paesi dell’Alleanza atlantica (a eccezione di quello preferenziale con gli Stati Uniti) sia meno utile che in passato è piuttosto diffusa. I tentennamenti durante la crisi in Ossezia del sud e le perenni indecisioni dell’Unione europea riguardo il conflitto arabo-israeliano non sono indicatori di una copertura politico-militare adeguata per un paese che rischia di trovarsi alle prese, in tempi brevi, con la minaccia di uno scontro armato contro l’Iran in cerca dell’atomica. Non a caso, Gerusalemme ora guarda a est: sta intensificando i rapporti con stati da sempre considerati amici, ma che negli ultimi anni si stanno rivelando assai più importanti di un tempo sul piano commerciale e su quello geopolitico.

Barak e i missili Barak
Mentre a Vienna e a New York si discuteva dell’accordo nucleare tra Stati Uniti e India (che lo scorso primo agosto ha ricevuto il sostanziale via libera dall’Aiea), ieri fonti diplomatiche di New Delhi hanno rivelato il raggiungimento di un’intesa con il ministero della Difesa israeliano guidato da Ehud Barak per un programma di forniture militari da più di un miliardo e mezzo di dollari. In particolare, riferiscono i media indiani, le Industrie aerospaziali israeliane avrebbero ricevuto il nullaosta dal governo di New Delhi per la fornitura di batterie missilistiche terra-aria della classe Barak, oltre a quella di un sistema di difesa aerea. Secondo Aleksandr Pikayev, analista del Carnegie Institute di Mosca, “la mossa israeliana è in linea con la sua tradizionale politica estera, assai vicina a quella statunitense. Non a caso l’intesa sul nucleare con gli americani e quella con gli israeliani sulle armi arrivano quasi nello stesso momento”. Però, spiega al Foglio l’analista russo, “è anche il segnale che Gerusalemme vuole giocare la propria partita diplomatica e militare in prima persona, come sta accadendo anche in alcune repubbliche dell’ex Unione sovietica, come la Georgia e l’Uzbekistan. Che ciò accada al di fuori del Mediterraneo, diviso tra paesi arabi poco amichevoli e gli alleati indecisi d’Europa, è quasi scontato, anche perché Gerusalemme ha bisogno di diversificarsi sul piano geopolitico per avere un proprio peso specifico. Però finora i rapporti sono stati più che altro commerciali, nonostante la vendita di forniture militari”. Del resto, se il pericolo contro Israele arriva da est, Gerusalemme ha interesse a seguire con attenzione la partita geopolitica in quella direzione, e a imprimere una svolta diplomatica nel Caucaso. Quando gli iraniani otto anni fa arrestarono tredici ebrei con l’accusa di spionaggio, fu il Kazakistan del presidente Nazarbayev a fare da mediatore discreto tra i due paesi. Quanto alla Russia, dice Pikayev, “Gerusalemme tenterà di non compromettere ulteriormente i rapporti con Mosca, anche perché il problema della dipendenza energetica non esclude neppure Israele e portare i russi a schierarsi senza se e senza ma con la Siria e l’Iran non conviene, in primo luogo, proprio agli israeliani”.

(© Il Foglio, 22 agosto 2008)

Perché l’America porta soldati e uno scudo antimissile in Israele

Gerusalemme. L’avvertimento era stato chiaro. “L’Iran non deve presentare su un piatto d’argento ai suoi nemici le motivazioni per farsi attaccare”, aveva spiegato sabato scorso ai cronisti Suleiman Awwad, portavoce di Hosni Mubarak, al termine del vertice con il re saudita, Abdullah. A Teheran l’invito partito dal Cairo – che per il quotidiano arabo di Londra, al Quds, era “più di un semplice monito” – probabilmente non è mai arrivato. Poche ore più tardi, i responsabili dell’agenzia spaziale iraniana annunciavano il lancio di un nuovo razzo prodotto con tecnologia locale (ma con la collaborazione di scienziati russi), tappa iniziale di un programma di lungo termine che dovrebbe portare satelliti iraniani in orbita intorno alla Terra. Ancora ieri il direttore dell’agenzia, Reza Taghipour, annunciava di voler rendere partecipi “le nazioni musulmane nostre amiche” del successo, offrendo loro l’opportunità di sviluppare programmi spaziali congiunti.
La notizia del lancio iraniano del razzo Safir-e Omid, che in farsi vuol dire “ambasciatore di pace”, non è stata accolta positivamente da Stati Uniti e Israele. Nel corso di un briefing con la stampa, il portavoce del dipartimento americano per la Sicurezza nazionale, Gordon Johndroe, non ha nascosto la “preoccupazione circa le intenzioni di Teheran” perché, ha chiarito, un razzo in grado di lanciare in orbita un satellite può tranquillamente puntare più in basso e magari trasportare una testata esplosiva. Il problema, semmai, è la gittata: secondo fonti militari di Gerusalemme citate da Radio Israele, a preoccuparsi dovrebbero essere i paesi europei perché il Safir, se utilizzato per fini militari, potrebbe raggiungere persino Parigi e Londra. Né sembrano sufficienti a tranquillizzare occidentali e israeliani le generiche rassicurazioni di Teheran, che ha sottolineato l’interesse “esclusivamente scientifico” del proprio programma spaziale. A renderle meno credibili, oltre al test condotto il mese scorso dal regime dei mullah con i missili a lunga gittata Shihab-3, è stata un’altra notizia giunta nelle stesse ore: intervistato dal canale all news Press Tv, il generale Ahmad Mighani, comandante dell’aeronautica militare iraniana, ha annunciato l’ammodernamento dei cacciabombardieri della classe SU (di fabbricazione russa), “ora in grado di volare per tremila chilometri di fila senza dover fare rifornimenti”. I principali obiettivi israeliani ne distano appena mille.
Che un confronto militare (freddo o caldo è da vedere) sia imminente tra Gerusalemme e Teheran lo dicono pure le mosse dello stato ebraico. Quando, a fine luglio, il segretario statunitense alla Difesa, Robert Gates, e il suo omologo israeliano, Ehud Barak, si sono incontrati al Pentagono, nel comunicato ufficiale si parlava genericamente di un “impegno americano per potenziare gli strumenti di difesa di Israele”. Gli strumenti, anzi lo strumento altro non sarebbe che il più moderno sistema di radar antimissile in dotazione alle forze armate americane, per il momento concesso in uso a un solo alleato, il Giappone, per metterlo al riparo da eventuali minacce nordcoreane o cinesi. Il super radar da solo triplicherebbe la capacità di intercettazione di eventuali missili sparati contro Gerusalemme e le altre città israeliane. L’accordo non è ancora stato reso ufficiale, ma il recente vertice tra l’ammiraglio statunitense Mike Mullen e il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, avrebbe avuto come unico argomento proprio il nuovo sistema antimissile, sostengono concordemente tutte le fonti militari di Gerusalemme.
Neppure il radar X-Band potrebbe però neutralizzare un prossimo lancio di missili iraniani: secondo gli esperti, infatti, ci vorrebbero mesi, se non anni, per ottenere le autorizzazioni al dispiegamento dal ministero della Difesa israeliano, e nemmeno le postazioni sarebbero state ancora scelte, sebbene si parli con insistenza del Negev. L’arrivo imminente nel Golfo persico di altre due portaerei americane (la Teddy Roosevelt e la Reagan) e della nave da sbarco Iwo Jima – che contribuiranno a creare il più grosso dispiegamento navale statunitense nell’area dal 1991 – potrebbe essere il segnale che a Washington intendono fare sul serio.

(© Il Foglio, 18 agosto 2008)

domenica 17 agosto 2008

La gara per le primarie di Kadima è fatta nel nome del padre


La gigantografia che campeggia dietro al palco dell’auditorium del museo dell’aviazione di Herzliya dice molto sulle primarie che – per la prima volta – porteranno a una scelta dal basso di un leader di Kadima. Fu Ariel Sharon, nel 2005, a svuotare il Likud della sua forza riformista e a ridurlo a semplice movimento di destra, fondando un nuovo partito in grado di drenarne consensi. E’ ancora Sharon, oggi, a influenzare più di chiunque altro la successione al suo successore Ehud Olmert. L’ex premier è in coma da due anni e mezzo, nel frattempo lo scenario politico è radicalmente mutato e il suo ex vice dovrà dimettersi dalla carica di premier per i troppi scandali, eppure la corsa a tre per le primarie del 17 settembre sarà soprattutto una gara tra leader politici pronti a tutto pur di accreditarsi come eredi autentici dello sharonismo.
Avi Dichter, oggi ministro della Sicurezza interna e fino al 2005 capo dello Shin Bet, non ha nascosto questa sua aspirazione al momento di lanciare la candidatura. L’enorme ritratto di Sharon alle sue spalle e le parole che ha usato per dire che lui è l’erede del disegno politico dell’ex primo ministro spiegano al meglio il fascino che l’ex eroe del Kippur può ancora esercitare: “Ho accettato di far parte di Kadima perché condividevo la visione di Sharon e il suo modo nuovo di far politica. Mi chiedo dove sia finita oggi quella visione, se tutto sia andato perduto il giorno in cui lui è stato colpito da un infarto”. Per rendere credibile la sua strategia del ritorno alle origini, Dichter ha chiamato con sé sul palco Ra’anan Gissin, portavoce storico dell’ex premier. “Se è giusto dare credito più ai fatti che alle sole parole, allora i fatti dicono che il vero erede politico di Sharon è Dichter”, ha confermato Gissin. Non sono in molti, tra i maggiorenti di Kadima, a condividere la sua opinione. I numeri dicono che la scommessa di Dichter è persa in partenza: quando, tra un mese, i delegati del partito saranno chiamati a scegliere il successore di Olmert, per l’attuale ministro della Sicurezza pubblica i voti saranno pochi, almeno secondo i sondaggi. A dividersi la maggior parte dei consensi saranno altri due ministri in carica: la titolare degli Esteri, Tzipi Livni, e Shaul Mofaz, oggi al ministero dei Trasporti. Mofaz, che può vantare un’agguerritissima macchina di reclutamento degli iscritti, ha lasciato intendere che una sua premiership sarebbe tutt’altro che incolore (l’ex capo di stato maggiore, nato a Teheran, ha ripetuto in più occasioni che ulteriori provocazioni iraniane sul dossier nucleare non sarebbero tollerate da un suo governo). Livni, dopo aver raccolto gli endorsement della maggioranza dei parlamentari di Kadima e aver imparato che per vincere serve anche sorridere di tanto in tanto, ha cominciato un tour che non ha trascurato la minoranza drusa e quella araba, rivelatesi determinanti alle primarie di Avoda del 2007 per il successo di Ehud Barak.
Anche Livni e Mofaz hanno cercato di accreditarsi come eredi di Sharon. L’ipertelegenico ministro degli Esteri (secondo i sondaggi l’unica in grado di non soccombere, al voto, contro il Likud di Bibi Netanyahu), che ha puntato sulla formazione di una squadra di collaboratori di primo livello. Livni ha assunto quasi tutti i “saggi del ranch”, i più stretti consiglieri dell’ex premier. Reuven Adler, Eyal Arad e Yoram Raved sono entrati nel suo staff. Furono loro, nel corso di una delle riunioni di lavoro al Sycamore Ranch, a suggerire a Sharon la strategia per liberarsi del fardello ideologico del Likud. Kadima nacque così, e Livni era lì, quel giorno, seppure un po’ per caso.

(© Il Foglio, 15 agosto 2008)